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“No a tensioni nella Nato”. E il Copasir congela l’inchiesta sul Russiagate

Gennaro Vecchione, ex capo del Dis 

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Nessuna audizione sulla vicenda. Antivirus Kaspersky ancora attivo negli enti pubblici
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Né Giuseppe Conte, né Matteo Renzi torneranno davanti al Copasir a parlare del Russiagate. E lo stesso vale per l'ex capo dei servizi segreti Gennaro Vecchione. Non lo faranno perché - nella versione ufficiale - "i nuovi elementi non sono sufficienti per riaprire il caso". Ma in realtà non accadrà perché i costi politici dell'operazione sono troppo alti da affrontare, in questa fase nazionale e, soprattutto, internazionale. "È un momento in cui non è necessario", spiega una fonte a Repubblica, "creare possibili tensioni nei rapporti con gli altri Paesi del patto atlantico".



Che i "costi politici" sarebbero stati troppo alti è apparso chiaro ieri nella riunione del Comitato. F…

Né Giuseppe Conte, né Matteo Renzi torneranno davanti al Copasir a parlare del Russiagate. E lo stesso vale per l'ex capo dei servizi segreti Gennaro Vecchione. Non lo faranno perché - nella versione ufficiale - "i nuovi elementi non sono sufficienti per riaprire il caso". Ma in realtà non accadrà perché i costi politici dell'operazione sono troppo alti da affrontare, in questa fase nazionale e, soprattutto, internazionale. "È un momento in cui non è necessario", spiega una fonte a Repubblica, "creare possibili tensioni nei rapporti con gli altri Paesi del patto atlantico".



Che i "costi politici" sarebbero stati troppo alti è apparso chiaro ieri nella riunione del Comitato. Fin da subito, i toni sono stati alti. Molto alti. Come annunciato, il senatore di Iv Ernesto Magorno - che è anche segretario del Copasir - ha posto come priorità in consiglio di presidenza la necessità di convocare Conte e Vecchione, per chiarire quanto emerso dalle rivelazioni di Repubblica sulla cena, fin qui rimasta segreta, tra l'ex capo del Dis e l'allora Attorney general americano, William Barr, il 15 agosto 2019. La richiesta di Magorno arrivava su un terreno che credeva essere fertile. Alla vigilia, infatti, la riunione era stata preparata in via informale garantendo un approccio non ostile: "Se qualcuno lo chiederà, nessuno metterà il silenziatore". E invece così non è stato. Di fronte all'appello di Magorno, è arrivato il "no" secco da parte della vice presidente del Comitato, la deputata M5S Federica Dieni: "Non ci sono nuovi elementi che giustifichino la richiesta", si è subito esposta. Il duello si è fatto aspro. Altri membri del comitato hanno rilanciato, proponendo di ascoltare anche Renzi. Finché il leghista Raffaele Volpi ha stoppato tutti: "Il Copasir - ha tuonato - non si può fare tirare per la giacchetta". A quel punto, ferma la contrarietà di Magorno, per ragioni di opportunità politica - e con lo sguardo rivolto alle tensioni generate dall'aggressione russa in Ucraina - i presenti hanno ritenuto (per ora) di non procedere oltre. "Il dossier Russiagate - ha concluso il Presidente Urso - per il momento non si riapre".


D'altronde, che la temperatura politica sia già altissima è chiaro anche soltanto scorrendo le dichiarazioni rimbalzate nelle ultime 24 ore. A partire dalla difesa di Vecchione: "Nell'incontro conviviale con gli americani - ha spiegato l'ex capo dell'intelligence - non sono stati in alcun modo affrontati argomenti riservati, confidenziali, connessi alla visita o comunque riferiti a vicende e a personaggi politici italiani e stranieri. Siamo andati al ristorante perché non c'era nessuno a Ferragosto in grado di organizzare il rinfresco". Una posizione che ha fatto infuriare Renzi: "I rinfreschi - è stata la replica - si fanno dopo la prima comunione, non dopo un incontro con i servizi segreti. Quindi, l'unica cosa vera è che Conte ha mentito al Copasir". "Falso", si è allora inalberato Conte. "Ho spiegato tutto. E non sono stato disinvolto, né disattento".



Il clima, insomma, è questo. E verosimilmente resterà tale nei prossimi giorni. Nonostante un'agenda politica in tema di sicurezza nazionale non priva di ostacoli. Un'emergenza riguarda l'antivirus russo Kaspersky. Per quanto l'azienda avesse sempre rivendicato assoluta indipendenza e autonomia dal governo, una circolare dell'Agenzia per la cybersicurezza nazionale ha, da due settimane, invitato tutti gli enti pubblici a disinstallare il software. Il punto è che ce ne sono almeno un centinaio che non lo hanno ancora fatto. Perché l'operazione è tecnicamente complessa. Come la stessa agenzia aveva indicato, non è possibile lasciare le reti senza antivirus. Ed è dunque necessario acquistare e installare un nuovo software. Ma servono fondi e procedure snelle. E questa operazione si sta rivelando più complessa del previsto. Risultato: parte dei dati sensibili delle istituzioni italiane sono protetti da un antivirus non aggiornato e con il cervello nella Russia di Vladimir Putin.