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Ucraina, Nicola Lagioia: “L'ideologia ora fa confondere aggrediti e aggressori”

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Lo scrittore e direttore del Salone del Libro di Torino: "Prevale la logica secondo cui il nemico del mio nemico è mio amico. Chi evoca l’Iraq accosta due crimini che non hanno relazione". E aggiunge: "Serve una riflessione sul fallimento del genere umano. I social sono viziati dai populisti ma anche delle crociate di purezza progressista"
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Nicola Lagioia, cosa manca nel dibattito sulla guerra?
«Un ragionamento sul fallimento della specie umana».

In che senso?
«Di che pasta è fatta la specie umana se dopo alcuni millenni di civilizzazione, e a 77 anni dalla fine della seconda guerra mondiale, non è in grado di trovare strumenti alternativi alla violenza più brutale per risolvere le controversie? Sarebbe una riflessione tanto più necessaria nel momento in cui viviamo in un mondo dove i banchi di prova decisivi, dal Covid al cambiamento climatico, riguardano l’intera umanità».

Manca la consapevolezza che nessuno è al riparo?
«Alberto Moravia scrisse un libro L’inverno nucleare in cui raccontava del suo viaggio a Hiroshima: “Ecco l’ultima novità: non sono più quel tale individuo a nome Alberto Moravia, non sono più italiano, europeo, ma soltanto un membro della specie. E per giunta membro di una specie dest…

Nicola Lagioia, cosa manca nel dibattito sulla guerra?
«Un ragionamento sul fallimento della specie umana».

In che senso?
«Di che pasta è fatta la specie umana se dopo alcuni millenni di civilizzazione, e a 77 anni dalla fine della seconda guerra mondiale, non è in grado di trovare strumenti alternativi alla violenza più brutale per risolvere le controversie? Sarebbe una riflessione tanto più necessaria nel momento in cui viviamo in un mondo dove i banchi di prova decisivi, dal Covid al cambiamento climatico, riguardano l’intera umanità».

Manca la consapevolezza che nessuno è al riparo?
«Alberto Moravia scrisse un libro L’inverno nucleare in cui raccontava del suo viaggio a Hiroshima: “Ecco l’ultima novità: non sono più quel tale individuo a nome Alberto Moravia, non sono più italiano, europeo, ma soltanto un membro della specie. E per giunta membro di una specie destinata, a quanto pare, a estinguersi al più presto”. Era il 1986».

Perché questa riflessione non c’è?
«Perché paga poco a livello mediatico. Oggi prevale uno schema binario. Gli argomenti divisivi prevalgono sul ragionamento».

I social hanno cambiato la natura del dibattito pubblico?
«In questo senso si sono rivelati abbastanza tremendi. Sui social l’aggressione paga, eppure questi mezzi erano nati per favorire la cooperazione intellettuale».

Sono stati la fortuna dei populisti?
«Non solo, ma anche dei progressisti che fanno le crociate in nome della purezza».

Cosa ci ha rivelato finora la guerra?
«Che la democrazia è molto meno contagiosa del previsto. Eppure è preferibile vivere in Europa e negli Usa piuttosto che in Russia, India o Cina. In assoluto l’Europa resta il posto migliore: un luogo dove si può dissentire».

Perché sente il bisogno di ribadirlo?
«Perché avverto crescere un odio di sé, che si esplica nell’affermazione: “Ci vorrebbe anche da noi un leader come Putin, uno che ama così il suo Paese”. Quelle stesse persone però poi non si trasferiscono in Russia o in Cina, perché sanno benissimo che è meglio restare qui. Mi viene in mente lo scrittore Philip Dick, che diceva: “Se questo mondo vi sembra spietato dovreste vedere gli altri”».

In che mondo vivremo?
«Il rischio è un mondo diviso in due blocchi. Un mio amico, che ha vissuto negli ultimi vent’anni a Mosca, è tornato in Italia e mi ha detto: “In venti giorni la Russia si è trasformata da una democratura a uno stato di polizia».

La guerra è anche un attacco ai nostri valori?
«Conosco troppo poco il mondo russo per avventurarmi in una risposta. S’intuisce in Putin una volontà di potenza. In questo è un prodotto del Novecento. In più non deve tenere conto dell’opinione pubblica. Gli Usa ad un certo punto dovettero fare i conti con l’opposizione alla guerra in Vietnam, degli studenti o di registi, come dimostra il film che Francis Ford Coppola poi girò nel 1979, Apocalypse Now».

Quali sono i fatti?
«C’è un aggressore, Putin e il suo stato maggiore, e un aggredito, il popolo ucraino. L’obiezione che ci siamo sentiti fare è: “D’accordo, ma anche gli Usa hanno invaso l’Iraq sulla base di false informazioni sul possesso di armi chimiche da parte di Saddam Hussein”».

E lei come risponde?
«Che anche quella di Bush fu naturalmente un’invasione criminosa. È istruttivo il documentario di Errol Morris su Donald Rumsfeld, il segretario della Difesa Usa. Ma questi due crimini sono indipendenti l’uno dall’alto. Eppure c’è chi tende a ritenere criminale l’invasione dell’Ucraina a patto che si giudichi altrettanto quella in Iraq».

Cosa ne deduce?
«Prevalgono i pregiudizi ideologici, per cui l’aggredito e l’aggressore vengono confusi tra loro nella logica secondo cui il nemico del mio nemico è mio amico».

La Russia è vista come un Paese amico?
«Qualcuno tende a considerare inevitabile la sua condotta. La guerra, per noi abituati alla pace, è talmente penosa, straziante, terribile, che uno può avere la tentazione di leggerla in termini deterministici. Come dire che l’aggressione era inevitabile visto la Nato si è allargata. Una spiegazione che sfocia pericolosamente nella giustificazione».

Come lo spiega?
«Come una reazione di fronte all’orrore nel constatare il fallimento della specie».

Il bisogno di una giustificazione geopolitica a cui aggrapparsi?
«Ci aggrappiamo a una nobile ragione geopolitica perché altrimenti dovremmo arrivare alla conclusione di essere rimasti per certi versi all’età della pietra».

La complessità non è necessaria per capire perché è successo?
«Dire che dato un contesto sono inevitabili le conseguenze porta a negare il principio di libero arbitrio. Se è inevitabile bombardare le città, uccidere i bambini, stuprare le donne, allora vuol dire che questa guerra non l’ha nemmeno decisa Putin. Se tutto è già scritto, allora lo era anche il nazismo. Putin ha detto: “Non potevamo fare altrimenti”. Non è vero. Poteva fare altrimenti».

È un ragionamento portato avanti da molti intellettuali.
«Sì, ma sono discorsi spesso astratti. Perché uno poi legge le cronache degli inviati di guerra e che il dolore lo hanno visto sul serio, e questi discorsi sulla complessità si relativizzano. Poi ci sono stati intellettuali che si sono messi in discussione».

A chi si riferisce?
«Tre esempi. Vito Mancuso, che da teologo ha detto un sì doloroso all’invio di armi. Marco Tarquinio, il direttore di Avvenire, che ha denunciato l’assenza di una cultura pacifista erede di Gandhi. Il dialogo tra Adriano Sofri e Lea Melandri sulla guerra come una questione di genere, perché alla fine sono sempre i maschi a farla. Si percepisce un travaglio interiore, ma anche un lavoro in profondità atto a minare le proprie certezze».

Cosa pensa della posizione di Luciano Canfora?
«Mi sembra schiacciato da un modo di pensare limitato: date alcune circostanze sono inevitabili le conseguenze, infatti fatica molto a condannare Putin».

È genocidio quello che sta facendo Putin?
«Rispondo con Dostoevskij che nei Fratelli Karamazov scrive: “È sufficiente la sofferenza di un bambino per restituire il biglietto per l’accesso al regno dei cieli”. Qui il peggio è già successo. Poi dal punto di vista numerico non sarà un genocidio, ma certo è un crimine di guerra».

Cosa può fare uno scrittore?
«Thomas Mann descrisse il nazismo nella Montagna incantata prima del suo sorgere, il che non impedì che Hitler salisse al potere davvero. Quindi la letteratura può fare poco. Però allo stesso tempo ci consente di rimanere umani. Solo che vedo molti aspiranti Pasolini e pochi Calvino».

Cosa vuol dire?
«Il ventunesimo secolo è diverso dal ventesimo. Avere la presunzione di indicare la via in solitudine è spesso oggi la manifestazione di un delirio narcisistico. Basti vedere come funzionano i social. Il vero gesto controcorrente per un intellettuale dovrebbe consistere nel cercare le soluzioni insieme agli altri, attraverso il lavoro di gruppo, attraverso il confronto e il dialogo continuo».

Servirebbe più umiltà?
«Sì, ma in giro ne vedo poca».