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De Luna: "La Resistenza non è stata pacifista. La Nato è solo una scusa"

Lo storico Giovanni De Luna 
Lo storico: "Quello del presidente russo è un ampio disegno imperiale in uno schema geopolitico multipolare. La guerra è quasi privatizzata. Siamo sommersi dalle notizie e assuefatti di fronte all'orrore"
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Giovanni De Luna, 79 anni, docente di Storia contemporanea all'Università di Torino, parla della guerra in Ucraina e del dibattito a sinistra misurando ogni parola.

Alcuni ragionando sulle origini del conflitto evocano l'allargamento della Nato a Est, concorda?
"La trovo una scusa, una montatura: la Nato è una tigre di carta, pensi ad esempio alla Turchia che ne fa parte ma con ampissima libertà. Quanto agli Stati Uniti, guidati da un presidente debole come Joe Biden, finora hanno tutto da guadagnare e nulla da perdere da questo conflitto. A logorarsi sono i partner europei, oltre ovviamente alla Russia".

Quali sono allora le ragioni dell'attacco russo?
"Da un lato la ripresa di un disegno imperiale ad ampio raggio della Russia coltivato da Putin, dall'altro il suo tentativo di attribuirsi un ruolo di forza in uno schema multipolare. Un calcolo che si sta rivelando sbagliato".

Secondo lei la storia che ruolo darà…

Giovanni De Luna, 79 anni, docente di Storia contemporanea all'Università di Torino, parla della guerra in Ucraina e del dibattito a sinistra misurando ogni parola.

Alcuni ragionando sulle origini del conflitto evocano l'allargamento della Nato a Est, concorda?
"La trovo una scusa, una montatura: la Nato è una tigre di carta, pensi ad esempio alla Turchia che ne fa parte ma con ampissima libertà. Quanto agli Stati Uniti, guidati da un presidente debole come Joe Biden, finora hanno tutto da guadagnare e nulla da perdere da questo conflitto. A logorarsi sono i partner europei, oltre ovviamente alla Russia".

Quali sono allora le ragioni dell'attacco russo?
"Da un lato la ripresa di un disegno imperiale ad ampio raggio della Russia coltivato da Putin, dall'altro il suo tentativo di attribuirsi un ruolo di forza in uno schema multipolare. Un calcolo che si sta rivelando sbagliato".

Secondo lei la storia che ruolo darà a Putin?
"Quello dell'utile idiota di Stati Uniti e Cina, le quali stanno assistendo a queste convulsioni dalla finestra. Forse Silvio Berlusconi, tra tanti errori, aveva capito bene che "il mio amico Putin" doveva avvicinarsi all'Europa e creare con essa una forza indipendente. Una volta tramontata la possibilità dell'allineamento, le scelte di Putin hanno favorito il ritorno a uno schema mondiale bipolare".

Quando questa guerra finirà, spazio per un dialogo tra l'Europa e lui non ce ne sarà più?
"Non potrà più essere un interlocutore. Non so quanto consapevolmente, ma ha rinunciato a ogni possibilità di dialogo seminando odio e riprovazione".

Lei pensa che un pezzo di sinistra, magari anche inconsciamente, coltivi una specie di fascinazione post sovietica verso la Russia e le sue ragioni?
"Credo di no perché i conti con quella esperienza sono stati fatti da tempo. Nel Pci il fulcro dell'azione era il rapporto con la classe operaia, non con l'Urss che sì, c'era, ma tutto sommato lontana. Quanto poi alla mia generazione, devo ricordare che ebbe sempre un rapporto conflittuale con l'Unione Sovietica. Il problema oggi è perlopiù a destra".

Il sostegno all'Ucraina e alle sue ragioni non è in discussione.
"Non ci sono dubbi, di fronte a Davide contro Golia è naturale e istintivo schierarsi con il primo. Ma non si può chiedere a uno storico di fare analisi approfondite sull'attualità. Sono abituato a far prevalare le ragioni della conoscenza a quella delle emozioni. La consapevolezza di uno storico ha tempi diversi. Ricordo quando serbi e croati in guerra tra loro ci facevano vedere le immmagini delle stesse fosse comuni addossandosi le colpe gli uni agli altri. O quando a Timisoara la scoperta di una fossa comune e la relativa denuncia di un massacro giustificò la caduta del regime e l'uccisione di Ceausescu con la moglie e solo dopo si scoprì che quei morti mostrati ai media erano gente comune, defunta in ospedale. La storia è un approccio basato sulla consapevolezza e anche sul "senno di poi"".

Lei ha scritto molto sulle lotte partigiane, che giudizio dà all'Anpi pacifista?
"Il pacifismo è una posizione legittima. Le immagini drammatiche e cariche di orrore, l'utilizzo che ne viene fatto anche per ragioni di propaganda e come sempre questo avviene in guerra da entrambi i fronti: il rifiuto di tutto ciò e il pensiero che la guerra sia un male assoluto è umano. Trovo però opinabile attribuire questa posizione pacifista a chi ha fatto la Resistenza. Penso ad esempio a Nuto Revelli, prendere le armi per lui fu una rivalsa contro i tedeschi, quando ci fu la prima guerra del Golfo era terrorizzato che si verificasse una nuova Monaco, "guai a non accettare la guerra", disse. C'è una lunga tradizione non pacifista nella sinistra e nella Resistenza. Carlo Rosselli era convinto che la guerra potesse rompere gli equilibri internazionali, "oggi la Spagna e domani l'Italia", scrisse quando andò volontario per difendere il Fronte popolare. Si contano sulle dita della mano quelli che da partigiani non impugnarono le armi e fu un modo di riappropriarsi di un'autonomia persa nel fascismo".

Perché comunque il confronto sul da farsi è così aspro?
"Quel che sta succedendo in Ucraina è post novecentesco: c'è un groviglio che sfugge alle normali categorie, si pensi ai battaglioni e ai mercenari al servizio accanto agli eserciti regolari. È una guerra quasi privatizzata, quando prima era statuale. Assistiamo alla stessa tendenza post muro di Berlino, dove ogni aspetto è privatizzato, guerra inclusa. E poi siamo sommersi di informazioni: a me colpisce il fatto che il risultato è rendere familiare la morte, arriva a casa nostra come il gas, la luce elettrica, l'acqua. Invece dell'indignazione questo favorisce l'assuefazione di fronte a quello che è il più grosso scandalo umano".<QA0>