Polveriera FI, Gelmini sotto accusa. Pressing su Berlusconi: "Va rimossa"
di Giovanna Vitale , di Giovanna VitaleROMA - L'unica cosa certa, nel grande Vietnam di Forza Italia, è la "profonda irritazione" di Silvio Berlusconi. Quei pochissimi che sono riusciti a parlarci lo hanno sentito "sconcertato" per l'escalation scatenata da Mariastella Gelmini contro di lui: un attacco considerato insopportabile perché diretto non più solo al cerchio magico capitanato da Licia Ronzulli, con cui la ministra degli Affari regionali non si è presa mai, bensì volto a contestare "la mia persona, la mia storia, la mia linea politica". È questo che brucia di più al Cavaliere: la "ingratitudine" della sua ex pulilla che "non si capisce bene dove voglia arrivare, qualcuno di voi l'ha capito?".
Una frattura difficile da ricomporre, adesso. Il muro contro muro è la modalità con cui d'ora in avanti verranno regolati i rapporti dentro il partito. Di sicuro quelli con il fronte governista: non…
ROMA - L'unica cosa certa, nel grande Vietnam di Forza Italia, è la "profonda irritazione" di Silvio Berlusconi. Quei pochissimi che sono riusciti a parlarci lo hanno sentito "sconcertato" per l'escalation scatenata da Mariastella Gelmini contro di lui: un attacco considerato insopportabile perché diretto non più solo al cerchio magico capitanato da Licia Ronzulli, con cui la ministra degli Affari regionali non si è presa mai, bensì volto a contestare "la mia persona, la mia storia, la mia linea politica". È questo che brucia di più al Cavaliere: la "ingratitudine" della sua ex pulilla che "non si capisce bene dove voglia arrivare, qualcuno di voi l'ha capito?".
Una frattura difficile da ricomporre, adesso. Il muro contro muro è la modalità con cui d'ora in avanti verranno regolati i rapporti dentro il partito. Di sicuro quelli con il fronte governista: non è un mistero che non erano Brunetta, Carfagna e Gelmini i nomi che il "capo" avrebbe voluto nella squadra di Draghi. Vissuti come usurpatori dai fedelissimi - dal coordinatore Antonio Tajani alla capogruppo in Senato Anna Maria Bernini, dal collega alla Camera Paolo Barelli al deputato Paolo Zangrillo - segnalati non a caso fra i più fervidi sostenitori della federazione (se non addirittura fusione) di Forza Italia con la Lega. Un progetto al quale Matteo Salvini tiene moltissimo, convinto per questa via di potersi riprendere la leadership del centrodestra ipotecata da Giorgia Meloni, e che però bisognava tenere coperto almeno sino alla fine dell'anno. Per non mettere in allarme la truppa azzurra, che teme per la rielezione, e soprattutto far trovare la leader di Fratelli d'Italia davanti al fatto compiuto.
La controffensiva della ministra azzurra ha però scombinato i piani: tuonando contro "l'ambiguità" di Berlusconi sulla guerra in Ucraina, Gelmini ha finito per evidenziare i punti di contatto sempre più stretti con il segretario del Carroccio. Portando alla luce il disegno coltivato nell'ombra dal tandem Ronzulli-Tajani, e fin qui avallato senza troppa convinzione dall'uomo di Arcore. Descritto da chi lo conosce bene con una metafora ciclistica: "Silvio sta in surplace", quasi immobile, in equilibrio sulla bicicletta di Forza Italia, per evitare di sbagliare lo sprint finale. Ancora indeciso se mollare tutto, oppure riprendersi lo scettro, come promesso alla convention di Napoli.
È la ragione per la quale Gelmini ha fatto saltare i nervi sia a Salvini, sia al cerchio magico di Arcore. Sceso subito in pressing sul Cavaliere affinché infligga una punizione esemplare alla responsabile degli Affari regionali, chiedendole o di rinunciare all'incarico di capodelegazione o, addirittura, di fare un passo indietro dal governo. Una strada tuttavia impervia, se non altro perché "i ministri li nomina il presidente della Repubblica, non il presidente o il coordinatore di un partito", ha ricordato Elio Vito, altro forzista eretico: "Far trapelare sui giornali richieste di dimissioni di ministri è una grave scorrettezza istituzionale".
Un clima incandescente che impone la consegna del silenzio. L'unico titolato a parlare a nome di Fi è Tajani. Il quale ieri, proprio per scongiurare eventuali fughe, si è affrettato a smentire il progetto di fusione, sebbene con una formula talmente vaga da suonare come una conferma involontaria. Nel centrodestra "ci sono tre grandi partiti con un'identità precisa", ha spiegato il coordinatore azzurro: "Noi siamo la forza liberale europeista e riformista, siamo parte del Ppe, siamo il centrodestra, Berlusconi si è sempre impegnato per federare, non per fare un partito unico". Eccola la parola chiave: federare. I gruppi parlamentari, per intanto, che già stanno insieme in maggioranza. Fdi, che sta all'opposizione, resterà fuori. Una sorta di fidanzamento ufficiale. In attesa del matrimonio vero.