Deterrenza e intelligence, cambia la strategia italiana nel Mediterraneo
di Gianluca Di Feo , di Gianluca Di FeoÈ come un Big Bang geopolitico: la guerra in Ucraina sta riscrivendo le mappe del pianeta, creando nuove linee di confronto tra nazioni, polarizzando un'altra divisione in blocchi e soprattutto ridefinendo le rotte dell'economia. Se prendiamo in mano l'atlante, ci rendiamo conto che l'epicentro di questo terremoto è il Mediterraneo, diventato cruciale nel Grande Gioco del terzo millennio: una situazione che obbliga l'Italia a stabilire obiettivi chiari per presentarsi da protagonista al tavolo di questa partita. Per questo il documento varato lo scorso 12 maggio dal ministro Lorenzo Guerini sulla "strategia di sicurezza e difesa per il Mediterraneo" è di fatto la bussola sugli orientamenti politici e militari del governo Draghi. Se l'impostazione generale può apparire coerente con la visione dei precedenti esecutivi dal 2015 in poi, ricalcando alcuni dei pilastri del "Libro bianco" voluto da Roberta Pinotti, i con…
È come un Big Bang geopolitico: la guerra in Ucraina sta riscrivendo le mappe del pianeta, creando nuove linee di confronto tra nazioni, polarizzando un'altra divisione in blocchi e soprattutto ridefinendo le rotte dell'economia. Se prendiamo in mano l'atlante, ci rendiamo conto che l'epicentro di questo terremoto è il Mediterraneo, diventato cruciale nel Grande Gioco del terzo millennio: una situazione che obbliga l'Italia a stabilire obiettivi chiari per presentarsi da protagonista al tavolo di questa partita. Per questo il documento varato lo scorso 12 maggio dal ministro Lorenzo Guerini sulla "strategia di sicurezza e difesa per il Mediterraneo" è di fatto la bussola sugli orientamenti politici e militari del governo Draghi. Se l'impostazione generale può apparire coerente con la visione dei precedenti esecutivi dal 2015 in poi, ricalcando alcuni dei pilastri del "Libro bianco" voluto da Roberta Pinotti, i contenuti testimoniano una diversa consapevolezza del nostro Paese e l'ambizione alla leadership nel quadrante più turbolento di tutti.
Il punto chiave infatti è la definizione della nostra area di interesse con il "Mediterraneo allargato": include a est i Balcani e il Mar Nero; a sud est il Medio Oriente e la Penisola arabica, a sud l'intero Sahel e a ovest arriva fino al Golfo di Guinea. Ossia un crocevia di risorse cruciali e collegamenti commerciali ma anche di tensioni d'ogni genere, alcune antiche e altre destinate ad acuirsi nel futuro prossimo. In questo perimetro ci sono guerre, dittature, focolai di terrorismi, strutture statali fragilissime o inesistenti. E c'è chi vuole sfruttare questa somma di debolezze per imporre nuove alleanze.
I due intrusi
Due potenze stanno intensificando le loro iniziative in questo scacchiere. La prima è proprio la Russia: "La cronaca - recita il documento - ci conferma quanto siano attuali le sfide poste da Mosca anche in forme insidiose. La Federazione Russa ha riavviato una significativa azione di influenza nel Mediterraneo, su cui ha guadagnato - specialmente attraverso il legame con il regime di Damasco - un agevole accesso; con una robusta presenza militare in avamposti di alta valenza strategica - una base navale e una base aerea - le forze russe esercitano una presenza significativa e persistente al Fianco Sud della Nato. Il recente posizionamento in Cirenaica, a supporto del generale Haftar, rappresenta una ulteriore evoluzione di quanto già in atto in Siria. A questa presenza militare si accompagna poi la strategia industriale di Mosca nel settore armamento, con sempre maggiore penetrazione nei mercati della regione". Paesi come Egitto e Algeria infatti continuano a rifornirsi di sistemi bellici russi, intrecciando così relazioni per l'addestramento e la manutenzione. E molti regimi africani, dal Mali al Sudan, aprono le porte ai mercenari della Wagner e alle commesse di mezzi per la lotta alla guerriglia.
Se le manovre russe hanno un'impronta militare, emersa dall'inizio dell'anno con lo schieramento di una flotta agguerrita per condizionare i movimenti nel Mediterraneo e l'accesso al Bosforo, Pechino invece affida la penetrazione a iniziative di natura economica e commerciale, "canali attraverso i quali Pechino persegue con risolutezza i propri obiettivi strategici, peraltro con crescenti risvolti nella dimensione militare".
La deterrenza militare
Il documento dedica grande attenzione alla "dimensione cooperativa", ossia al ruolo dell'Italia nell'aiutare le nazioni di questo bacino a rafforzare istituzioni civili e militari attraverso programmi di collaborazione. Il tutto sempre nella cornice della due alleanze, la Nato e l'Unione Europea. La novità però è l'accento posto sulla "dimensione operativa", che per la prima volta esprime il concetto di deterrenza: le nostre forze armate devono essere in grado di reagire alle minacce, non solo in maniera teorica ma anche con capacità di pronto intervento. "Per la tutela degli interessi nazionali, permane rilevante la partecipazione alle operazioni Nato e Ue nel Mediterraneo Allargato. Essa potrà essere accompagnata da altre iniziative, nazionali o sviluppate nell'ambito di coalizioni, orientate a specifici Paesi e aree geografiche. Occorre assicurare presenza, sorveglianza, vigilanza, e quindi deterrenza, e contemporaneamente favorire lo sviluppo di capacità autonome da parte dei Paesi coi quali cooperiamo, in particolare nelle aree di più immediato interesse nazionale".
Il paradosso è che la crisi internazionale aperta dall'invasione dell'Ucraina torna a mostrare l'importanza della geografia: "Una particolare attenzione dovrà essere dedicata, in questo senso, alle aree di passaggio obbligato più prossime al nostro Paese, ed in particolare allo Stretto di Sicilia, choke point degli spostamenti marittimi, anche militari, tra le sponde est e ovest del Mediterraneo e cerniera di gran parte di traffici nord-sud, inclusi quelli illeciti". Qui il documento usa il termine choke point - traducibile come "collo di bottiglia" - che sottolinea il valore strategico dello Stretto di Sicilia: una valutazione che sembra la premessa a una postura più marcata dello schieramento militare italiano. Aeroporti come Pantelleria e strumenti come i nuovi sottomarini commissionati dalla Marina assumono un significato diverso, così come le ipotesi di acquistare missili anti-nave da dislocare a Lampedusa. Il testo voluto dal ministro Guerini sottolinea un altro aspetto spesso sottovalutato: "Analoga attenzione dovrà essere posta nel garantire il contributo della Difesa a tutela della ZEE nazionale". Si tratta della Zona Economica Esclusiva: la parte di mare che un Paese rivendica come sua e che in base agli accordi non può estendersi oltre le 200 miglia. L'Italia l'ha approvata soltanto un anno fa e adesso bisogna affrontare una trafila di contenziosi per definire questi confini tracciati sulle acque: altre nazioni - come Algeria, Libia e Turchia - si sono allargati ben oltre le duecento miglia ritagliandosi spazi in maniera piuttosto arbitraria.
Il ruolo dell'Intelligence
Assieme alla deterrenza, il documento pone in evidenza la necessità di potenziare l'intelligence. Oltre all'attività tradizionale dei nostri servizi di sicurezza, questo punto fa riferimento agli investimenti condotti nell'ultimo decennio dalle forze armate e ulteriormente incrementati dal 2020. Anzitutto la rete di satelliti spia, sia con visori ottici sia con sistemi radar: una realtà poco nota ma che rappresenta uno strumento potente di conoscenza a disposizione del nostro governo. Poi ci sono gli aerei da ricognizione elettronica: ai due Gulfstream CAEW in servizio se ne aggiungeranno altri otto, con strumentazioni hi-tech per la sorveglianza radar e per intercettare ogni forma di comunicazione. Si tratta di un piano costoso - l'investimento in corso sfiora i cinque miliardi di euro - per dotare l'Italia di una capacità di vigilanza superiore a ogni altro Paese europeo. Con un obiettivo strategico: "La superiorità informativa è il pre-requisito per creare una vantaggio decisionale. Dal punto di vista militare, la consapevolezza di ciò che accade nelle aree di interesse, consente di intervenire quando/dove necessario, in presenza di "anomalie", ottimizzando e sincronizzando le risorse disponibili".
Competizione globale
Dietro il linguaggio tecnico, si può leggere la complessità della situazione che si vive nel Mediterraneo e nei territori confinanti, con una competizione giocata a tutto campo e spesso trasversale alle alleanze, soprattutto quando si tratta di impadronirsi di risorse - come i giacimenti di gas sottomarini - a cui molte nazioni ambiscono. Per questo il controllo della situazione è presentato come la premessa alla capacità di intervento. "Incrementare la conoscenza di ciò che accade nell'area (Situational Awareness) e di conseguenza la capacità di prevenire l'insorgere di crisi e intervenire quando necessario; un'azione in profondità che postula il potenziamento dell'intelligence strategico e operativo, la piena integrazione delle componenti e la capacità di proiettare lo strumento dove/quando necessario (capacità expeditionary)". Cosa significa "capacità expeditionary"? La possibilità, ad esempio, di schierare la portaerei Cavour e presto la nave tuttoponte Trieste con i caccia F-35B della Marina e dell'Aeronautica: mezzi di cui nessun altro Paese dell'aerea dispone e che al momento non hanno rivali. O il piano di integrazione in un'unica task force da sbarco dei fanti di marina del San Marco e dei lagunari dell'Esercito. Ma anche gli altri elementi necessari per affrontare i conflitti contemporanei: "In altri termini, occorre potenziare la capacità di generare effetti in un ambiente complesso e multi-dominio; le minacce (e i conflitti) non si limitano infatti alla sfera militare in senso classico: esse includono il dominio cyber e quello spaziale, si giocano in campo energetico ed economico, vedono coinvolte le vie di comunicazioni e l'accesso ai porti, implicano il riconoscimento di Zone Economiche Esclusive, a volte incompatibili con quelle degli Stati confinanti". Un accenno che sembra rivolto non soltanto alle scaramucce con la guardia costiera libica per proteggere i pescherecci ma soprattutto alla sfida con la Turchia per lo sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi a largo di Cipro.
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Controllo unificato
Il disegno presentato nel Documento è focalizzato sul controllo del mare, attraverso il coinvolgimento di tutti i ministeri e gli enti: "La Difesa dovrà farsi promotrice di un approccio di sistema che, nel rispetto delle reciproche competenze, consenta lo scambio informativo e l'assunzione di decisioni consapevoli che producano effetti concreti, da parte delle varie organizzazioni/istituzioni interessate, favorendo perciò una "Azione unitaria dello Stato sul Mare". Oltre a Interni, Esteri, Sviluppo Economico anche il dicastero della Transizione Ecologica e quello delle Infrastrutture assieme all'Agenzia per la Cybersicurezza e alla Protezione civile diventano parte di questo "sistema", che farà capo alla centrale operativa della Marina Militare con una sorta di "Grande Fratello" dei mari: "In questo senso, è opportuno capitalizzare quanto già disponibile a livello governativo e procedere al conseguimento della piena operatività del "Dispositivo Interministeriale Integrato di Sorveglianza Marittima" (DIISM), un progetto avviato nel 2007 a cura della Presidenza del Consiglio al fine di realizzare un'organizzazione integrata di sorveglianza marittima per la gestione di tutte le informazioni, raccolte sul mare dai vari dicasteri, e tramite un'unica centrale operativa - ubicata presso la Centrale Operativa Marina Militare (COMM), fin qui utilizzata, pur con ottimi risultati, solo in casi specifici e per operazioni inter-agenzia limitate nel tempo". Tanta attenzione nasce da alcune considerazioni semplici. "Nel 2020, l'Italia ha importato 66,4 miliardi di metri cubi di gas e 50,5 milioni di tonnellate di petrolio, a fronte, rispettivamente, dei 4,4 e 5,3 derivanti dai giacimenti nazionali terrestri e offshore (cioè ubicati nelle acque di giurisdizione marittima nazionale). L'Italia importa quindi la quasi totalità del fabbisogno di combustibili fossili. Questa situazione, pur in previsione di una progressiva transizione verso fonti rinnovabili, determina la necessità di una riflessione in merito alla sicurezza e stabilità dei Paesi fornitori, delle aree di transito dei gasdotti-oleodotti, nonché delle vie di comunicazione, soprattutto marittime. Infatti il petrolio, così come il gas, arriva quasi interamente con navi specializzate (petroliere e gasiere) dal Golfo Persico, dai due versanti oceanici africani, dal Mediterraneo orientale e dal mar Nero attraverso i passaggi nevralgici di Suez, Hormuz e Bab El Mandeb (snodo ad alto rischio ed epicentro di insicurezza e conflitti). Anche in chiave prospettica, il processo per la transizione ecologica, che include la produzione di energia green grazie allo sfruttamento del vento e delle correnti, o la produzione di idrogeno, richiederà l'instaurazione di nuove infrastrutture offshore e la riconversione di quelle esistenti. Assumono infine una rilevanza sempre più centrale per l'attuale conformazione economica, finanziaria e sociale, le dorsali di comunicazione subacquee che giacendo sui fondali del Mediterraneo connettono l'Europa all'Asia ed all'Africa". Insomma, la sicurezza del Paese passa dal mare. Che non è più Nostrum, perché tanti lo rivendicano, ma al quale non possiamo rinunciare. "La nostra sicurezza è legata a doppio filo alla stabilità di questo mare e a quella delle aree limitrofe - sintetizza il ministro Guerini nella lettera che accompagna il documento -. Il Mediterraneo è il punto di congiunzione di tre continenti nonché la rotta più rapida, sicura ed economica tra Indo-Pacifico e Atlantico: una via di transito che, da sola, ospita circa il 20% del traffico marittimo mondiale", specifica il ministro Guerini nella lettera di presentazione al Documento: "Non sorprende, quindi, che catalizzi l'interesse di attori con ambizioni globali e obiettivi connessi al controllo delle materie prime e alla disponibilità di vie commerciali, o impegnati ad aumentare la propria influenza in questo quadrante, anche attraverso la presenza militare. Occorre perciò prestare la massima attenzione e vigilare, anche nell'interesse della pace, oltre che della tutela degli interessi nazionali".