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Armi italiane alla Colombia, il forzista che mediò con D'Alema: "Ora vi spiego come andò la trattativa"

Parla per la prima volta Giancarlo Mazzotta, ex sindaco azzurro di Carmiano (comune del Salento sciolto per mafia), coinvolto nell'affare poi saltato che puntava a vendere aerei e navi da guerra prodotte da Leonardo e Fincantieri al governo del Paese sudamericano. "Incontrai il sottosegretario Mulè. Mi disse che sarebbe stato importante chiudere l'accordo"
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C’è, probabilmente, soltanto una persona che conosce ogni particolare della storia che da giorni sta facendo traballare i vertici di Leonardo e Fincantieri, due delle aziende più importanti d’Italia. La storia della vendita, poi non realizzata, di aerei e navi da guerra alla Colombia per quattro miliardi di euro nella quale ha avuto un ruolo anche l’ex premier Massimo D’Alema.

Si chiama Giancarlo Mazzotta, è un politico pugliese di Forza Italia non di primo livello. Ex sindaco di Carmiano, Lecce, paese di 11.633 abitanti, sconfitto alle ultime elezioni, è raccontato come uomo di grandi relazioni nonostante un curriculum accidentato (è a processo per una serie di reati). Suo figlio è consigliere regionale di Forza Italia. Giancarlo Mazzotta è l’uomo che ha messo in contatto Massimo D’Alema con i due presunti emissari del governo colombiano, Francesco Amato ed Emanuele Caruso, che dovevano comprare aer…

C’è, probabilmente, soltanto una persona che conosce ogni particolare della storia che da giorni sta facendo traballare i vertici di Leonardo e Fincantieri, due delle aziende più importanti d’Italia. La storia della vendita, poi non realizzata, di aerei e navi da guerra alla Colombia per quattro miliardi di euro nella quale ha avuto un ruolo anche l’ex premier Massimo D’Alema.

Si chiama Giancarlo Mazzotta, è un politico pugliese di Forza Italia non di primo livello. Ex sindaco di Carmiano, Lecce, paese di 11.633 abitanti, sconfitto alle ultime elezioni, è raccontato come uomo di grandi relazioni nonostante un curriculum accidentato (è a processo per una serie di reati). Suo figlio è consigliere regionale di Forza Italia. Giancarlo Mazzotta è l’uomo che ha messo in contatto Massimo D’Alema con i due presunti emissari del governo colombiano, Francesco Amato ed Emanuele Caruso, che dovevano comprare aerei e navi da Fincantieri e Leonardo. Quelli che hanno registrato, poi, l’ex premier. In una lunga conversazione poi finita sul sito de “La Verità”. Mazzotta fino a questo momento non ha mai voluto parlare. Questa è, dunque la sua verità.

Quando comincia questa storia?

“Vengo contattato da Francesco Amato, o meglio dai suoi genitori che conoscevo da tempo, e che sono salentini come me. Mi chiedono un appuntamento, perché il figlio voleva parlarmi di opportunità economiche in Colombia per aziende italiane. E, così, ci vediamo. Questo signor Amato mi dice di essere in contatto con il governo colombiano, e in particolare con la vice presidente Marta Lucía Ramírez, nonché Ministro degli Affari Esteri di Colombia. Mi dice che voleva farmi incontrare questo signor Emanuele Caruso, un italiano che affermava di lavorare da anni in Sud America di avere relazioni molto importanti in Italia”.

Perché cercano proprio lei che è un imprenditore turistico?

“In quella stessa occasione Amato mi chiede espressamente un contatto con il Presidente Massimo D’Alema, che io conosco da antica data: Amato mi spiega infatti che lui e Caruso cercavano un contatto diretto con Fincantieri e Leonardo perché la Colombia aveva stanziato quattro miliardi per l’ammodernamento del loro sistema di difesa. E ritenevano che D’Alema potesse aiutarli ad avere un contatto con le due aziende”.

Lei ritiene i due affidabili o le viene il sospetto che stessero millantando?

“Mi mostrano poi i documenti che attestano l’esistenza di un mandato generale ed ufficiale conferito direttamente dalla vice presidente della Colombia. Adesso qualcuno scrive che Amato e Caruso erano dei truffatori. Io non ho mai giudicato le persone ma i fatti, e i fatti ci sono stati. I rapporti sono sempre stati di natura istituzionale. Mi hanno mostrato carte ufficiali e io proprio sulla scorta di questi documenti che mi convinco ad assecondare la loro richiesta di prendere contatti con D’Alema”.

Lei lo fa.

“Sì. E poco dopo cominciano le attività di promozione delle aziende italiane che coinvolgono uno studio professionale americano, la Robert Allen Law che, secondo le informazioni ricevute, aveva una grande esperienza in questo campo”.

Dunque, sono loro che fanno il nome del Robert Allen Law? O è D’Alema che lo propone?

“Lo fanno loro. E io tra l’altro conoscevo quello studio”.

Poi che accade?

“Avvengono gli incontri. E sempre ad altissimo livello. I due fanno fissare, per esempio, un appuntamento a Cartagena de Indias, il centro della marina militare colombiana “Cotecmar”. E per questo che addirittura, dopo appena circa un mese, viene firmato a Bogotà un memorandum of understanding con Fincantieri. Davvero sembrava una grande opportunità per l’industria italiana e per il nostro paese da un punto di vista strategico – militare. Vorrei sottolineare che le aziende italiane si sono comportate con molta correttezza e prudenza”.

Gli interlocutori colombiani non erano però contenti di come stessero andando le cose, come testimonia l’audio dell’incontro pubblicato da La Verità.

“Mentre a livello tecnico con le autorità militari le cose procedono bene, si erano registrate, invece, difficoltà e malintesi con le autorità politiche e di governo. Anche in questa  fase venne chiesto un aiuto al Presidente D’Alema. E lui va a incontare l’ambasciatrice colombiana, e quest’ultima lo informa che della vicenda non si sta interessando il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini. Bensì il sottosegretario, Giorgio Mulè. Bisognava parlare con lui, quindi. D’Alema mi chiede se non sia più opportuno che ci vada io a parlare con Mulè, visto che è dello stesso mio partito. E, tra l’altro, avevo avuto modo di conoscerlo”.

Va lei da Mulè?

“Sì. In quell’occasione il sottosegretario si mostra sorpreso del fatto che ci eravamo rivolti a D’Alema ed io gli spiego che ciò era avvenuto su richiesta espressa di Amato e Caruso e che nell’attività di promozione opera uno studio americano. Mulè mi dice che lui intratteneva rapporti con l’Ambasciatrice e che stava seguendo la vicenda. A quel punto mi dice che sarebbe importante riuscire a chiudere sia per il nostro paese che per le aziende italiane. Ciò nonostante, inspiegabilmente, Amato e Caruso insistono nell’organizzare la telefonata di cui si è tanto parlato. Dall’altra parte, a loro dire, vi era un Senatore rappresentante di un gruppo di parlamentari colombiani. Col senno di poi, quella telefonata, anche per il modo con cui è stata condotta aveva tutt’altro significato”.

Che vuole dire?

“Quello che ho detto. Ma ora temo che tutto questo polverone faccia perdere un’opportunità all’Italia”.

Un’ultima cosa, Mazzotta. In una delle conversazioni lei fa riferimento a una conference call andata male. Arrrabbiandosi con Caruso dice: “Sono amareggiato per la pessima figura. Alle 17 ero a Roma nello studio del presidente (ndr, D’Alema) e alle 17:30 si è collegata solo la parte italiana e più precisamente: il Presidente, il direttore generale di Fincantieri, Giuseppe Giordo e l’amministratore delegato di Leonardo, Alessandro Profumo. Nessuno della parte colombiana si è collegato”. Tutti sapevano nelle aziende di come si stava svolgendo la trattativa?

“Quando dico che c’erano anche Giordo e Profumo esagero. Io non lo so chi c’era. Non ero nella stanza del presidente D’Alema. Era solo una maniera per fare pressione e dire: “Avete rotto, fissate gli appuntamenti e non vi presentate”.