Dl Ucraina, in Senato pesano le assenze "ingiustificate". E Conte mette alla porta Petrocelli
di Emanuele Lauria , di Emanuele LauriaI no sono quelli previsti: Fratelli d'Italia, la restante parte di opposizione, il grillino filorusso Vito Petrocelli. Le assenze, alla fine, non sono tantissime: 72, di cui 25 "ingiustificate". Il quadro complessivo, però, rimane pesante. Attorno all'invio di armi in Ucraina e alla spesa militare c'è un dissenso che continua a serpeggiare, fra i parlamentari anche di primo piano: rivela un problema dentro i partiti, soprattutto i 5Stelle, e non può che preoccupare pure Mario Draghi, che tutto vuole tranne che un finale turbolento di legislatura.
Quei 214 sì ottenuti dal decreto Ucraina al Senato consentono al premier di continuare la marcia. L…
I no sono quelli previsti: Fratelli d'Italia, la restante parte di opposizione, il grillino filorusso Vito Petrocelli. Le assenze, alla fine, non sono tantissime: 72, di cui 25 "ingiustificate". Il quadro complessivo, però, rimane pesante. Attorno all'invio di armi in Ucraina e alla spesa militare c'è un dissenso che continua a serpeggiare, fra i parlamentari anche di primo piano: rivela un problema dentro i partiti, soprattutto i 5Stelle, e non può che preoccupare pure Mario Draghi, che tutto vuole tranne che un finale turbolento di legislatura.
Quei 214 sì ottenuti dal decreto Ucraina al Senato consentono al premier di continuare la marcia. L'escamotage regolamentare con cui è stato impedito che sbarcasse in aula anche l'ordine del giorno di Fdi sull'aumento delle spese militari, assieme al'impegno del ministro Guerini di prorogare sino al 2028 il termine per raggiungere l'obiettivo del due per cento del Pil, ha rasserenato gli animi fra i 5Stelle. La capogruppo Maria Domenica Castellone, dopo aver espresso apprezzamento per l'iniziativa di Guerini, ha addirittura detto in aula che "la nostra fiducia sul provvedimento, sul governo e sulla Nato non è mai venuta meno". Parole pronunciate mentre l'aula rumoreggiava, a metà fra la protesta e il sarcasmo.
La tregua grillina, in ogni caso, è durata poco. Perché al momento del voto si è consumata una frattura chiara, anche se non rilevante sul piano numerico. E' arrivato il no del presidente della commissione Esteri Petrocelli, preceduto da un commento durissimo: "Approvare il decreto Ucraina è la cosa peggiore che l'Italia può fare in questo momento e l'invio di armi ci rende un paese co-belligerante". Decisione per cui, nella sostanza, Petrocelli viene espulso: "I 5 stelle che hanno votato contro la fiducia sul Dl Ucraina sono fuori dal movimento", dice Giuseppe Conte in serata.
Ma dalla pancia del Movimento arrivano altri segnali di malessere: fra gli undici assenti c'è Daniele Pesco, presidente della commissione Bilancio del Senato, un'altra figura istituzionale dei 5Stelle. Pesco, fra l'altro, risulta fra gli "ingiustificati", ovvero non fa parte di quei senatori (8) che erano in congedo e in missione. Come lui Airola e Gianluca Ferrara.
Insomma, il caso è ancora aperto, fra i grillini che sulle spese militari hanno rischiato di scatenare una crisi di governo. Dopo la votazione, l'ex capo politico Vito Crimi si è fermato con alcuni colleghi alla buvette, la maggior parte dei senatori è incece andata via in fretta. .Intanto Conte smentisce tensioni con Di Maio e dice: "Se farò mai un altro partito? Sono completamente focalizzato sul Movimento 5 Stelle, non esistono altre possibilità".
Anche Forza Italia e Lega hanno lamentato un discreto numero di defezioni: 17 da parte di Fi (con 12 missioni) e 15 della Lega (con 10 missioni). Fra gli assenti ingiustificati anche figure del calibro di Alberto Bagnai e Armando Siri, che anche in altre recenti occasioni, quando al Senato si trattava il tema della guerra, si erano tenuti lontano da Palazzo Madama. Siri, al telefono, garantisce: "Nessun caso politico, solo casualità: stamattina ero a un corso e non ho fatto in tempo ad arrivare a Roma". Salvini, prima di arrivare in Senato, aveva insisitito su una linea non perfettamente coincidente con quella del governo: "Mandare più armi all'Ucraina non è la soluzione per avvicinare la pace".
In aula i no più rumorosi sono arrivati non da Fdi ma dalla restante parte dell'opposizione: i senatori di Alternativa e Italexit, al termine dell'intervento di Gianluigi Paragone, hanno esposto dei cartelli con la scritta "No soldi per armi". I senatori di Alternativa urlano che "con questo decreto il governo italiano tradisce la Costituzione", mentre Emanuele Dessì del gruppo misto, parlando dal suo scranno, si è lanciato in una vibrante invettiva: "Le guerre non le fanno solo i fabbricanti d'armi e i commessi viaggiatori che le vendono, ma anche le persone come voi, le famiglie come la vostra, che vogliono, vogliono, vogliono e non si accontentano mai. Le ville, le macchine, le moto, le feste, il cavallo, gli anellini e i braccialetti, le pellicce costano molto e, per procurarseli, qualcuno bisogna fregare. Lo diceva Alberto Sordi in un famoso film, "Finché c'è guerra c'è speranza", era il 1974. Sono passati quarant'anni, ma non abbiamo imparato niente: ci avete fregato anche stavolta".
E' in questo clima che si volta pagina, con la preoccupazione del Pd che l'ultimo tratto di legislatura possa trasformarsi in un percorso a ostacoli per Draghi. "Deve essere chiaro a tutti - ammonisce la capogruppo al Senato Simona Malpezzi - che la politica estera è il cardine di qualsiasi alleanza. Alcuni atteggiamenti dei 5S hanno rischiato di mettere in crisi la credibilità del Paese e la stabilità di governo"
"È molto preoccupante e molto grave che importanti cariche istituzionali del M5S come Petrocelli e Pesco abbiano votato contro il Dl Ucraina", dice il senatore dem Andrea Marcucci. Dura anche la posizione di Italia dei Valori: Conte? In questi giorni ha fatto uno show da campagna elettorale", sibila il capogruppo di Iv Davide Faraone. La partita, almeno per ora, è chiusa. Ma pochi scommettono che non ci siano i tempi supplementari.