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Carlo Smuraglia l'avvocato-partigiano: ora e sempre Resistenza. Anche in Ucraina

Carlo Smuraglia (fotogramma)
Chi era il presidente onorario dell'Anpi che se ne è andato oggi a 98 anni. Affinò la sua sensibilità antifascista all'università. Uomo di legge, dalla parte giusta della storia. Ma anche ex parlamentare: si schierò per il No al referendum del 2016 contro Renzi e a favore dell'invio delle armi al popolo di Zelensky
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Carlo Smuraglia era asciutto. Poche parole, quelle giuste. Anche la sera di marzo che lo chiamai per capire cosa ne pensava della guerra (fino a quel momento aveva taciuto), a un certo punto troncò la conversazione: "Ecco, mi sembra di averle detto l'essenziale". "Le sue parole faranno rumore", gli obiettai. Non era la posizione dell'Anpi. Gli mandai allora il testo, me lo girò con un'unica aggiunta: "Un aiuto invalicabile". "L'invio di armi all'Ucraina deve avere un limite preciso: non deve comportare l'entrata in guerra del Paese. Un confine invalicabile".

"Una liberazione di anime", questa era stata la Resistenza per il presidente onorario dell'Anpi Carlo Smuraglia, che se ne è andato oggi a 98 anni. Una scelta morale, prima ancora che politica. Uno stare dalla parte giusta della storia. L'8 settembre 1943 lo aveva colto studente in legge Uomo di legge, dove aveva come maestri De…

Carlo Smuraglia era asciutto. Poche parole, quelle giuste. Anche la sera di marzo che lo chiamai per capire cosa ne pensava della guerra (fino a quel momento aveva taciuto), a un certo punto troncò la conversazione: "Ecco, mi sembra di averle detto l'essenziale". "Le sue parole faranno rumore", gli obiettai. Non era la posizione dell'Anpi. Gli mandai allora il testo, me lo girò con un'unica aggiunta: "Un aiuto invalicabile". "L'invio di armi all'Ucraina deve avere un limite preciso: non deve comportare l'entrata in guerra del Paese. Un confine invalicabile".

"Una liberazione di anime", questa era stata la Resistenza per il presidente onorario dell'Anpi Carlo Smuraglia, che se ne è andato oggi a 98 anni. Una scelta morale, prima ancora che politica. Uno stare dalla parte giusta della storia. L'8 settembre 1943 lo aveva colto studente in legge Uomo di legge, dove aveva come maestri Delio Cantimori e Cesare Luporini. Il padre, impiegato nelle Ferrovie, tempo prima era finito in carcere perché trovato in possesso di un volantino antifascista; l'episodio aveva segnato la storia della famiglia. Smuraglia affinò la sua sensibilità antifascista all'università, un posto dove si discuteva moltissimo, con accenti inimmaginabili nel conformismo soffocante del fascismo. Nel maggio del 1943 gli studenti della Normale furono accusati di avere imbrattato i muri con delle scritte inneggianti alla festa dei lavoratori. Smuraglia e gli altri vennero sospesi per sei mesi, ma riammessi prima della scadenza per l'intervento del direttore, Giovanni Gentile, il filosofo, "in generale molto disponibile nei confronti dei giovani", disse. L'anno dopo Gentile sarebbe stato ucciso dai Gap a Firenze. In quei sei mesi se la cavò grazie all'aiuto di molte famiglie pisane. "Una cosa che non ho mai dimenticato".

Dopo l'armistizio Smuraglia lasciò gli studi per darsi alla macchia ed evitare così la leva obbligatoria nella Rsi. Non era scontato. Significava mettere in pericolo il proprio talento.

"Fu infatti una scelta di vita dolorosa, ma che ritenni inevitabile. Ma la libertà in quel momento era più importante della carriera". Tornò quindi nelle sue Marche. "Venni ospitato da una famiglia di contadini. Quando bussai alle loro porte il marito disse di essere d'accordo con le mie idee, ma che non se la sentiva di darci un rifugio, "perché se ci scoprono ci ammazzano tutti". Intervenne decisa la moglie: 'Pensa se questo ragazzo fosse tuo figlio'. Ci fu una discussione tra i due, alla fine l'uomo si convinse e nascose me e i miei amici".

"Anche quei contadini erano partigiani", commentò Smuraglia.

In campagna si collegò ai Gap, i Gruppi di azione patriottica legati al Pci, e s'impegnò concretamente nella lotta all'invasore nazifascista. "Ancona venne liberata il 18 luglio 1944. La guerra per noi era finita. Ma io non volli tornare a casa. Mi pareva di non avere fatto abbastanza. Decisi di entrare nell'esercito, nella Divisione Cremona, un residuo di quello comandato dal generale Badoglio: si chiamava Cil, corpo italiano di liberazione, ed agiva sotto il comando dell'alleato inglese. Mia madre scoppiò in lacrime quando glielo comunicai. Ero tornato sano e salvo dalla montagna e ora ripartivo. Passavo per essere un pessimo tiratore, mi presero comunque. Riuscimmo a liberare molte città del Nord. Gli inglesi però ci trattavano con diffidenza, eravamo comunisti, e in quanto tali ritenuti pericolosi. Ci assegnavano sempre i compiti più pericolosi, tipo togliere le mine".

Senza il favore popolare la Resistenza non si sarebbe potuto fare, è sempre stata l'opinione di Smuraglia. E non la fecero soltanto chi imbracciò le armi, ma chi offrì un sostegno concreto: in tanti portarono un mattone, spesso decisivo".

Una volta il presidente Mattarella disse che la rivolta morale che animò i partigiani "deve permanere nella memoria collettiva del Paese". Intendeva dire che deve dispiegare i suoi frutti anche nel presente. Smuraglia, dopo la guerra, come tanti fece sua quella lezione. I partigiani sono stati parte della classe dirigente che ha reso Italia un grande Paese. È stato avvocato, fondatore, con Lelio Basso e Umberto Terracini, dei Giuristi democratici, consigliere regionale e poi parlamentare del Pci, quindi, l'impegno nell'Anpi, che schierò per il No, al referendum del 2016, contro Matteo Renzi. In tanti ricorderanno il suo duello pubblico con il leader del Pd. Tutte queste battaglie hanno sempre visto al centro la difesa della Costituzione nata dalla Resistenza, e quindi della democrazia: l'unica bussola che non va mai smarrita, specialmente in questi tempi così incerti.