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Il richiamo di Salvini: “Leghisti tutti in aula per Zelensky”. Ma almeno dieci sono pronti a sfilarsi

Matteo Salvini 

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L’ala filo-russa non ci sta: diserteranno la seduta Pillon, Micheli, Siri, Comencini e altri. Giorgetti assente per impegni a Maranello
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ROMA - "Tutti in Aula", la raccomandazione di Salvini, neppure troppo perentoria. Ma la Lega, ancora una volta, fa i conti con le sue due anime. Una allineata e coperta dietro la posizione del segretario, che la guerra ha fatto diventare atlantista dopo i passati e smodati complimenti a Putin. L’altra fa fatica a trattenere la perplessità per l’appoggio incondizionato all’Ucraina, anche attraverso l’invio delle armi. Morale: alla Camera, oggi, non saranno pochi i parlamentari del Carroccio ad ascoltare Zelensky. Ma le assenze si annunciano di peso. E le voci sfuggite alla inflessibile macchina della comunicazione leghista sono roboanti.


È stata un’altra vigilia di tormenti, per il Capitano, pur rinfrancato dalla leadership assegnatagli dal neo-sposo Silvio Berlusconi. Una giornata aperta dall’intemerata di Simone Pillon, senatore noto per le sue esternazioni anti-abortiste che trova il modo di dire la sua sul conflitto …

ROMA - "Tutti in Aula", la raccomandazione di Salvini, neppure troppo perentoria. Ma la Lega, ancora una volta, fa i conti con le sue due anime. Una allineata e coperta dietro la posizione del segretario, che la guerra ha fatto diventare atlantista dopo i passati e smodati complimenti a Putin. L’altra fa fatica a trattenere la perplessità per l’appoggio incondizionato all’Ucraina, anche attraverso l’invio delle armi. Morale: alla Camera, oggi, non saranno pochi i parlamentari del Carroccio ad ascoltare Zelensky. Ma le assenze si annunciano di peso. E le voci sfuggite alla inflessibile macchina della comunicazione leghista sono roboanti.


È stata un’altra vigilia di tormenti, per il Capitano, pur rinfrancato dalla leadership assegnatagli dal neo-sposo Silvio Berlusconi. Una giornata aperta dall’intemerata di Simone Pillon, senatore noto per le sue esternazioni anti-abortiste che trova il modo di dire la sua sul conflitto e sulla seduta parlamentare convocata per ascoltare Zelensky: "Sulla videoconferenza ho forti perplessità perché credo che dovremmo collocarci in una posizione adeguata per promuovere la pace. Vendere armi a una delle parti in conflitto non favorisce il dialogo". Una posizione che nella Lega ci si affretta a definire "personale".

E in serata, quando il capogruppo Riccardo Molinari tenta di serrare le file ("penso che sia ingiustificabile non partecipare all’audizione di Zelensky"), lo fa con un ridimensionamento del problema: "Fortunatamente della Lega ho letto un nome solo, un nome che è solito avere posizioni un po’ sopra le righ". Non sa, Molinari, che a quell’ora qualche altre purosangue – oltre a Pillon – è fuggito dal recinto. Chi ha notizie, ad esempio, di Vito Comencini, il deputato filo-russo volato a San Pietroburgo e poi intenzionato ad andare nel Donbass o almeno a Rostov per dare manforte alla causa dei separatisti?

Abbiamo ricostruito i suoi movimenti: Comencini non è riuscito a raggiungere le sue mete ed è tornato in Italia. Ma oggi, in Parlamento, non ci sarà. E mancherà anche Matteo Micheli, altro deputato che disse no alla risoluzione unitaria nella parte che prevedeva l’invio delle armi. La terza collega che si comportò allo stesso modo, Elena Murelli, oggi sarà a Montecitorio ad ascoltare Zelensky, ma quasi per sfida: "Io voglio sentire cosa ha da dire, perché – dice all’Adnkronos – ho informazioni diverse. Mi riferiscono che ci sono anche bande paramilitari di estrema destra che sparano sui civili, ci sono ucraini che colpiscono la loro popolazione. Vediamo se questo ce lo dirà il presidente".

E marcherà visita pure Armando Siri, consigliere economico di Salvini, considerato uomo-cerniera fra il partito e la Russia: nel 2019 la trasmissione Report svelò l’esistenza di una mail con cui Siri sollecitava la partecipazione di Putin alla scuola di politica della Lega. Siri, l’estate scorsa, è stato uno dei volti della protesta No Pass.


Come Claudio Borghi, un altro che resterà alla larga dalla Camera: "Domani sono fuori Roma, è una questione di turni con i colleghi, non è un problema politico. Anche se non capisco perché non sarà consentito ai parlamentari fare domande a Zelensky...". Fra i sicuri assenti c’è chi, coperto dall’anonimato, esprime tutte le sue riserve: "Avremmo dovuto opporci all’invio delle armi e avere un ruolo di pacifici mediatori che invece abbiamo regalato alla Turchia. Quanto a Zelensky, mi sembra il Beppe Grillo dell’Ucraina...". Non esattamente giudizi teneri verso il presidente di un Paese sotto le bombe.

Altri mancheranno per distrazione: "Non mi sono prenotato in tempo per avere un posto in Aula, sarei finito nel Transatantico – dice il senatore Francesco Mollame – Preferisco andare in commissione. Ma condivido la linea del governo e so distinguere fra aggressori e aggrediti. Chi dice che avremmo dovuto sentire pure Putin mi fa ridere...". L’assenza più pesante, fra i leghisti, sarà fra i banchi del governo: mancherà il capodelegazione Giancarlo Giorgetti. Il ministro, si apprende, aveva un impegno fissato precedentemente: alle 10 farà visita alla Ferrari a Maranello.


Fatti i conti: la maggioranza dei leghisti sarà in Aula ma almeno una dozzina di parlamentari si terrà lontana da Montecitorio e molti di più timbreranno il cartellino con scetticismo. D’altronde, i “dissidenti” hanno una sponda importante in Marine Le Pen, alleata europea di Salvini che non parteciperà domani alla videoconferenza di Zelensky in collegamento con il Parlamento francese.