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Rai, Francesca Bria: “Talk, modello Bbc e training per i conduttori. No alla dittatura dello share"

Francesca Bria 

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La consigliera d'ammnistrazione dell'azienda: "L’informazione deve indagare la realtà non generare clic. Ospiti a rotazione e gratis"
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Mai come in questo periodo si discute in Italia del ruolo dell’informazione, della disinformazione e del servizio pubblico. La triade crisi, pandemia, guerra ha sottoposto il nostro sistema democratico a forti pressioni, e uno dei punti chiave per ritrovare una narrazione condivisa ed aperta è il ruolo della comunicazione pubblica e la maniera in cui i cittadini sono informati e discutono di problemi complessi, accedono a prospettive diverse e convergono su valori e obiettivi. In particolare questo è vero durante una guerra in cui il giornalismo verificabile, basato su fonti autorevoli è continuamente posto in discussione da strategie di propaganda e disinformazione virali nel cyberspazio.

Mai come in questo periodo si discute in Italia del ruolo dell’informazione, della disinformazione e del servizio pubblico. La triade crisi, pandemia, guerra ha sottoposto il nostro sistema democratico a forti pressioni, e uno dei punti chiave per ritrovare una narrazione condivisa ed aperta è il ruolo della comunicazione pubblica e la maniera in cui i cittadini sono informati e discutono di problemi complessi, accedono a prospettive diverse e convergono su valori e obiettivi. In particolare questo è vero durante una guerra in cui il giornalismo verificabile, basato su fonti autorevoli è continuamente posto in discussione da strategie di propaganda e disinformazione virali nel cyberspazio.


L’informazione ha come scopo quello di indagare la realtà, non di suscitare attenzione, fare notizia o generare clicks, creando forme di inquinamento informativo in cui è sempre più difficile distinguere le notizie dalle fake news e dalla propaganda. È dunque urgente aprire un dibattito sul ruolo dell’informazione nel servizio pubblico poiché l’indebolimento della democrazia e della sfera pubblica Habermasiana rischia di essere il danno collaterale.
In questi giorni però sui media invece di fissare alcuni punti fermi, si preferisce dibattere sulle performance dei singoli conduttori e dell’andamento dei loro programmi, come se cambiando il palinsesto o evitando alcuni ospiti controversi si cogliesse la radice dei nodi da affrontare.


Le due questioni essenziali credo siano le seguenti.


La prima è il training dei conduttori che nei programmi di approfondimento sono dei veri e propri direttori d’orchestra. La conduzione è una tecnica che va appresa e che necessità studio e aggiornamento continui. Si tratta di inquadrare e comunicare bene il contesto, introdurre adeguatamente gli ospiti e delineare la specifica competenza in base alla quale sono stati invitati. La moderazione deve garantire la libertà di espressione, l’equilibrio e la pluralità delle posizioni esposte e riportare anche le più divergenti, alla prova dei fatti scrupolosamente scandagliati. Da qui una riflessione sul necessario potenziamento delle scuole di giornalismo e sulla loro capacità di trasmettere le competenze necessarie per affrontare una professione in continua evoluzione.


La seconda è il rinnovamento dei prodotti e dei contenuti. "Lo share non può essere l’unico parametro che valuta la qualità del servizio pubblico. Bisogna innovare programmi, metodi e format per valorizzare l’approfondimento giornalistico e un’informazione plurale e autorevole", ha dichiarato l’Ad Fuortes durante l’ultima audizione in Commissione di Vigilanza. Un’affermazione pienamente condivisibile a cui dovremmo far seguire iniziative concrete.


Può essere un esempio da replicare l’esperimento di dibattito informato e partecipativo che si è da tempo affermato tra i programmi di attualità della Bbc. Si tratta di un programma mutuato dai dibattiti dei consigli comunali: il Question Time. Ogni settimana, una giuria di cinque persone, inclusi commentatori e politici di tutto lo spettro parlamentare, risponde a domande di attualità poste da membri del pubblico. Questa prossimità tra governanti e governati rende il programma un unicum nel contesto internazionale. Pochissimi politici in tutto il mondo si espongono ad un controllo pubblico così diretto. È questa formula che ha reso questo programma una vera e propria “istituzione”. Un formato che si presta particolarmente ad una integrazione con il feedback proveniente dai social, capace di coinvolgere anche i più giovani.


Proposte, queste, che rafforzerebbero l’intenzione espressa dalla Rai di inaugurare una nuova policy riguardo alla presenza degli ospiti nei programmi di approfondimento, spinosa questione delle retribuzioni compresa. Peraltro il Presidente della Vigilanza, ha sottolineato come aldilà del giudizio sul singolo ospite e nel rispetto della libertà e autonomia editoriale, sia importante che gli esperti e opinionisti siano selezionati in sulla base di trasparenti criteri di rotazione (magari scovando volti nuovi e giovani competenti), dando priorità alle presenze a titolo gratuito.

L’esposizione mediatica nella TV pubblica dovrebbe così essere un’occasione per consolidare il proprio prestigio professionale, guadagnando autorevolezza e reputazione, due delle monete più preziose nella società dell’informazione, evitando così la sindrome della ricerca della visibilità fine a sé stessa.


* l’autrice è consigliera d’amministrazione della Rai