Draghi raddoppia i sostegni: "Così si tiene unito il Paese". Amarezza per lo strappo 5S
di Serenella Mattera , di Serenella MatteraROMA - Sono i rischi per la tenuta del Paese a indurre Mario Draghi a invertire la rotta. Doveva portare in Consiglio dei ministri un decreto da poco più di 7 miliardi e invece alla vigilia della riunione decide che non è abbastanza, che bisogna lanciare subito un segnale più forte. Nel fine settimana chiede al ministro dell'Economia Daniele Franco e al sottosegretario alla presidenza Roberto Garofoli di lavorare su un provvedimento molto più largo. Legge i dati economici, ascolta le parole degli industriali che sono sul piede di guerra, dei sindacati che riceve a Palazzo Chigi.
E non gli sfuggono le notizie che riguardano i bilanci delle imprese, incluse partecipate pubbliche come Enel e Eni, ma anche municipalizzate, che hanno realizzato profitti esponenziali in questi mesi di rincari energetici. E così dà l'input, accogliendo una richiesta che gli veniva in particolare da Pd e Leu: aumentare fino al 25%, un'enormità…
ROMA - Sono i rischi per la tenuta del Paese a indurre Mario Draghi a invertire la rotta. Doveva portare in Consiglio dei ministri un decreto da poco più di 7 miliardi e invece alla vigilia della riunione decide che non è abbastanza, che bisogna lanciare subito un segnale più forte. Nel fine settimana chiede al ministro dell'Economia Daniele Franco e al sottosegretario alla presidenza Roberto Garofoli di lavorare su un provvedimento molto più largo. Legge i dati economici, ascolta le parole degli industriali che sono sul piede di guerra, dei sindacati che riceve a Palazzo Chigi.
E non gli sfuggono le notizie che riguardano i bilanci delle imprese, incluse partecipate pubbliche come Enel e Eni, ma anche municipalizzate, che hanno realizzato profitti esponenziali in questi mesi di rincari energetici. E così dà l'input, accogliendo una richiesta che gli veniva in particolare da Pd e Leu: aumentare fino al 25%, un'enormità, la tassazione degli extraprofitti, quel contributo di solidarietà che serve a togliere a chi ha guadagnato di più (forse in alcuni casi casi speculato) per dare a chi non ce la fa ad arrivare a fine mese o rischia di chiudere.
C'è una risposta da dare "all'incertezza", si dice convinto il premier prima nell'incontro con i sindacati, poi con i capi delegazione della sua maggioranza. Intervenire subito vuol dire rassicurare e aiutare, scongiurare che la frenata della crescita si amplifichi fino a diventare recessione. Dare un "senso di direzione" e un segnale di ""vicinanza" alle famiglie come alle imprese, vuol dire tenere fede alla ragion d'essere di un governo di unità nazionale che è nato all'apice della crisi Covid e si trova a fronteggiare le ricadute di una guerra dopo la quale, è persuaso Draghi, il mondo non sarà più lo stesso.
Il tema è la tenuta del Paese, perché di fronte alla crisi economica non c'è SuperMario che si tenga: "Non sono uno scudo" dallo spread, "sono umano". Quella tenuta passa anche da ciò che deciderà di fare l'Europa, che non deve ammettere pagamenti in rubli a Mosca anche a costo di una chiusura dei rubinetti ("sarebbe violazione contrattuale") e "ci deve sostenere" con misure straordinarie e mettendo il tetto al prezzo del gas. Ma quando ricorda le ragioni fondative del governo, il presidente del Consiglio lancia anche un messaggio alla sua maggioranza, sulla politica interna come sulla politica estera.
C'è un tema di tenuta, anche lì. Lo strappo questa volta arriva dal Movimento 5 stelle: si oppongono ai poteri dati a Roberto Gualtieri per il nuovo termovalorizzatore di Roma, si astengono sull'intero decreto. Draghi li ascolta, prima in cabina di regia, poi in Cdm: chiedono di riformulare il testo aggiungendo un riferimento a "impianti ecocompatibili", in nome dei loro valori ambientalisti. La richiesta viene respinta, il premier tira dritto (Luigi Di Maio, raccontano, esprime ai colleghi qualche dubbio sull'astensione). Approva la norma nell'ambito di un pacchetto, che superando anche alcune resistenze ministeriali, dà una fortissima spinta alla produzione nazionale di energia, per raggiungere quella indipendenza da Mosca verso la quale si stanno facendo "passi straordinari", assicura. Si dice "un pochino dispiaciuto", Draghi, per lo smarcamento pentastellato, aggiunge l'auspicio che il dissenso non diventi "fibrillazione" perché una soluzione si può trovare. Ma il segnale politico non gli sfugge. È l'ennesimo campanello d'allarme sulla direttrice giallo verde.
Le fibrillazioni aumentano con l'avvicinarsi della campagna elettorale e sembrano voler mettere in discussione tutto, le riforme come la linea del Paese in politica estera. Anche Enrico Letta, che è l'unico a non tentennare nella difesa dell'esecutivo e in questi giorni avrebbe avuto contatti con il premier , chiede - e ottiene - un segnale forte per i lavoratori, tra i Dem cresce il timore che il peso di un sostegno incondizionato diventi insostenibile. Il governo c'è, farà tutto quel che serve, ribadisce Draghi. Ma le regole in maggioranza sono chiare, le ragioni fondative del governo non possono essere tradite. Mandare armi a Kiev, dice senza mezzi termini il premier, vuol dire evitare al Paese la "schiavitù". "Noi cerchiamo la pace, non l'escalation. Non abbiamo bisogno di riposizionare l'Italia in questo senso" e "non c'è nessun appiattimento" sugli Stati Uniti, dice il premier alla vigilia del suo viaggio a Washington. "Se l'Ucraina non riesce a difendersi avremo sottomissione e schiavitù di un paese democratico e sovrano e nessuno vuole questo in Italia", afferma.
Il messaggio è chiaro. La linea non cambia. C'è un nuovo decreto interministeriale sulle armi, dunque. Alla richiesta di Conte di fermare le armi pesanti, Draghi risponde sibillino, quasi ignorando la domanda: "Non so quali armi" ci siano nel decreto. E Matteo Salvini che vuol andare a Mosca? Questa volta risponde Giancarlo Giorgetti, che in conferenza stampa siede a fianco del premier: "Credo che Salvini sia animato da sincere intenzioni pacifiste ma serve grande prudenza e coordinamento con il governo" . La guerra, sembra dire Draghi, è una questione molto seria e a chi accusa gli Stati Uniti di eccessiva aggressività o chiede al governo di rivedere la linea risponde così: "Siamo un Paese democratico, ci sono tante posizioni, ma la lealtà agli alleati non è in discussione". E legge la propria dichiarazione del 17 febbraio 2021, alla nascita del governo, sulla sua collocazione atlantista.