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Russiagate, quei giochi con l’intelligence dell'ex premier Conte

Giuseppe Conte 
I documenti ottenuti da Repubblica sulle due missioni dell’agosto e settembre 2019 a Roma dell’allora segretario alla giustizia americano Bill Barr, evidenziano alcune significative omissioni dell'allora presidente del Consiglio 5S
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I documenti ottenuti da Repubblica sulle due missioni dell’agosto e settembre 2019 a Roma dell’allora segretario alla giustizia americano Bill Barr, evidenziano alcune significative omissioni della ricostruzione di quella vicenda proposta dall’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Omissioni utili a degradare, in quei frangenti, l’affaire “Russiagate” e il coinvolgimento della nostra Intelligence (per giunta in un passaggio cruciale dello scontro politico tra i democratici e la Casa Bianca di Donald Trump) a banale vicenda di cortesia tra Paesi alleati in una cornice di altrettanto banale cooperazione.

Di più, e peggio, f…

I documenti ottenuti da Repubblica sulle due missioni dell’agosto e settembre 2019 a Roma dell’allora segretario alla giustizia americano Bill Barr, evidenziano alcune significative omissioni della ricostruzione di quella vicenda proposta dall’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Omissioni utili a degradare, in quei frangenti, l’affaire “Russiagate” e il coinvolgimento della nostra Intelligence (per giunta in un passaggio cruciale dello scontro politico tra i democratici e la Casa Bianca di Donald Trump) a banale vicenda di cortesia tra Paesi alleati in una cornice di altrettanto banale cooperazione.

Di più, e peggio, fotografano la disinvoltura con cui Conte e Gennaro Vecchione, il Carneade che l’allora premier, contro tutto e tutti, aveva voluto al vertice del Dipartimento per le informazioni e la sicurezza (Dis), maneggiarono una faccenda dai contorni opacissimi fuori da qualsiasi protocollo e cornice istituzionale. Il che la dice lunga sulla cultura della sicurezza nazionale, della diplomazia, di chi, oggi leader del Movimento 5S, ha guidato da Palazzo Chigi il Paese con due diverse maggioranze.

Lo stesso uomo – per dire – che, come evidente dai documenti che oggi pubblichiamo, nel 2019, barattava un vantaggio personale (l’endorsement politico a suo favore da parte di Trump) in cambio di un incongruo scambio di informazioni dall’alto dividendo politico (il presunto coinvolgimento del Fbi in un altrettanto presunto complotto ai danni della Casa Bianca) e oggi, di fronte all’invasione Russa dell’Ucraina, arriccia il naso di fronte a un certo “atlantismo oltranzista”.


Del resto, scoprire che nel Ferragosto del 2019, autorizzato da Conte, l’uomo al vertice dei nostri Servizi (Vecchione) interloquisse al tavolo di un ristorante romano con l’autorità politica di un Paese alleato mettendosi a disposizione per attività di intelligence ostili verso un ex premier del nostro Paese (Renzi) e una delle agenzie della sicurezza Usa accusate di infedeltà politica da Trump, conferma l’uso politico borderline che dei nostri Servizi Giuseppe Conte ha fatto nel tempo (il caso di Marco Mancini ne è stato un esempio luminoso).

Ossessionato dal suo destino, Conte ha a lungo confuso l’interesse e la sicurezza nazionale con quello della sua persona e della sua permanenza a Palazzo Chigi. Queste carte sono qui oggi a ricordarcelo. E, possibilmente, a non farcelo dimenticare in un prossimo futuro.