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Elezioni Francia, Letta: “La destra si batte dando risposte al disagio. Con i populisti all’Eliseo l’Europa va in frantumi"

(ansa)

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Intervista al segretario dem: "Il risultato del primo turno è incoraggiante dimostra che chi crede nell’Europa parte in vantaggio"
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 «Il risultato francese è incoraggiante, dimostra che nello scontro tra sovranisti ed europeisti a partire in vantaggio è chi crede in un’Europa più unita e forte, non chi punta a sfasciarla». È ancora presto per festeggiare ma Enrico Letta — che forse sarebbe ancora a Parigi se un anno fa non fosse stato chiamato d’urgenza al capezzale di un Pd in agonia — trattiene a fatica la soddisfazione. «È molto positivo che Melenchon abbia subito chiamato al voto contro Le Pen», aggiunge, «un passo in avanti rispetto all’altra volta, quando non disse nulla e parte del suo elettorato si spostò a destra».

Qual è il dato che più l’ha colpita?
«Sono due in realtà. Il primo è l’inquietante analogia con l’Italia: anche in Francia i partiti che in passato hanno espresso grande sintonia con Putin rappresentano metà dell’elett…

 «Il risultato francese è incoraggiante, dimostra che nello scontro tra sovranisti ed europeisti a partire in vantaggio è chi crede in un’Europa più unita e forte, non chi punta a sfasciarla». È ancora presto per festeggiare ma Enrico Letta — che forse sarebbe ancora a Parigi se un anno fa non fosse stato chiamato d’urgenza al capezzale di un Pd in agonia — trattiene a fatica la soddisfazione. «È molto positivo che Melenchon abbia subito chiamato al voto contro Le Pen», aggiunge, «un passo in avanti rispetto all’altra volta, quando non disse nulla e parte del suo elettorato si spostò a destra».

Qual è il dato che più l’ha colpita?
«Sono due in realtà. Il primo è l’inquietante analogia con l’Italia: anche in Francia i partiti che in passato hanno espresso grande sintonia con Putin rappresentano metà dell’elettorato complessivo. Da noi Salvini, Meloni e Berlusconi; di là Le Pen, Melenchon e Zemmour».

E il secondo?
«La radicalizzazione. Sia a destra che a sinistra perdono le forze tradizionali e i voti si spostano sulle estreme. I gollisti, che nel 2017 presero il 20%, stavolta escono umiliati. Come i socialisti, surclassati dalla sinistra-sinistra».

Salvini ha esultato per il risultato di Le Pen. Non le crea imbarazzo governare con la Lega?
«È la prova che noi siamo alternativi alla Lega e che la collaborazione con loro è eccezionale e limitata a questo governo. Il fatto che la destra italiana parteggi per una come Le Pen, che ha come obiettivo sfasciare l’Europa, trovo sia un atteggiamento contrario ai nostri interessi nazionali. Vuol dire tifare per mandare gambe all’aria chi ci dà i 200 miliardi del Recovery e ci sta proteggendo».

Anche il Conte I, l’esecutivo gialloverde varato in Italia nel 2018, aveva le stesse tendenze…
«Aveva pulsioni antisistema, ma sulle grandi scelte è riuscito a non passare mai la linea rossa. Se accadesse in Francia sarebbe la prima volta di un governo antieuropeo, populista e anti-integrazione nel cuore dell’Europa: sarebbe la sua fine».

Non sarà che le forze liberali e progressiste europee hanno sottovalutato il rischio populismo?
«Secondo me sì e si continua a sottovalutarlo perché si è pensato che fosse sufficiente la sconfitta di Trump o l’evidente follia della guerra di Putin per fiaccare i partiti di destra che li hanno sempre sostenuti. Si è creduto, sbagliando, che il conflitto tra nazionalismo e integrazione europea si potesse risolvere a favore di quest’ultima. Purtroppo s’è visto che così non è».

La conferma a furor di popolo del serbo Vucic e dell’ungherese Orban è figlia di questa sottovalutazione? E che conseguenze avrà sugli assetti geopolitici europei, trattandosi di Paesi alleati della Russia che hanno mostrato grande equidistanza diplomatica nella crisi ucraina?
«L’esistenza oggi in Europa di un forte populismo è figlia di tante cose. Innanzitutto di una oggettiva situazione di disagio sociale, provocato dall’impatto della pandemia alla quale ora si è aggiunta l’impennata del caro-vita. Fattori che hanno creato una fase di grave incertezza, di orizzonti brevi calati sulla vita delle persone. A vantaggio di chi soffia sulle paure per lucrare consenso. È quel che insegnano pure le elezioni francesi».

Cosa insegnano?
«Bisogna presidiare le inquietudini dell’elettorato per evitare che l’ansia per il futuro, il lavoro, la precarietà, il ridotto potere d’acquisto delle famiglie accentui la radicalizzazione. Per questo l’Europa deve accelerare per dare risposte forti e unitarie. Se non arrivassero, si farebbe il gioco dei vari Le Pen e Orban».

Non rischia di essere già tardi?
«No, se ci muoviamo subito. Nel passato si è concesso troppo a chi vuol sfasciare l’Europa, senza capire che non essere in grado di costruire un’Unione efficace perché bloccata dai veti finisce per favorire proprio coloro che puntano a indebolirla. Penso alle politiche migratorie o alla Difesa comune. Perciò serve al più presto una riforma dei trattati affinché le decisioni vengano prese non più all’unanimità ma a maggioranza, altrimenti gli Orban di turno l’avranno sempre vinta».

Intanto in Spagna l’inflazione è al 10%, in Germania è tornata ai livelli dell’81, in Italia galoppa. Siamo alla vigilia di una nuova recessione?
«Sarebbe la terza in dieci anni, è ciò che dobbiamo evitare a ogni costo. Bisogna sterilizzare il caro bollette con l’intervento di Bruxelles e sostenere i consumi interni attraverso una forte politica salariale che il Pd chiede al governo di attuare subito, detassando tutti i prossimi aumenti dei rinnovi contrattuali».

Stoltenberg dice che la guerra durerà anni, la Finlandia è pronta a chiedere l’adesione alla Nato e pure la Svezia. Come la prenderanno Mosca e Pechino? Non si rischia un’estensione del conflitto?
«Non credo, semmai è la prova dell’errore strategico di Putin. Pensava di indebolire l’Occidente e invece ha ridato fiato a un’alleanza che non era in grande forma. Due anni fa fu Macron a dire che la Nato era in stato di morte cerebrale».

La Cina è prudente, eppure il suo ruolo è determinante. Come si fa a portarla dalla parte dell’Occidente?
«Credo sia necessario che i Paesi europei e Bruxelles aggiustino la propria bussola strategica, avendo in mente che ci sono tre nazioni con cui occorre aprire un dialogo forte e intenso: Cina, India e Turchia. In questi anni è stato un errore clamoroso rinchiudersi nell’ottica occidentale senza capire che tutto quello che stava fuori si sarebbe unito contro di noi. Abbiamo alimentato una contrapposizione Occidente contro resto del mondo, che occorre correggere».

Anche a costo di scontentare Biden?
«Non ho nessun dubbio che oggi parlare con Cina, India e Turchia sia una priorità».

Pure lei, come Conte, ritiene che gli interessi degli Usa non sempre convergono con quelli di Italia ed Europa e serve ripensare l’alleanza?
«Io credo ci sia una convergenza ma non un’identità di posizioni. Per questo è importante lavorare per una Difesa comune europea».

Borrell ha quantificato in 35 miliardi i pagamenti di Bruxelles alla Russia per gas, petrolio e carbone dall’inizio della guerra. Per le armi all’Ucraina ne sono stati stanziati solo 1,5. Basta o bisogna fare di più?
«Il vero scandalo è il miliardo al giorno che noi versiamo a Putin dall’inizio del conflitto. Perciò è necessario sganciarsi dalla sua dipendenza energetica. So che è difficile ma non vedo alternative. Se non si vuole una guerra mondiale con la Russia non dobbiamo cedere sulle sanzioni. Dobbiamo costruire una strategia di breve e lungo termine che ci renda indipendenti da Mosca».

Sì ma come?
«A livello nazionale vanno cercati approvvigionamenti alternativi, come stanno già facendo il premier Draghi e il ministro Di Maio. A livello europeo bisogna mettere un price-cap per arginare il prezzo del gas ma soprattutto prevedere compensazioni economiche per i Paesi che dipendono di più dalla Russia».