Draghi, prova d’Aula: la linea non cambia, sulle armi non si vota
di Tommaso Ciriaco , Matteo Pucciarelli , di Tommaso Ciriaco, Matteo PucciarelliROMA - Per un mese almeno, il governo italiano non varerà nuovi invii di armi all'Ucraina. Una scelta che non dipende dalle pressioni di Giuseppe Conte, ostile a un quarto decreto interministeriale, ma dal semplice fatto che per alcune settimane la fornitura appena pubblicata in Gazzetta Ufficiale esaudirà le richieste di Kiev. L'ha spiegato l'altro ieri anche il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, davanti al Copasir, assicurando che non è in atto neanche una "ricognizione" per individuare nuovo materiale da destinare al fronte.
La linea di Mario Draghi, d'altra parte, non cambia e sarà ribadita anche in Parlamento domani, nell'aula del Senato: l'Italia sostiene la difesa ucraina, le sanzioni contro la Russia e lo sforzo diplomatico per avvicinare un cessate il fuoco. Se e quando diventerà necessario un ulteriore invio, però, l'Italia non si sottrarrà ai suoi impegni.
E però, il di…
ROMA - Per un mese almeno, il governo italiano non varerà nuovi invii di armi all'Ucraina. Una scelta che non dipende dalle pressioni di Giuseppe Conte, ostile a un quarto decreto interministeriale, ma dal semplice fatto che per alcune settimane la fornitura appena pubblicata in Gazzetta Ufficiale esaudirà le richieste di Kiev. L'ha spiegato l'altro ieri anche il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, davanti al Copasir, assicurando che non è in atto neanche una "ricognizione" per individuare nuovo materiale da destinare al fronte.
La linea di Mario Draghi, d'altra parte, non cambia e sarà ribadita anche in Parlamento domani, nell'aula del Senato: l'Italia sostiene la difesa ucraina, le sanzioni contro la Russia e lo sforzo diplomatico per avvicinare un cessate il fuoco. Se e quando diventerà necessario un ulteriore invio, però, l'Italia non si sottrarrà ai suoi impegni.
E però, il dibattito interno alla maggioranza sembra come in stallo. Nel giorno in cui Emmanuel Macron assicura a Volodymyr Zelensky che la fornitura di armi aumenterà, Conte insiste per un voto parlamentare e promette di modificare anche il "decreto Ucraina" da poco varato. Il premier, come detto, non sembra però pronto a modificare la traiettoria. Da settimane, considera questa posizione - come altre nel centrodestra - dettata soprattutto da ragioni di carattere pre-elettorale. Se il Movimento mettesse ai voti la richiesta bloccare l'invio di armi si aprirebbe inevitabilmente una crisi, perché si chiederebbe all'esecutivo di sconfessare impegni internazionali assunti con i partner e vidimati dalla risoluzione approvata a larga maggioranza.
Draghi si è attestato su una posizione pienamente europea e atlantica. La missione negli Stati Uniti è servita anche a indicare nella via diplomatica per raggiungere una tregua l'altro pilastro della politica dell'esecutivo. Questi concetti saranno ribaditi domani quando il premier riferirà sulla crisi internazionale. E ricorderà anche l'impegno per l'accoglienza dei profughi, l'azione diplomatica per sbloccare le navi cariche di grano e disinnescare l'emergenza alimentare, le proposte per tamponare la crisi energetica. Sul voto, la linea ufficiale non cambia: non è prevista una conta. Né sarà accettato un voto alla vigilia del Consiglio europeo di fine maggio come vorrebbe il M5S, perché si tratta di un vertice straordinario e a differenza di quelli ordinari non è prassi che accada. Lo si farà invece pochi giorni prima del summit Ue di fine giugno.
Così ora il M5S deve valutare una mediazione, a cui si lavora riservatamente in queste ore. È infatti possibile che si provi a mettere ai voti un generico richiamo al massimo impegno dell'esecutivo per rafforzare i canali diplomatici, senza fare cenno alla questione delle armi. Una risoluzione di maggioranza che certifichi il cambio di fase dopo quasi tre mesi di conflitto armato e sostegno militare a Kiev. "A noi interessa la sostanza politica, non c'è alcuna volontà di mettere in difficoltà il governo", è il ragionamento che si fa in via di Campo Marzio. Dopo il Consiglio nazionale del Movimento spezzettato su due giorni, lunedì e ieri, la linea "pacifista" di Conte si è materializzata in un documento finale votato all'unanimità, quindi anche dal capodelegazione al governo Stefano Patuanelli. Lì si parla della necessità di un generico "confronto in Parlamento tra le varie forze, con la possibilità di pervenire a un atto di indirizzo che possa contribuire a rafforzare l'azione politica del governo".
Nel frattempo oggi però rischia di scoppiare il caos sulla presidenza della commissione Esteri del Senato. Va scelto il sostituto del filo-russo e 5 Stelle Vito Petrocelli, il Movimento punta su Ettore Licheri ma si procede a fari spenti. Sono in corso contatti tra Pd e centrodestra. E se davvero i 22 componenti, nel segreto del voto, puntassero su un altro nome, lo scontro tra Conte e il resto della maggioranza potrebbe deflaglare. L'allarme, ai vertici dell'esecutivo, è già scattato.