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L'ex ministra Giulia Grillo: "Io bulimica per 5 anni. Mi ha salvato l’istinto di sopravvivenza"

La deputata M5S, già titolare della Salute, parla per la prima volta della sua malattia, nella giornata nazionale dedicata ai disturbi del comportamento alimentare: "Anni terribili, dall'adolescenza all'università. Ora non mi chiudo più in bagno, ho smesso di farmi male. La politica ha fatto troppo poco".
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“Sono stata bulimica. Mi ha salvato l’istinto di sopravvivenza. E oggi è venuto il momento di raccontarlo”. Giulia Grillo, ex ministra della Salute nel Conte I, oggi deputata M5S, ha deciso di parlare per la prima volta di un pezzo di vita. Cinque anni, tra l’adolescenza a Catania e i primi corsi all’università, vissuti con un’ombra nascosta perfino agli amici più intimi. “Me ne vergognavo”.

Perché ne parla proprio oggi?
“È la giornata nazionale dedicata ai disturbi del comportamento alimentare. E troppi pensano “a me o ai miei figli non può accadere”. Non è così. Sono madre, medico e parlamentare e dico: mi è successo. Non per pochi mesi, ma per anni. Dall’adolescenza fino all’inizio dell’età adulta”.

Com’è iniziata?
“In modo banale, forse. Le prime delusioni d’amore, le ansie degli adolescenti.…

“Sono stata bulimica. Mi ha salvato l’istinto di sopravvivenza. E oggi è venuto il momento di raccontarlo”. Giulia Grillo, ex ministra della Salute nel Conte I, oggi deputata M5S, ha deciso di parlare per la prima volta di un pezzo di vita. Cinque anni, tra l’adolescenza a Catania e i primi corsi all’università, vissuti con un’ombra nascosta perfino agli amici più intimi. “Me ne vergognavo”.

Perché ne parla proprio oggi?
“È la giornata nazionale dedicata ai disturbi del comportamento alimentare. E troppi pensano “a me o ai miei figli non può accadere”. Non è così. Sono madre, medico e parlamentare e dico: mi è successo. Non per pochi mesi, ma per anni. Dall’adolescenza fino all’inizio dell’età adulta”.

Com’è iniziata?
“In modo banale, forse. Le prime delusioni d’amore, le ansie degli adolescenti. Non accettavo il mio corpo, certe rotondità. Mi sentivo in colpa quando mangiavo. In colpa, terribilmente. Non mi vedevo mai adeguata”.

La domanda è personale, risponda come crede. Quando ha capito di trovarsi difronte a una malattia e non agli sbalzi d’umore classici dell’adolescenza?

“Quando ti trovi in bagno con due dita in gola, perché ti senti in colpa, lo capisci che è sbagliato. Ma non è facile smetterla”.

Lei come ci è riuscita?

“Me lo chiedo ancora oggi, dopo più di vent’anni. La verità è che non so come l’ho superata, perché non l’ho mai detto a nessuno. Non ho chiesto aiuto a un medico, non riuscivo a parlarne nemmeno agli amici. Mi vergognavo. E all’epoca di questi problemi se ne parlava meno di oggi”.

Cosa o chi l’ha salvata?

“La scienza. Studiavo da medico all’università di Catania e ricordo di avere capito quanto quei comportamenti, quel chiudermi in bagno, potesse mettermi in pericolo. Studiavo la polmonite ab ingestis, le infezioni gravi che il reflusso può causare. Le esofagiti, che in alcuni casi diventano lesioni precancerose. Ha prevalso l’istinto di sopravvivenza. Purtroppo per uscirne possono servire anni. E spesso è una battaglia che dura una vita con fasi alterne, di vittorie e sconfitte”.

Lei pensa di averla sconfitta definitivamente, la bulimia?
“Ancora oggi, qualche giorno, fatico ad accettare i chili di troppo. Ma in  bagno non mi chiudo più. Ho smesso di farmi male”.

È un medico e un parlamentare. È stata ministro della Sanità per un anno. Si sarà fatta un’idea della rete di assistenza per chi soffre di disturbi alimentari nel nostro Paese. È adeguata?

“Purtroppo no. Nel mio mandato da ministro, breve, uno degli impegni principali è stato provare a costruire un servizio solido, completo, di presa in carico delle bambine e dei bambini, dei ragazzi in età adolescente, in territori del Paese ancora scoperti, soprattutto al Centro e al Sud. Ho lavorato col Tavolo della salute mentale, fin lì praticamente abbandonato. E come altri colleghi ministri prima di me, ho provato a elemosinare risorse. Ma è difficile. Dei disturbi psichiatrici si parla troppo poco. Dopo la pandemia, ancora meno. Anche se di bulimia, anoressia e di tutte le forme di disturbo alimentare connesse, soffrono 3 milioni di italiani. Soprattutto ragazze adolescenti, ma anche ragazzi, giovanissimi”.

È solo una questione di risorse? O anche di approccio?

“L’insufficienza cronica di risorse per questo tipo di assistenza pesa di sicuro. Se poi si somma anche l’inefficienza nell’utilizzarle e in alcuni casi la sottovalutazione del problema clinico e sociale che questi disturbi comportano, il risultato è che il nostro sistema sanitario nazionale non è pronto ad aiutare questi pazienti e le loro famiglie. Ora però c’è un’opportunità che non va sprecata. Il Pnrr. A patto che le risorse non servano a costruire edifici faraonici, ma a rafforzare la medicina del territorio, i servizi, gli psicologi nelle scuole”.

L’idea del bonus psicologo le piace?

“Meglio di niente. Ma è un tassello microscopico rispetto alla portata del problema. La risposta va cercata non nel privato, ma nella sanità pubblica, anzi nel pubblico nel suo complesso. È una battaglia culturale, che passa anche dalla società dell’immagine in cui viviamo, dall’estetica imposta, dai messaggi sbagliati che vengono diffusi di continuo, spesso verso chi non ha ancora gli strumenti per interpretarli. Per questo ho deciso di parlare anche di me. Non me ne vergogno più. Non c’è nulla di cui vergognarsi”.