✕

Franco di nome e di fatto: in un libro la vita del "mediatore" Marini

Franco Marini 
Segretario generale Cisl e presidente del Senato, ministro del Lavoro e segretario del Ppi, leader della Margherita, europarlamentare e dirigente dem: tante vite, ma una sola bussola: "L'intransigente difesa delle ragioni dei più deboli"
1 minuti di lettura

ROMA - Prova a spiegare ogni anno, a ogni telegramma d'auguri, che San Francesco d'Assisi non è il tuo santo. Ma a Franco Marini la tenacia non difettava mai. Quindi si affrettava a precisare: "Io mi chiamo Franco perché c'è San Franco da Assergi che è il patrono dei pecorai del Gran Sasso". Marini era così, diretto, limpido, schietto, orgoglioso delle sue origini, di San Pio delle Camere, il borgo abruzzese dove era nato.

A un anno dalla sua morte, a 87 anni per le conseguenze del Covid, un libro dal titolo che è già un ritratto - "Sempre Franco" (Edizioni Lavoro) - ripercorre la storia di una vita politica strettamente intrecciata alla modernizzazione del Paese, all'eredità di classe dirigente (Enrico Letta e Dario Franceschini erano i suoi pupilli) e di metodo: il dialogo sopra tutto.

Segretario generale della Cisl e presidente del Senato, ministro del Lavoro e segretario del Ppi, leader d…

ROMA - Prova a spiegare ogni anno, a ogni telegramma d'auguri, che San Francesco d'Assisi non è il tuo santo. Ma a Franco Marini la tenacia non difettava mai. Quindi si affrettava a precisare: "Io mi chiamo Franco perché c'è San Franco da Assergi che è il patrono dei pecorai del Gran Sasso". Marini era così, diretto, limpido, schietto, orgoglioso delle sue origini, di San Pio delle Camere, il borgo abruzzese dove era nato.

A un anno dalla sua morte, a 87 anni per le conseguenze del Covid, un libro dal titolo che è già un ritratto - "Sempre Franco" (Edizioni Lavoro) - ripercorre la storia di una vita politica strettamente intrecciata alla modernizzazione del Paese, all'eredità di classe dirigente (Enrico Letta e Dario Franceschini erano i suoi pupilli) e di metodo: il dialogo sopra tutto.

Segretario generale della Cisl e presidente del Senato, ministro del Lavoro e segretario del Ppi, leader della Margherita, europarlamentare, dirigente dem. Tante vite, ma una sola la bussola che, per usare le parole dell'amico Sergio Mattarella, è stata "l'intransigente difesa delle ragioni dei più deboli". Chi lo conosceva bene, due compagni di lavoro e amici e testimoni delle sfide del centrosinistra - Guelfo Fiore, giornalista, e Nicodemo Nazzareno Oliverio, a lungo deputato - lo raccontano in pagine ricche di aneddoti, documenti, immagini. E ci sono le vicende dell'infanzia di Marini in una famiglia di sette figli che il padre Loreto porta a Rieti, andando a lavorare in fabbrica.

C'è l'amore per la montagna, il passo da alpino che poi era quello che ne aveva fatto un sindacalista cocciuto e estremamente diplomatico. Uomo della mediazione a oltranza. Gli ci vollero nervi saldi, sin da quando nella Dc sostenne Rocco Buttiglione per poi dovere ammettere di avere sbagliato. "Con lui c'era un patto, uno solo: restare nel centrosinistra". E si sfogava: "Ci stringemmo la mano con Rocco, ma ho capito che la mano non devo più stringerla a nessuno". Se il sindacalismo è la sua vocazione, la politica cattolico-democratica è la passione. Nella prefazione del libro, Franceschini ricorda il primo incontro nella stanzetta spoglia in piazza del Gesù e poi quando nel 2013 gli comunicò che la sua corsa per il Quirinale finiva lì, bocciato con 521 voti: "Franco reagì con un ruggito, ma fu solo un istante, perché pragmatismo e lucidità non lo abbandonavano mai".