Bucha, quelle foto dell'orrore e il dovere di non chiudere gli occhi
di Michele Serra , di Michele SerraLe immagini dell’eccidio di Bucha, sorrette anche da numerose testimonianze sul campo, spiccano nell’enorme mucchio di informazioni dall’Ucraina per la loro atroce evidenza. Mostrano crimini di guerra, concetto che tenta di indicare un limite, etico e giuridico, perfino alla violenza - già orribile nei suoi presupposti - di una invasione armata. Sono, queste fotografie, il salto di qualità che fa vacillare ogni tentativo di interpretazione “razionale” di una guerra, ricacciandola in una dimensione bestiale, verrebbe da dire disumana non fossero uomini tanto i carnefii quanto le vittime. L’umano, sapete, è anche questa capacità di macellare le vite degli altri. In questo caso: vite di ucraini macellate dalla guerra di invasione russa.
Le immagini dell’eccidio di Bucha, sorrette anche da numerose testimonianze sul campo, spiccano nell’enorme mucchio di informazioni dall’Ucraina per la loro atroce evidenza. Mostrano crimini di guerra, concetto che tenta di indicare un limite, etico e giuridico, perfino alla violenza - già orribile nei suoi presupposti - di una invasione armata. Sono, queste fotografie, il salto di qualità che fa vacillare ogni tentativo di interpretazione “razionale” di una guerra, ricacciandola in una dimensione bestiale, verrebbe da dire disumana non fossero uomini tanto i carnefii quanto le vittime. L’umano, sapete, è anche questa capacità di macellare le vite degli altri. In questo caso: vite di ucraini macellate dalla guerra di invasione russa.
Precedenti “gocce che fanno traboccare il vaso” (la pulizia etnica a Srebrenica, il massacro nel villaggio vietnamita di My Lai, l’uso di armi chimiche in Iraq e in Siria) ebbero un forte impatto sull’opinione pubblica mondiale. Ma la loro documentazione fu parziale e tardiva, per ragioni tecnologiche prima che politiche: quei crimini avvennero in un’epoca precedente, nella quale il web doveva ancora nascere, i social non esistevano, la comunicazione non era materia spicciola e globale e l’informazione era ancora un prodotto “professionale”, con tutti i suoi limiti di controllo politico ed economico; e però con qualche vantaggio, come dire, di competenza, di vaglio delle notizie. Un mestiere è un mestiere.
Oggi in tempo reale milioni di immagini, miliardi di parole di commento allagano i nostri video portatili. Conosciamo ormai fin troppo bene gli svantaggi di questa condizione. Ogni minimo attore della comunicazione globale, il più insulso, il più incompetente, il più fazioso, si sente autorizzato a dire: non è vero. È un falso. Una montatura. Non ci credo. Mi fa comodo non crederci, e mi risulta troppo scomodo crederci. Negare la realtà, facoltà un tempo delle caste di potere, dei sacerdoti, dei manipolatori di corte, oggi è una facoltà a disposizione di tutti. La menzogna è, diciamo così, una conquista del popolo. Terribile constatazione: la menzogna è una conquista del popolo.
Ma la domanda che dobbiamo farci, davanti ai poveri cristi di Bucha, è se questo smercio velocissimo, indiscriminato dell’orrore non abbia anche, per risarcimento, dei vantaggi. Se, cioè, la fulminea percezione “porta a porta” del massacro, la pervasività della comunicazione, perfino la sua dozzinale gratuità (lo spettacolo della morte non costa niente!) non abbia anche un effetto deterrente. Il potere non può più contare sul segreto. Non può più confidare nella sua impunità. Tutto è in piazza. E se questa mutazione del mondo in chat, lo sappiamo bene, comporta anche un formidabile stimolo all’idiozia, alla presunzione, alla manipolazione, dobbiamo anche credere, sperare, volere, disperatamente volere, che il “tutto è in piazza” comporti anche, per i potenti della Terra, un problema in più. Le porcherie non possono più contare sul nascondimento.
Non c’è più scelta, siamo costretti a fidarci di noi stessi (che azzardo!). Il gioco è aperto a tutti, e a ciascuno di noi sta il compito – direi il dovere – se credere in quei cadaveri casuali, in quei motorini rovesciati, in quei cani che aspettano il destino accucciati accanto al cadavere del padrone. Oppure non crederci, perché così ci va di fare: a patto di prenderci la responsabilità di non credere al dolore degli altri, alla morte degli altri.
E’ vero, tutti hanno facoltà di non credere. Ma questo vuol dire, anche, che tutti abbiamo la facoltà di credere. E di non chiudere gli occhi. In questo conflitto tra empatia e diffidenza (e tra umiltà e presunzione) sta il futuro del mondo.