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“Ci vogliono fuori dal governo”. La furia di Conte contro Draghi

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Dal caso del termovalorizzatore di Roma al superbonus, nel M5S monta la rivolta per la linea del premier
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Il termovalorizzatore a Roma portato in Consiglio dei ministri nel decreto aiuti, il superbonus bocciato parlando da Bruxelles: amareggiati, se non infuriati con Mario Draghi, in casa 5 Stelle l’aria è pesantissima. "Inizio ad avere il dubbio che qualcuno ci voglia fuori dal governo", dice Giuseppe Conte. "Se è così facciano pure...", gli è sfuggito parlando con chi gli è più vicino. Insomma, cosa sta succedendo? Nel Movimento sono convinti che il presidente del Consiglio li stia scientemente provocando, come ritorsione per l’essersi messi di traverso nella sua corsa al Quirinale, lo scorso febbraio. Ma in realtà Conte stesso da settimane fa da controcanto al governo: sulle spese militari, sull’invio di nuove armi in Ucraina, sullo scostamento di bilancio. E anche nei rapporti con il Pd, è una giornaliera corsa al distinguo. Una strategia politica e comunicativa che vorrebbe ridare vigore ad …

Il termovalorizzatore a Roma portato in Consiglio dei ministri nel decreto aiuti, il superbonus bocciato parlando da Bruxelles: amareggiati, se non infuriati con Mario Draghi, in casa 5 Stelle l’aria è pesantissima. "Inizio ad avere il dubbio che qualcuno ci voglia fuori dal governo", dice Giuseppe Conte. "Se è così facciano pure...", gli è sfuggito parlando con chi gli è più vicino. Insomma, cosa sta succedendo? Nel Movimento sono convinti che il presidente del Consiglio li stia scientemente provocando, come ritorsione per l’essersi messi di traverso nella sua corsa al Quirinale, lo scorso febbraio. Ma in realtà Conte stesso da settimane fa da controcanto al governo: sulle spese militari, sull’invio di nuove armi in Ucraina, sullo scostamento di bilancio. E anche nei rapporti con il Pd, è una giornaliera corsa al distinguo. Una strategia politica e comunicativa che vorrebbe ridare vigore ad un M5S piegato dopo quattro anni di continui compromessi ma che, a guardare i sondaggi, perlomeno per ora fa fatica a dare dei risultati.

L’ex presidente del Consiglio però tira dritto: "Sulla norma sull’inceneritore spero non si pensi neppure lontanamente di mettere la fiducia", aggiunge parlando alla conferenza stampa di presentazione della Scuola di formazione politica dei 5 Stelle. Un avvertimento chiaro ma anche perché si sa già che Draghi non dovrebbe porla. Se invece però da palazzo Chigi si cambiasse idea a quel punto tutti i nodi verrebbero al pettine e al Movimento rimarrebbero due sole opzioni: votare no e porsi fuori dall’esecutivo oppure piegarsi e uscire con le ossa rotta dal confronto. Di sicuro però se fino a un mese fa l’ipotesi di ritrovarsi all’opposizione nei 5 Stelle veniva derubricata a fantapolitica, oggi nei vari conciliabili è considerata un’opzione concreta.

Un rischio e un’opportunità: il pericolo di rompere in due il Movimento di fronte all’eventualità di uscire dall’esecutivo, l’opportunità di passare qualche mese (forse, a meno che non si accodi anche la Lega e a quel punto si anticipi il voto in autunno) prima delle elezioni fuori dai vincoli e dalle difficoltà di governo e poter rieditare la versione di lotta del M5S. Le amministrative di giugno con ogni probabilità non andranno bene per i 5 Stelle, Conte non ha il pieno controllo dei suoi gruppi parlamentari: insomma, perché continuare con un esecutivo che in fin dei conti sta premiando solo il partito della stabilità (il Pd) e quello dell’opposizione (Fdi)?


Tra chi tifa rottura c’è il senatore Vito Petrocelli, il presidente della commissione Esteri fieramente filo-russo e non ancora espulso dal Movimento, ormai comunque a proprio agio nel ruolo di provocatore di professione dopo nove anni da irreggimentato del grillismo. "È la gente che vuole i 5 Stelle fuori dal governo", twitta. In corso c’è una manovra trasversale non semplicissima a rigor di regolamento per rimuoverlo dalla presidenza di commissione; gli esponenti membri della stessa di M5S, Pd, Iv, Lega, Fi e Fdi hanno rassegnato le proprie dimissioni e non verranno sostituiti dai rispettivi capigruppo, confidando che il blocco dei lavori serva a giustificare la sua destituzione da parte della giunta per il regolamento del Senato. "Intendo in ogni caso fare ricorso alla Corte costituzionale", promette comunque Petrocelli.

Intercettato dalle Iene, il parlamentare spiega: "Rimango presidente perché credo di dover rappresentare un pezzo di paese che nel Parlamento italiano non è rappresentato. Perché non devo rimanere alla presidenza della commissione Esteri se rappresento il pensiero di buona parte degli italiani?". Il riferimento è alla contrarietà sua e di una parte di cittadini all’invio di armi in Ucraina, ma nell’occhio del ciclone Petrocelli c’è finito più che altro per la sua rivendicata vicinanza al governo russo.