Paesi dell’Est e scandinavi, la rivolta dei piccoli Ue: "No alla modifica del Trattato"
dal nostro inviato Claudio Tito , dal nostro inviato Claudio TitoSTRASBURGO - "Anche se non escludiamo alcuna opzione in questa fase, non sosteniamo tentativi sconsiderati e prematuri di avviare un processo verso la modifica del Trattato". La lettera è arrivata ieri mattina sulle scrivanie di tutte le cancellerie europee. Ed è stata firmata da dieci governi dell'Ue. Tra i più piccoli, almeno sotto il profilo numerico. E se Emmanuel Macron vuole giocare il suo secondo mandato presidenziale sulla "Grande Riforma" dell'Unione, dovrà iniziare da subito a fare i conti con una nutrita pattuglia di scettici: Danimarca, Estonia, Finlandia, Lettonia, Lituania, Slovenia, Svezia, Bulgaria, Repubblica Ceca e Malta. Un mix composto soprattutto da "nordici" e "orientali". Alcuni spinti dalla paura di perdere il loro unico potere contrattuale, il veto che blocca l'unanimità. Altri incoraggiati dalla convenienza elettorale come la Svezia che sta per affrontare le urne.
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STRASBURGO - "Anche se non escludiamo alcuna opzione in questa fase, non sosteniamo tentativi sconsiderati e prematuri di avviare un processo verso la modifica del Trattato". La lettera è arrivata ieri mattina sulle scrivanie di tutte le cancellerie europee. Ed è stata firmata da dieci governi dell'Ue. Tra i più piccoli, almeno sotto il profilo numerico. E se Emmanuel Macron vuole giocare il suo secondo mandato presidenziale sulla "Grande Riforma" dell'Unione, dovrà iniziare da subito a fare i conti con una nutrita pattuglia di scettici: Danimarca, Estonia, Finlandia, Lettonia, Lituania, Slovenia, Svezia, Bulgaria, Repubblica Ceca e Malta. Un mix composto soprattutto da "nordici" e "orientali". Alcuni spinti dalla paura di perdere il loro unico potere contrattuale, il veto che blocca l'unanimità. Altri incoraggiati dalla convenienza elettorale come la Svezia che sta per affrontare le urne.
La scommessa macroniana, dunque, è piena di insidie. Procedurali e politiche. Colma di minacce e ritorsioni. La guerra dei "grandi" contro i "piccoli". E l'arma dei "grandi" è già pronta: l'Ue a due velocità. Andare avanti con chi ci sta. Procedere come si è fatto con l'euro. Sfidare i "piccoli" per vedere se davvero hanno il coraggio di rimanere indietro e soli.
Con il discorso pronunciato ieri a Strasburgo, l'inquilino dell'Eliseo ha quindi scoperto le carte. Non solo sul futuro dell'Europa. Ma anche su come immagina il suo ruolo nei prossimi cinque anni. Il modello è Angela Merkel. Il punto di riferimento dell'Unione. Il centro di gravità permanente degli alleati. L'obiettivo è assumerne la leadership. Potendo contare sul sostegno dell'Italia ("Condividiamo la sua linea", ha detto il sottosegretario alle Politiche Ue, Enzo Amendola) e sulla anomala confusione che sta accompagnando l'esecutivo tedesco di Scholz.
Si tratta comunque di una scommessa. Perché il percorso che porta alla revisione dei Trattati è piuttosto complicato. Il voto per istituire la Convenzione è previsto a maggioranza. Non a caso l'Eliseo ha fissato la possibile scelta per il consiglio europeo di fine giugno. Quel summit sarà l'ultimo della presidenza di turno francese e per dare il via all'organismo incaricato di cambiare le regole basta l'accordo di 14 dei 27 Stati membri.
Ma da quel momento in poi i problemi rischiano di moltiplicarsi e di accavallarsi. Il primo è il fattore tempo. La legislatura europea ha davanti a sé solo due anni. L'ultima Convenzione, quella presieduta dal francese Giscard d'Estaing ha svolto i suoi lavori in 18 mesi. Se questa dovesse anche limitarsi ad un anno, tutto dovrebbe procedere con una velocità inedita nei meccanismi di Bruxelles. Perché subito dopo non solo il consiglio europeo dovrebbe votare l'approvazione finale all'unanimità ma tutti i Paesi dovrebbero ratificare l'accordo. E alcuni dovrebbero addirittura convocare un referendum. Insomma la corsa contro il tempo è forse quella più difficile. Certo, esistono già degli schemi che limitano il raggio d'azione della Convenzione. Un modo per concentrare il lavoro su alcuni temi: la sanità, la difesa e la politica estera.
Dalla parte dei "riformatori", però, c'è l'emergenza. Prima il Covid e ora la guerra in Ucraina hanno determinato nuovi equilibri. E nuove emergenze. Affrontarle con i vecchi strumenti è ormai diventato impossibile. Basti pensare ai parametri del Patto di Stabilità. La loro correzione è diventata la precondizione per affrontare una crisi che durerà nel tempo. E che non sarà mai completamente controllabile perché le sue ragioni sono esogene.
Anche per questo la proposta di dar vita ad una Confederazione - questione di cui Macron ha discusso con il segretario del Pd, Enrico Letta - rientra nella strategia. Coinvolgere il maggior numero di paesi europei, a partire dall'Ucraina, in una struttura parallela e "depotenziata" rispetto all'Unione. Magari con l'aspirazione di ricoinvolgere la Gran Bretagna se e quando il suo governo cambierà. Ma il principio è sempre quello delle "due velocità". Perché l'Europa postbellica non potrà avere i tempi decisionali della fase precedente.