Draghi: “Biden chiami Putin, tutti al tavolo per la pace”
di Tommaso Ciriaco (Washington) e Serenella Mattera (Roma) , di Tommaso Ciriaco (Washington) e Serenella Mattera (Roma)La guerra assume "una fisionomia nuova", è il momento di parlare "di futuro e di pace, di una pace che vada bene agli ucraini" e che tenga tutti al tavolo: ecco perché "ho chiesto a Biden di parlare con Putin". Mario Draghi racconta ai ministri il senso della sua visita negli Usa. È atterrato da poco in Italia e negli occhi, dopo la serata di gala dell’Atlantic Council a Washington, ha il senso di una missione utile. Non tanto e non solo per il premio ricevuto e per i plausi bipartisan, e neanche per la presenza — non scontata — di due pezzi da novanta dell’establishment democratico come Janet Yellen e Nancy Pelosi.
L’aria che si respira a Palazzo Chigi è quella di passaggio chiave anche e soprattutto sul fronte interno. Perché è evidente che il capo del governo ha posto a Washington le basi per un posizionamento utile anche in chiave nazionale ed europea. Attestandosi su una linea s…
La guerra assume "una fisionomia nuova", è il momento di parlare "di futuro e di pace, di una pace che vada bene agli ucraini" e che tenga tutti al tavolo: ecco perché "ho chiesto a Biden di parlare con Putin". Mario Draghi racconta ai ministri il senso della sua visita negli Usa. È atterrato da poco in Italia e negli occhi, dopo la serata di gala dell’Atlantic Council a Washington, ha il senso di una missione utile. Non tanto e non solo per il premio ricevuto e per i plausi bipartisan, e neanche per la presenza — non scontata — di due pezzi da novanta dell’establishment democratico come Janet Yellen e Nancy Pelosi.
L’aria che si respira a Palazzo Chigi è quella di passaggio chiave anche e soprattutto sul fronte interno. Perché è evidente che il capo del governo ha posto a Washington le basi per un posizionamento utile anche in chiave nazionale ed europea. Attestandosi su una linea simile a Parigi e Berlino, senza però strappare con l’alleato Biden. Una linea che la prossima settimana esporrà al Parlamento ma che, raccontano, in Consiglio dei ministri non registra distinguo o smarcamenti, neanche di chi è più vicino a Giuseppe Conte.
Matteo Salvini al sentire la parola "pace" sembra per ora quietarsi, plaude al premier. Ma il leader M5s rilancia la sua sfida, sostiene che il governo non abbia il «mandato politico» per gestire la nuova fase, aggiunge che dopo l’imminente terzo decreto per l’invio delle armi è il momento di dire basta. Da Palazzo Chigi non arrivano repliche dirette, ma la risposta dei ministri più vicini a Draghi è pragmatica: intanto Conte non sembra mettersi di traverso sul terzo decreto interministeriale. E poi il mandato c’è, è quello dato dalle Camere a inizio guerra. Draghi sarà in Parlamento il 19, per un’informativa (c’è dibattito, non voto), e la settimana dopo in vista del Consiglio europeo. Nessuna negazione al confronto.
Ma le scelte di fondo restano: vale per il terzo decreto sulle armi cui se servirà seguiranno altri. Vale per l’impegno annunciato in Ungheria e Bulgaria con militari per rafforzare il fianco Est del Continente, che sarà contenuta nel testo sulle missioni internazionali che il governo approverà nelle prossime settimane, in cui c’è la disponibilità data al governo di Sofia a guidare il Battle Group Nato, così come avviene per la Germania in Slovacchia e la Francia in Romania.
Con il presidente francese Emmanuel Macron in giornata ha un colloquio con Sergio Mattarella. Macron gli parla della necessità di costruire una "comunità politica europea". Il presidente della Repubblica ascolta con attenzione, ma senza pronunciarsi, la questione è infatti nelle mani di governo e Parlamento. I due leader concordano sulla necessità di accrescere il sostegno all’Ucraina e "mantenere unità e stretto coordinamento europeo".
È la linea su cui si è assestato Draghi nei suoi colloqui americani, in nome di una parola chiave: sostenibilità. Quanto è sostenibile un conflitto, sul fronte della crisi energetica come su quello della tenuta delle opinioni pubbliche? Il premier ha dosato franchezza e chiarezza, atlantismo ed europeismo. In Cdm con i ministri ripercorre i ragionamenti fatti, su una Russia che non è più Golia, perché non ha vinto subito. Con Vladimir Putin — spiega — si può provare con concretezza a costruire un percorso a partire da temi concreti, come l’apertura dei porti ucraini per consentire l’esportazione di grano. Ancora di là da venire, invece, riflessioni su aspetti come la possibilità — se gli ucraini vorranno — di concedere a Mosca qualcosa, di tenere il controllo ad esempio sulla Crimea. Con gli Usa intanto nessuno strappo. Semmai la convinzione di poter appunto parlare con chiarezza e pragmatismo, proprio perché non sospettabile di scarso atlantismo.
Anche grazie al capitale di fiducia conquistato, con i risultati ottenuti sul fronte della diversificazione energetica e anche su un tema come l’accoglienza ai rifugiati, che il governo rafforza approvando in Cdm una proroga dello Stato d’emergenza per il soccorso da dare, anche all’estero, all’Ucraina. Il sostegno a Kiev dovrà proseguire a lungo, anche con un piano Marshall: l’Italia non intende sottrarsi.