NAPOLI - "Avverto un profondo disagio", confessa Mariastella Gelmini ai pochi che l’hanno incrociata, ieri a Firenze. Provvidenziale, per la ministra degli Affari regionali, l’impegno assunto in precedenza con il collega Patrizio Bianchi che l’ha “costretta” a stare lontano dalla Mostra d’Oltremare, l’ha sottratta all’incontro diretto con Silvio Berlusconi. La capodelegazione di Forza Italia, ribadisce, non ha "nulla di personale" contro il leader. Ma il problema politico rimane. Ed è anzi ogni giorno più pressante. Al punto da spingerla ai margini del partito, su un Aventino che occupa con orgoglio.
NAPOLI - "Avverto un profondo disagio", confessa Mariastella Gelmini ai pochi che l’hanno incrociata, ieri a Firenze. Provvidenziale, per la ministra degli Affari regionali, l’impegno assunto in precedenza con il collega Patrizio Bianchi che l’ha “costretta” a stare lontano dalla Mostra d’Oltremare, l’ha sottratta all’incontro diretto con Silvio Berlusconi. La capodelegazione di Forza Italia, ribadisce, non ha "nulla di personale" contro il leader. Ma il problema politico rimane. Ed è anzi ogni giorno più pressante. Al punto da spingerla ai margini del partito, su un Aventino che occupa con orgoglio.
Voleva la garanzia che l’ex premier stesse saldamente sul fronte anti-russo, senza sconti, e invece l’ha ascoltato dire che "bisogna convincere l’Ucraina ad ascoltare le domande di Putin". Le note di rettifica, la fedeltà all’atlantismo giurata dal palco di Napoli dallo stesso Berlusconi non l’hanno rassicurata. "Che imbarazzo", ripete anche nel pomeriggio. Sottolineando la convinzione che le uscite di Berlusconi corrono il rischio di far passare l’Italia come "il ventre molle dell’Occidente. Non possiamo permettere che il Paese corra questo pericolo, non possiamo consentire che ciò avvenga per responsabilità di Forza Italia".
"C’è un’ambiguità di cui non riusciamo a liberarci", è il senso del suo ragionamento. Imbarazzo, ambiguità. Parole adoperate per coprire una convinzione: il vero pensiero di Berlusconi è quello che emerge nei discorsi fatti a braccio, nell’intervento di Treviglio come nelle dichiarazioni fuori dal ristorante di Marechiaro. Il resto sono toppe messe dal cerchio magico – Tajani, Ronzulli – e da uno staff obbligato per due volte, fra martedì a venerdì, a precisare cosa davvero volesse dire il presidente. A chiedergli di riaffermare pubblicamente la collocazione atlantista, di sottolineare che l’Ucraina "è un Paese aggredito" e che l’invio di armi a scopo difensivo è "doveroso": era un passaggio necessario, per evitare di mettere in difficoltà Draghi rimasto sorpreso dalle uscite del Cavaliere. Così, Berlusconi ha letto questa parte del suo intervento senza indugiare troppo ed è andato avanti. Il problema resta.
Il problema di un partito il cui futuro è appeso alla verve del suo capo quasi 86enne, essenziale ma anche incontrollabile. Sia chiaro: Gelmini non è l’unica, fra i ministri di Forza Italia, a pensare queste cose. La corrente critica nei confronti non di Berlusconi ma di chi viene accusato di condizionarlo, di plagiarlo, di lavorare solo per sfruttarne la scia, di piegarlo su posizioni sovraniste è la stessa che qualche mese fa proruppe dopo l’elezione del capogruppo alla Camera Paolo Barelli. Una componente moderata, riformista, che vede protagonisti anche Renato Brunetta e Mara Carfagna, quest’ultima su posizioni apparentemente più concilianti, e ieri destinataria di una citazione da parte di Berlusconi.
Il malessere di Gelmini è esploso pubblicamente anche per la ferita che lei ritiene di aver ricevuto con il siluramento di Massimiliano Salini, il fedelissimo sostituito proprio da Ronzulli alla guida del coordinamento lombardo del partito. Ma i tre ministri sono, da tempo, un’entità autonoma dentro Forza Italia, di diretta derivazione draghiana. "Se ce ne andassimo dal governo finiremmo solo per indebolire il premier", è una voce sfuggita dalla rappresentanza di governo. Ma nei fatti il destino è già segnato: senza una modifica della legge elettorale, difficilmente i tre resteranno dentro una Forza Italia che viaggia a braccetto con Salvini. "La prospettiva? Vivo alla giornata", è il pensiero che viene riferito di Gelmini. E una cosa è certa: nessuno, fra gli stessi tre ministri, pensa ormai che Berlusconi possa cambiare linea.
Il rapporto con Gelmini è compromesso, come dimostrato dal modo in cui il Cavaliere liquida l’argomento dell’avvicendamento del coordinatore lombardo: "Una cosa chiesta da tutti". Il leader forzista è risentito per gli attacchi della capodelegazione ma, fanno sapere i suoi, "non è che non ci dorma la notte". L’ultima stilettata all’ex pupilla che si allontana. Il futuro, come dice l’ex premier alla terza discesa in campo, è ancora da costruire.