Spese militari, non rispettare i patti con la Nato rischia di farci uscire dal Club dei Grandi dell'Ue
dal nostro corrispondente Claudio Tito , dal nostro corrispondente Claudio TitoBRUXELLES - Il 2 per cento di Pil per gli investimenti nella Difesa è solo una battaglia finanziaria? Vale solo per lo sforzo economico? O c’è qualcos’altro dietro la scelta del governo italiano di non accettare compromessi? Ci sono ragioni di convenienza politica e di autorevolezza internazionale immediata. Di capacità di incidere nelle scelte della Nato nel medio-lungo periodo. E di interessi economici e industriali per niente secondari nel sistema-Paese. Tutte questioni che inevitabilmente verranno trattate la prossima settimana al vertice della Nato con i ministri degli Esteri dell’Alleanza e al summit di fine giugno a Madrid in cui sarà ridisegnata la strategia del Patto atlantico.
BRUXELLES - Il 2 per cento di Pil per gli investimenti nella Difesa è solo una battaglia finanziaria? Vale solo per lo sforzo economico? O c’è qualcos’altro dietro la scelta del governo italiano di non accettare compromessi? Ci sono ragioni di convenienza politica e di autorevolezza internazionale immediata. Di capacità di incidere nelle scelte della Nato nel medio-lungo periodo. E di interessi economici e industriali per niente secondari nel sistema-Paese. Tutte questioni che inevitabilmente verranno trattate la prossima settimana al vertice della Nato con i ministri degli Esteri dell’Alleanza e al summit di fine giugno a Madrid in cui sarà ridisegnata la strategia del Patto atlantico.
Il primo aspetto è stato sintetizzato solo tre giorni fa dal presidente ucraino Zelensky. “Ringrazio l’Italia – ha annunciato - per la disponibilità a unirsi alla creazione di un sistema di garanzie di sicurezza". Il nostro Paese potrebbe e in caso di tregua tra Kiev e Mosca dovrebbe far parte del pacchetto di Paesi incaricati di svolgere un ruolo di garanti. Insieme ai cinque membri permanenti dell’Onu, la Turchia e la Germania. Far parte di questo gruppo non significa solo prestigio. Ma giocare un ruolo nello scacchiere europeo e mediterraneo. Berlino ne è un protagonista per il suo peso specifico ma anche per aver annunciato un investimento-monstre nella Difesa di 100 miliardi.
Se il nostro Paese, allora, non offre le garanzie piene su questo versante – la dimensione militare in Ucraina non potrebbe infatti che rappresentare un fattore determinante - rischia concretamente di non essere tra i “garanti” della pace. Sostanzialmente entreremmo in una sorta di “serie B” delle nazioni, un po' come la squadra di calcio esclusa dai mondiali. Verremmo equiparati – non calcisticamente – alla Spagna. Esclusi cioè dal club dei “grandi”. Con un raggio d’azione limitato.
Del resto, la guerra mossa dalla Russia contro l’Ucraina ha spostato indietro le lancette dell’orologio. La sicurezza è ridiventata uno dei parametri per valutare il peso specifico di una nazione. Soprattutto in Europa dove si svolge il conflitto. L’espulsione dal “club” è insomma un rischio altissimo. Perché verrebbe ridimensionata non solo l’autorevolezza ma anche la capacità industriale.
E qui siamo all’aspetto strettamente economico. Molti dei consorzi per la costruzione dei nuovi sistemi di difesa si basano in Europa sulla partecipazione paritaria. Se non metti i soldi, non ci sei. Da tenere presente che una delle lezioni impartite dall’invasione russa dell’Ucraina è proprio la “sconfitta” dei carri armati tradizionali. E’ la conferma che la sicurezza e i conflitti ormai si conducono con altri strumenti. Che vanno concordati, finanziati e prodotti.
Solo a titolo d’esempio l’Italia è coinvolta in almeno 5 grandi progetti le cui dimensioni industriali sono importantissime: l’aereo da combattimento di sesta generazione F-CAS con Francia e Germania; Il drone EUROMALE; il nuovo Elicottero da combattimento; la Corvetta europea; l’MGCS, il supercarro europeo. Accettare l’incognita di star fuori da questi consorzi o di non potere entrare nei prossimi potrebbe quindi avere un costo altissimo. Anche in termini occupazionali. Tra l’altro molti degli impianti militari hanno ormai un “dual use”, ossia prevedono anche un impiego civile come le tlc. Dinanzi ad un alleato, come la Germania, che mette sul tavolo 100 miliardi mostrarsi incerti può equivalere alla rinuncia di una chance.
Buona parte di tutto questo si decide nei prossimi mesi. Essere coinvolti e restare ai margini è l’opzione di questo tempo. La prossima settimana, ad esempio, si terrà un nuovo vertice della Nato (ministri degli Esteri). In quella sede si discuterà anche se e chi può far parte del gruppo dei “garanti” in Ucraina. E sarà anche l’occasione per preparare il summit dell’Alleanza Atlantica di giugno a Madrid. In quel caso l’interesse strategico si amplia. Sarà l’occasione per approvare lo Strategic concept, ossia quel che sarà la Nato nei prossimi dieci anni. E, al di là di quel che è accaduto in queste settimane, si disegnerà un sistema di sicurezza in cui diventano fattori decisivi l’energia, l’ambiente e l’autonomia alimentare.
Non solo. Ormai da un mese in Europa si discute la possibilità di dar vita ad un altro Recovery Fund. Riservato integralmente a Difesa e Energia. Il presidente francese Macron lo aveva inserito nell’ordine del giorno del Consiglio europeo di due settimane fa a Versailles e se ne riparlerà al Consiglio Straordinario di maggio. È una partita da giocare, il cui esito non è scontato vista la ritrosia con cui i cosiddetti paesi “frugali” del nord Europa affrontano il debito comune. Ma certo presentarsi al negoziato con la postura di chi non ha intenzione di spendere quei soldi o addirittura ridurre i suoi impegni, non costituisce il modo migliore per persuadere gli scettici.
Senza contare che il mandato del Segretario Generale della Nato, Jens Stoltenberg, si concluderà il prossimo anno. L’Italia da tempo è stata indicata come il Paese più accreditato per ricoprire quel ruolo (l’ultimo italiano con un mandato pieno è stato Manlio Brosio nel 1971). “L’Italia – ha detto solo pochi giorni fa lo stesso Stoltenberg - è un alleato e membro fondatore della Nato molto apprezzato, e sta contribuendo alla nostra difesa collettiva in molti modi diversi”. La candidatura al vertice del Patto prima che personale è nazionale.
Arrivare, dunque, a tutti questi appuntamenti senza le carte in regola, comporta un rischio di cui bisogna essere consapevoli: retrocedere nella “serie B” degli alleati.