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Morto Antonio Martino, ritratto di un liberale scettico con la tessera numero 2 di Forza Italia

(fotogramma)
Mai distante da Silvio Berlusconi, contribuì nel 2013 alla rinascita del partito, pur in una posizione sempre più defilata. E non priva di accenti critici
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ROMA - Fino all'ultimo, pur su posizioni sempre più scettiche, non ha mancato di ricordare di avere la tessera numero due di Forza Italia in tasca. Del partito di Berlusconi, Antonio Martino - scomparso stanotte all'età di 79 anni - era stato fondatore e a lungo custode di una linea politica liberale. La stessa che questo economista messinese - allievo di Milton Friedman e amico di Margaret Thatcher - aveva portato avanti strenuamente, in opposizione a uno statalismo bocciato anche per ragioni etiche e filosofiche: "Ogni società fondata sullo statalismo, sia esso marxista, fascista, democratico, è destinata a rovinare - ha scritto nel suo libro 'Semplicemente liberale' - per il fatto che è in sé dispotica, in quanto assegna ad una oligarchia il potere di imporre regole di vita, sul presupposto che gli individui siano incapaci di badare a sé stessi".

Posizione che ha accompagnato la sua avventura accademica (&e…

ROMA - Fino all'ultimo, pur su posizioni sempre più scettiche, non ha mancato di ricordare di avere la tessera numero due di Forza Italia in tasca. Del partito di Berlusconi, Antonio Martino - scomparso stanotte all'età di 79 anni - era stato fondatore e a lungo custode di una linea politica liberale. La stessa che questo economista messinese - allievo di Milton Friedman e amico di Margaret Thatcher - aveva portato avanti strenuamente, in opposizione a uno statalismo bocciato anche per ragioni etiche e filosofiche: "Ogni società fondata sullo statalismo, sia esso marxista, fascista, democratico, è destinata a rovinare - ha scritto nel suo libro 'Semplicemente liberale' - per il fatto che è in sé dispotica, in quanto assegna ad una oligarchia il potere di imporre regole di vita, sul presupposto che gli individui siano incapaci di badare a sé stessi".

Posizione che ha accompagnato la sua avventura accademica (è stato docente alla Sapienza e alla Luiss) e la sua carriera nelle istituzioni: dopo aver militato nel partito liberale come il padre Gaetano (uno dei promotori dell'Unione Europea), l'infatuazione per il progetto di Silvio Berlusconi nel 1993 e da allora deputato per sei legislature e ministro tre volte: prima agli Esteri, nel primo governo del Cavaliere, poi alla Difesa dal 2001 al 2006. Schivo e riservato, ma non privo di vis polemica, Martino è stato scettico nei confronti dell'introduzione dell'euro, poi sostenitore della tesi che l'Iraq di Saddam Hussein avesse acquistato uranio dal Niger, ripresa da documenti ufficiali britannici e americani. E si batté con successo, quando era alla Difesa, per l'anticipo della sospensione della leva militare obbligatoria.

Mai distante dal presidente di Fi, contribuì alla stesura del primo programma economico del partito e al progetto di riforma fiscale che conteneva la flat tax. Aderì convintamente al Pdl nel 2008 e poi diede una mano nel 2013 alla rinascita forzista, pur in una posizione progressivamente più defilata. E non priva di accenti critici. Quando lasciò la Camera, non correndo per le elezioni del 2018, pose la sua censura morale: "Una volta in Parlamento c'erano persone di grande valore, ora è in mano alle masse, ai mediocri". E negli ultimi anni non ha risparmiato critiche a Berlusconi. A fine novembre, nell'ultima intervista rilasciata a Repubblica, Martino riconobbe al Cavaliere una dote: "Ha quello che gli americani chiamano unicità di obiettivo. Quando si pone un traguardo si concentra finché non lo realizza, non è una dote da poco. In politica i problemi non arrivano in fila indiana, bisogna valutarli a uno a uno". Ma dettò anche un giudizio tagliente: "Un giorno Berlusconi mi disse: professore, se lei vale nove non deve farsi affiancare da un collaboratore che vale dieci, altrimenti le fa le scarpe. Gli risposi che i grandi leader sono stati spesso circondati da collaboratori che hanno fatto la loro fortuna. Volente o nolente, Berlusconi ha avuto la singolare incapacità di scegliere le persone giuste".

In questo tramonto distaccato e perplesso c'è stata in fondo l'essenza del personaggio, uomo delle istituzioni ma anche polemista: "Dobbiamo prendere atto che né Giorgia Meloni né Matteo Salvini - aveva detto poco prima - hanno la stoffa del leader: nessuno dei due lo vedrei come presidente del Consiglio di un nostro governo, di un governo di centrodestra". E poi altri giudizi su argomenti di stretta attualità. Dal reddito di cittadinanza ("Imposta fraudolente") al Green Pass ("Sarebbe stato più semplice chiedere che venissimo marchiati a fuoco una volta che ci vaccinavano"). Un'uscita di scena fatta senza mai abbassare la bandiera liberale: "Tutti i grandi uomini sono stati liberali - aveva detto a Quarta Repubblica - Il dogmatico fa danni, lo scettico non ha mai fatto danni. Pol Pot, Stalin, Hitler, Mao: erano tutti dogmatici. Gli scettici non hanno mai fatto male a nessuno. Quando mi dicono che sono euroscettico, sono felice: perché il meglio del pensiero umano viene dagli scettici".