Gas, petrolio e tv in russo. Le sanzioni contro Mosca che dividono i Paesi Ue
dalla nostra corrispondente Tonia Mastrobuoni , dalla nostra corrispondente Tonia MastrobuoniBERLINO - L'atteggiamento dell'Unione europea verso la Russia è stato finora unanime. E per cinque volte Bruxelles è riuscita a trascinare al tavolo delle sanzioni contro il Cremlino anche i Paesi più riluttanti come l'Ungheria filoputiniana di Orban. Ma alla vigilia del sesto pacchetto di sanzioni, che per la prima volta potrebbe contenere misure con conseguenze pesanti anche per alcuni partner europei, le trattative sembrano più in salita. Se ne discuterà la prossima settimana a Bruxelles, tuttavia secondo fonti comunitarie le divisioni, anzitutto sul blocco del petrolio, non sono insormontabili. La spia di una soluzione imminente è arrivata dalla ministra degli Esteri tedesca Annalena Baerbock, che ha annunciato un embargo del greggio di Putin "entro la fine dell'anno".
Il via libera della Germania, il Paese che aveva già imposto un'uscita lenta dal carbone russo per il pacchetto precedente (quatt…
BERLINO - L'atteggiamento dell'Unione europea verso la Russia è stato finora unanime. E per cinque volte Bruxelles è riuscita a trascinare al tavolo delle sanzioni contro il Cremlino anche i Paesi più riluttanti come l'Ungheria filoputiniana di Orban. Ma alla vigilia del sesto pacchetto di sanzioni, che per la prima volta potrebbe contenere misure con conseguenze pesanti anche per alcuni partner europei, le trattative sembrano più in salita. Se ne discuterà la prossima settimana a Bruxelles, tuttavia secondo fonti comunitarie le divisioni, anzitutto sul blocco del petrolio, non sono insormontabili. La spia di una soluzione imminente è arrivata dalla ministra degli Esteri tedesca Annalena Baerbock, che ha annunciato un embargo del greggio di Putin "entro la fine dell'anno".
Il via libera della Germania, il Paese che aveva già imposto un'uscita lenta dal carbone russo per il pacchetto precedente (quattro mesi) e che continua ad essere il freno più pesante a una risposta unanime sul fronte energetico, è fondamentale. Perché potrebbe far girare l'umore all'Ungheria e alla Repubblica Ceca, finora altrettanto riluttanti. Dietro pressioni tedesche, la Commissione Ue starebbe decidendo però un'emancipazione graduale da Mosca anche sul petrolio. Berlino importa un terzo del suo greggio dalla Russia. E la Commissione Ue, che sta preparando un piano articolato che includerebbe anche una nuova lista di sanzioni ad personam, l'estensione del blocco dell'export e del congelamento dello Swift al colosso bancario Sberbank e il bando di alcuni canali di informazione russi, sta cercando anche fonti di approvvigionamento alternative. Peraltro le crepe nell'unità europea non si registrano soltanto sul "solito" fronte energia. Alcune misure che potrebbero finire nel sesto pacchetto come il divieto dei canali di informazione russi, stanno facendo innervosire alcuni Paesi dell'Est come i Paesi Baltici, preoccupati per le reazioni nella loro fetta di popolazione russofona. Lettonia, Lituania, Estonia e Polonia si muovono al contrario compatti sulla richiesta di un embargo energetico totale verso la Russia. Varsavia ha deciso il blocco delle importazioni di carbone molto prima che lo ratificasse l'Ue. E i Paesi baltici hanno già deciso che non bruceranno più un centimetro cubo di gas russo dall'inizio di aprile. Ma la vera sfida, per l'Europa, sarà il gas. Sarà tagliare quel 40% del suo fabbisogno di metano che proviene dai gasdotti russi. Non se ne parlerà la prossima settimana, ma Germania, Austria, Repubblica Ceca e Slovacchia, i Paesi più riottosi sul bando del metano, si stanno già preparando a questa ipotesi estrema. Incalzati dall'Ucraina, che ricorda che quei soldi finanziano le bombe e i carri armati di Putin, che sono "soldi sporchi" come ha sottolineato Volodymyr Zelensky.
Una fonte tedesca sostiene che l'eventuale uso di armi chimiche o batteriologiche potrebbe essere la linea rossa per far scattare la più costosa delle misure contro Putin. A quel punto la grande incognita sarebbe l'Ungheria. Che non frena solo per ragioni economiche. Ma perché Orban è il cavallo di Troia del Cremlino in Europa. E si è sentito confermato nelle sue discutibili alleanze dalla vittoria elettorale.