Cirino Pomicino: "Con De Mita c'era amore e contrasto. Mi promosse ministro per rimuovermi e invece..."
di Matteo Pucciarelli , di Matteo Pucciarelli"Una notizia ferale", dice Paolo Cirino Pomicino. Ha la voce affranta. Il suo telefono oggi è più bollente che mai, tutti lo cercano per commentare la morte di Ciriaco De Mita.
Compagni di partito eppure avversari di correnti, lui nella sinistra di base e lei andreottiano: ricorda come e quando vi conosceste?
"Ci conoscemmo in Parlamento dopo la mia prima elezione, anno 1976: mi prese un po' in giro e mi raccontò che quando vide un mio manifesto, l'unico che ho mai fatto, col mio doppio cognome dal sapore fiabesco, si domandò: dove può andare questo con il nome da foresta magica? Invece ebbi una esplosione di voti, battendo anche Gava a Napoli. Abbiamo avuto un rapporto particolare: spesso in disaccordo ma con reciproca empatia, c'era amore e contrasto".
"Una notizia ferale", dice Paolo Cirino Pomicino. Ha la voce affranta. Il suo telefono oggi è più bollente che mai, tutti lo cercano per commentare la morte di Ciriaco De Mita.
Compagni di partito eppure avversari di correnti, lui nella sinistra di base e lei andreottiano: ricorda come e quando vi conosceste?
"Ci conoscemmo in Parlamento dopo la mia prima elezione, anno 1976: mi prese un po' in giro e mi raccontò che quando vide un mio manifesto, l'unico che ho mai fatto, col mio doppio cognome dal sapore fiabesco, si domandò: dove può andare questo con il nome da foresta magica? Invece ebbi una esplosione di voti, battendo anche Gava a Napoli. Abbiamo avuto un rapporto particolare: spesso in disaccordo ma con reciproca empatia, c'era amore e contrasto".
Lei fu anche ministro in un suo governo, erano i fantastici anni '80, oggi considerati l'inizio della fine per il nostro Paese.
"Il nostro debito pubblico era per il 90 per cento delle mani dei risparmiatori, oggi si è triplicato ed è nelle mani della finanzia interzionale. Ricordo che la Dc sconfisse l'inflazione a due cifre chiamando a discutere tutti i partiti sul come riuscirci: il valore di quel partito era l'essere una garanzia repubblicana, oggi non c'è più un partito perno del sistema politico".
Ma come andò al governo con lui presidente del Consiglio?
"Feci una anche malizia tutta andreottiana: ero presidente della commissione Bilancio, lui pensava che era meglio tenermi fuori da lì per controllarmi meglio e avere meno grane parlamentari, solo che nel corso di un dibattito in Consiglio su proposta di Giuliano Amato si optò affinché anche il ministro della Funziona pubblica, cioè io, scrivesse la legge di bilancio. Mi aveva promosso per rimuovermi, e invece...".
La fine della Dc era inevitabile o anche De Mita commise degli sbagli sul finire di quella storia?
"Fu il più longevo segretario della Dc ed ebbe la capacità di trasformare una sconfitta in una vittoria, nel 1983, quando la Dc perse sei punti. Lui capovolse quell'esito rafforzando l'alleanza con il Psi e offrendogli la presidenza del Consiglio. Era un uomo politico attento che sapeva cogliere delle opportunità. La sua prima visita quando divenne capo del governo fu a Mosca, fece storcere il naso agli anglo-americani, puntava ad aiutare a perestroika di Gorbaciov. Però a proposito della fine della Dc, rerò ricordo una data precisa, ottobre 1992, dopo l'elezione di Scalfaro alla presidenza della Repubblica: a casa mia ebbi la fortuna di riunire De Mita Andreotti Fava Forlani e Martinazzoli e spiegai che a mio giudizio di lì a sei mesi non ci saremmo stati più con il nuovo finanziamento elettorale legato ai rimborsi. Allora proposi di togliere la fiducia ad Amato per cambiarlo con il picconatore Cossiga, perché era l'unico che poteva affrontare le devianze della magistratura con il sostegno popolare, ma ci fu una sottovalutazione, anche De Mita quindi non si rese bene conto di quel che stava succedendo".
Che differenze c'erano tra correnti della Dc nel vostro modo di fare politica?
"Eravamo tutti convinti che le correnti fossero non solo di potere ma anche di pensiero, così si intercettavano pezzi di società diversi dall'uno e dall'altro. Noi andreottiani ci arrivammo tardi a questo".
Quanto erano aspri e violenti gli scontri tra correnti, allora?
"Beh ricordo la sinistra di base di De Mita contro la sinistra sociale di Donat-Cattin, quella sindacale che si confrontò con il Pci nelle fabbriche. Nel 1989 sempre a casa mia facemmo l'alleanza contro di lui con l'area forlaniana e quella di Donat-Cattin, che fu sempre all'opposizione della gestione di De Mita. Ma il tutto non influiva sui rapporti personali, era la naturale ricchezza di un partito libero e legato all'ispirazione cristiana".
Tangentopoli toccò anche lui, come avvenne a tanti nella Prima Repubblica, si può dire che perlomeno alcuni atteggiamenti erano molto leggeri? Penso alle raccomandazioni, la casa a Roma pagata un terzo del suo valore e così via.
"Sul clientelismo dico questo: significa non comprendere il ruolo del parlamentare, ponte tra società e partiti, cosa può fare se non dare una mano? La segnalazione è comune all'intero Paese e mondo, poi lo si è pompato come il male assoluto. La verità è che c'era in atto il tentativo di sovvertire l'assetto democratico del Paese come poi avvenne, peraltro senza successo visto che ora siamo impoveriti ed irrilevanti".
Che carattere aveva De Mita?
"Non era per niente facile, lo aveva capito Craxi ma anche noi all'interno. Lavorai non poco con Andreotti per prendere le distanze dalla sua segreteria, fece l'errore da presidente del Consiglio di voler mantenere la carica di segretario della Dc, ma da noi non si poteva concentrare il potere in una sola persona. Più tardi comprese benissimo, non ebbe risentimenti rispetto alla nostra contrarietà, sapeva che a volte c'erano delle fasi di inabissamento. Quando poi si discusse sulla legge Mammì tirò fuori dal governo la sinistra dc, andarono via i loro cinque ministri, la risposta di Andreotti fu di sostituirli con altri... Ebbe un'attrazione fatale per il Pci e per i laudatores del Pci come fu con Eugenio Scalfari, subendo tra l'altro tremende ramanzine da parte sua".
Quand'è l'ultima volta che vi siete sentiti? Cosa vi siete detti?
"Prima delle elezioni al comune di Napoli, volevamo fare una lista comune e invece il virus della frammentazione ci ha sconfitto. Il rapporto stretto c'è sempre stato, nel 2017 tentammo di rilanciare la cultura popolare democratica e cristiana, lui restava un uomo legato a don Sturzo, ero uno studioso e ammiratore di quella storia e il lamento degli ultimi tempi era l'assenza di un pensiero politico compiuto. Le culture politiche oggi sono state azzerate, non ce n'è più una a differenza di quanto avviene negli altri Stati europei, si amministra stancamente senza un orizzonte di lungo periodo, senza i partiti che elaboravano strategie di lungo periodo".
A Nusco De Mita era ancora il re incontrastato, a 94 anni: è una bella storia o comunque il segnale di una politica che si aggrappa al passato?
"Moltissimi di noi hanno una richiesta permanente di incontri anche con quadri dirigenti di altri partiti, i giovani ci chiedono di fare la tesi di laurea sulla Dc, anche amministratori del nord si rivolgono a noi ex. C'è una fama di politica inevasa, per questo De Mita era ancora un punto di riferimento".