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Il politologo Jacques Rupnik: “Destre sovraniste ancora forti in Europa. Putin resta un riferimento”

Jacques Rupnik 
La guerra in Ucraina è uno spartiacque, un conflitto tra la dittatura e la democrazia liberale rappresentata dall’Unione europea
1 minuti di lettura

PARIGI - "Le destre sovraniste filo-Putin non sono scomparse, anche se la guerra in Ucraina ha fatto volare in frantumi le loro alleanze" dice il politologo Jacques Rupnik a proposito delle parole di Silvio Berlusconi. Professore a Sciences Po, specialista dell’Europa centrale, Rupnik è stato consigliere dell’ex presidente ceco Vaclav Havel.


A quasi tre mesi dall’inizio dell’aggressione russa, com’è possibile che rimanga ancora l’attrazione filo-Putin in una parte delle destre sovraniste europee?
"Il paradosso è che molti leader continuano a dirsi sovranisti anche se quella dell’Ucraina è proprio una battaglia sovranista. E non è un dibattito teorico contro l’ingerenza di Bruxelles ma è diventata una questione di vita e di morte. E i morti purtroppo ci sono. La guerra ha fatto esplodere l’internazionale sovranista".

PARIGI - "Le destre sovraniste filo-Putin non sono scomparse, anche se la guerra in Ucraina ha fatto volare in frantumi le loro alleanze" dice il politologo Jacques Rupnik a proposito delle parole di Silvio Berlusconi. Professore a Sciences Po, specialista dell’Europa centrale, Rupnik è stato consigliere dell’ex presidente ceco Vaclav Havel.


A quasi tre mesi dall’inizio dell’aggressione russa, com’è possibile che rimanga ancora l’attrazione filo-Putin in una parte delle destre sovraniste europee?
"Il paradosso è che molti leader continuano a dirsi sovranisti anche se quella dell’Ucraina è proprio una battaglia sovranista. E non è un dibattito teorico contro l’ingerenza di Bruxelles ma è diventata una questione di vita e di morte. E i morti purtroppo ci sono. La guerra ha fatto esplodere l’internazionale sovranista".


In che modo?
"Una delle prime vittime collaterali della guerra è il gruppo di Visegrad. Alcuni Paesi come Polonia, Repubblica Ceca, Slovenia condividono l’interpretazione del conflitto data da Zelensky, ovvero quella di 'due mondi diversi' che si contrappongono sulla base dei loro valori, a partire dalla libertà".


Con l’eccezione notevole dell’Ungheria.
"Sul treno che ha portato i premier ceco, polacco e sloveno a Kiev, c’era un assente di rilievo: Viktor Orban. Il premier ungherese non ha cambiato la sua posizione filo-Putin perché ne trae un vantaggio enorme. Può acquistare gas e petrolio dalla Russia sotto al prezzo di mercato, è in grado di esportarlo e avere soldi per la corruzione dei suoi amici e clienti. Orban ha venduto all’opinione pubblica l’idea che non bisogna lasciarsi trascinare in questa guerra, tanto più, è il suo argomento, che gli ucraini maltrattano la minoranza ungherese. Orban si presenta come garante di pace e prezzi bassi. E su questa linea ha vinto per la quarta volta le elezioni".


E gli altri amici europei di Putin perché lo fanno?
"Alcuni perché non possono permettersi di sganciarsi visto che hanno addirittura preso soldi dalla Russia, penso a Marine Le Pen. Emmanuel Macron ha colto nel giusto quando ha detto che lei parlando a Mosca si rivolgeva al suo banchiere. Per altri sovranisti resta una fascinazione per il disprezzo di Putin verso un’Europa considerata debole e decadente. Persino i polacchi del Pis che sono anti-russi in politica estera, restano allineati con alcuni ideologi vicini al Cremlino sulla cosiddetta 'guerra culturale'".


Quale futuro per queste destre anomale?
"Gran parte dei leader delle destre “nazionali” avevano, o hanno ancora, un debole per Putin, e non è facile avere come riferimento un criminale di guerra. È anche uno spartiacque. Come ha detto Zelensky, la guerra è un conflitto tra la dittatura e la democrazia liberale rappresentata dall’Ue. E su questo continuano ad emergere ambiguità nelle destre 'nazionali'".