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Il faro dell'Antiterrorismo sugli ucraini cresciuti in Italia che ora combattono al fronte

(reuters)
I mercenari partiti per Kiev e censiti dalla nostra intelligence sono 17. Di due si sono perse le tracce
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La paura per la sorte di Ivan Vavassori è tanta. Ma non inaspettata. Perché da giorni l'intelligence e i reparti scelti dell'Antiterrorismo di Carabinieri e Polizia non solo temevano per la vita del 29enne italiano, ma hanno alzato l'allarme su tutti gli altri nostri connazionali impegnati nel conflitto. Perché quelli censiti, 17 complessivamente, combattono già da tempo - prima cioè dell'invasione russa in ucraina - nel Donbass dove ora la temperatura si è sensibilmente alzata. Di altri due, oltre a Vavassori, non si hanno notizie da qualche giorno. Ma questo non significa nulla perché nella zona le comunicazioni sono molto più difficili.

Rispetto al censimento, quelli finiti a combattere per l'Ucraina sono nove. Alcuni dei quali sono con il battaglione Azov, noto perché nel 2014 aveva portato proprio in Donbass elementi neonazisti. Ma d'altronde non è facile orientarsi perché …

La paura per la sorte di Ivan Vavassori è tanta. Ma non inaspettata. Perché da giorni l'intelligence e i reparti scelti dell'Antiterrorismo di Carabinieri e Polizia non solo temevano per la vita del 29enne italiano, ma hanno alzato l'allarme su tutti gli altri nostri connazionali impegnati nel conflitto. Perché quelli censiti, 17 complessivamente, combattono già da tempo - prima cioè dell'invasione russa in ucraina - nel Donbass dove ora la temperatura si è sensibilmente alzata. Di altri due, oltre a Vavassori, non si hanno notizie da qualche giorno. Ma questo non significa nulla perché nella zona le comunicazioni sono molto più difficili.

Rispetto al censimento, quelli finiti a combattere per l'Ucraina sono nove. Alcuni dei quali sono con il battaglione Azov, noto perché nel 2014 aveva portato proprio in Donbass elementi neonazisti. Ma d'altronde non è facile orientarsi perché la galassia fascista è spaccata e non mancano i militanti "neri" finiti a combattere con i russi. Non solo. A complicare le cose il fatto che a partire sono stati anche tantissimi ucraini di seconda generazione, magari residenti in Italia, in alcuni casi anche nati in Italia, che hanno mantenuto la cittadinanza ucraina. E sono potuti partire senza lasciare traccia.

Tra di loro ci sono anche alcuni "bambini di Chernobyl", affidati a famiglie italiane dopo il disastro nucleare dell'86 e rimasti a vivere nel nostro paese. Non esiste una lista formale che riguarda queste persone. Alcune fonti parlano di alcune decine di persone partite in queste settimane. Ed è a loro, forse, che potrebbero essersi riferiti i diplomatici di Mosca nella lettera che hanno consegnato la scorsa settimana agli addetti militari della nostra ambasciata: parlavano di 61 italiani impegnati a combattere con gli ucraini, dunque 52 in più rispetto al censimento ufficiali. Di cui 10 ritornati e 11 morti in battaglia. Numeri che però ai nostri esperti di sicurezza non tornano anche se, proprio in queste ore, sono impegnati nel ricostruire gli ultimi passaggi di quelli censiti. E verificare se ci sono state nuove partenze.

Nel battaglione Azov c'è Giuseppe Donnini, 52enne di Ravenna e il suo amico Valter Nebiolo. Con i russi combatte Massimiliano Cavalleri, in arte Spartacus, o Andrea Palmeri, ex capo ultras della Lucchese, con una condanna a 5 anni proprio per aver arruolato mercenari. Che appena qualche giorno fa sul suo attivissimo profilo Facebook scriveva: "Chi ha portato la guerra in Europa non è Putin ma il Deep State americano rappresentato dal partito democratico".

Tra gli ucraini censiti ci sono cinque "stranieri", cittadini di Kiev trasferiti in Italia. È il caso del ristoratore romano Volodymyr Borovyk e di altri tre ragazzi che erano stati molto vicini a Ivan Markiv, il soldato ucraino (con la famiglia in Italia) condannato e poi assolto per l'omicidio di Andy Rocchelli, il fotoreporter italiano ammazzato proprio mentre lavorava nel Donbass nel maggio del 2014. Tra le verifiche che sono state fatte ci sono anche le figure dei mercenari che stanno partendo per l'Ucraina. Le società di contractor più attive nel nostro paese escludono che ci siano stati viaggi. Ma questo significa poco perché, trattandosi di un reato per il nostro codice penale, la circostanza è quasi sempre taciuta. Dai controlli fatti, però, nei campi di addestramento in corso in queste ore non ci sarebbero italiani.

Sono quelli che conosce bene il dottore Vincenzo Carrozza, medico che è stato più volte a capo di quello che chiamano Medical Ghost team, tra le squadre che hanno il compito di recuperare militari stranieri feriti in conflitto, stabilizzarli e portarli fuori dall'Ucraina. "Italiani ancora non ne ho curati - spiega - ma la presenza di stranieri in Ucraina sta aumentando". Proteggere il loro anonimato è fondamentale. "Se il ferito è di una certa importanza strategica, per il grado e la nazione di provenienza, è possibile che si provi a organizzare una estrazione". Sono professionisti della guerra, dice Carrozza: "Forze speciali altamente addestrate ad operare in territori ostili". Formalmente sono dei "formatori". Arrivano per insegnare rapidamente alle truppe ucraine come usare armi sempre più sofisticate. Ma lo fanno sullo scenario di guerra. Erano al centro di Yavroviv quando è stato colpito? "Per quello che ne so c'erano solo istruttori dell'Alleanza Atlantica e militari ucraini". Ma troppo Carrozza non può dire perché è in procinto di ripartire.