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Petrocelli, verso dimissioni di massa in commissione Esteri. Accordo per sostituirlo con un altro grillino

Il Movimento apre l'istruttoria contro il senatore filo-Mosca e "in settimana sarà ratificata l'espulsione", l'incognita Raggi in caso di ricorso. Pd e 5S pronti ad andare da Casellati per revocarlo dalla presidenza, i dem ricordano 'il precedente Villari': in pole c'è Ferrara
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Tutti da Elisabetta Casellati, per schiacciare il tasto game over sul caso Vito Petrocelli. Mentre il M5S è pronto a ratificare in settimana l'espulsione del senatore filo-Mosca, che giovedì scorso ha votato no alla fiducia sul dl Ucraina, l'asse giallorosso si rinsalda per destituirlo dalla presidenza della Commissione Esteri. Poltrona a cui "Petrov" non vuole rinunciare, convinto di poter assicurare "terzietà", pur non condividendo la linea della maggioranza e del governo sul conflitto a Kiev. E nonostante la relazione speciale col Cremlino coltivata in 4 anni e mezzo di mandato sia diventata ormai più che imbarazzante, non solo per il Movimento ma per tutta l'assemblea che all'estero dovrebbe rappresentare.

Tutti da Elisabetta Casellati, per schiacciare il tasto game over sul caso Vito Petrocelli. Mentre il M5S è pronto a ratificare in settimana l'espulsione del senatore filo-Mosca, che giovedì scorso ha votato no alla fiducia sul dl Ucraina, l'asse giallorosso si rinsalda per destituirlo dalla presidenza della Commissione Esteri. Poltrona a cui "Petrov" non vuole rinunciare, convinto di poter assicurare "terzietà", pur non condividendo la linea della maggioranza e del governo sul conflitto a Kiev. E nonostante la relazione speciale col Cremlino coltivata in 4 anni e mezzo di mandato sia diventata ormai più che imbarazzante, non solo per il Movimento ma per tutta l'assemblea che all'estero dovrebbe rappresentare.

Saranno giorni complicati, quindi, per Petrocelli e il Movimento. Il primo passo dovrebbe farlo il gruppo 5 Stelle al Senato. L'istruttoria disciplinare è stata avviata - da statuto basta un voto contrario alla fiducia - "e in settimana sarà ratificata l'espulsione", spiegano ai vertici. Più farraginoso l'iter per l'espulsione dal partito, dato che il collegio dei probiviri, eletto lunedì scorso, deve ancora insediarsi (ne fanno parte Danilo Toninelli, Fabiana Dadone e Barbara Floridia). In ogni caso la decisione è presa. Come ha ripetuto Giuseppe Conte, "Petrocelli si è messo fuori da solo". C'è sempre la possibilità di un ricorso, da parte del senatore dissidente. In quel caso la pratica passerebbe al Comitato dei garanti grillini, di cui fa parte Virginia Raggi. E viene da chiedersi che farebbe a quel punto l'ex sindaca, non troppo distante dalle posizioni di Petrov, vedi gli articoli e i post sul governo ucraino "eterodiretto dagli Usa" pubblicati nelle chat interne dei 5 Stelle.

C'è poi la partita parlamentare. Petrocelli non intende lasciare la presidenza della Commissione Esteri. Da regolamento, non può essere sfiduciato. Ma il Pd ricorda il "precedente Villari", cioè Riccardo Villari, presidente della Commissione di Vigilanza Rai dal novembre 2008 al febbraio 2009. Eletto in quota opposizione dalla maggioranza berlusconiana dell'epoca, non si dimise, ma tutti i gruppi parlamentari alla fine lasciarono l'organismo, costringendo i presidenti di Camera e Senato a sciogliere la commissione per rinominarla, con un nuovo capo. È questo lo schema proposto dai dem e che ha avuto un avallo di massima anche dai 5 Stelle, che conserverebbero la presidenza. In pole c'è Gianluca Ferrara, oggi vice-capogruppo del M5S al Senato e capogruppo in Commissione Esteri. L'alternativa è Simona Nocerino, ma agli Esteri ha poca esperienza, è lì solo da 6 mesi.

Anche alcuni esponenti della Lega sono d'accordo con la rimozione di Petrocelli, così come Forza Italia. Tra domani e giovedì si vedranno i capigruppo. Il passo successivo è già stato discusso negli incontri e nelle telefonate di questi giorni: la prossima settimana tutti i capigruppo dovrebbero salire dalla presidente del Senato per chiedere lo scioglimento della commissione. Casellati ancora non si è espressa, ma ha mandato un primo segnale, bloccando la trasferta di Petrocelli negli Stati Uniti, programmata per inizio aprile. C'è chi spera ancora in un passo indietro del presidente della Commissione Esteri. "Per coerenza, dovrebbe lasciare", è convinto il senatore Pd, Alessandro Alfieri.

Fra tante porte che si chiudono, ce n'è una che si apre, per Petrov: quella del Partito comunista di Marco Rizzo. "Non aperte, le nostre porte sono spalancate, magari si unisse a noi", è il messaggio che fa recapitare Emanuele Dessì, ex senatore M5S passato al Pc, fresco di trasferta in Bielorussia dove ha incontrato gli emissari di Lukashenko. Per Petrocelli sarebbe un ritorno, dati i trascorsi giovanili coi maoisti-leninisti dei Carc. "Deve decidere lui - riprende Dessì - ma di sicuro qui c'è sempre posto per un vero socialista".