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A Catanzaro il candidato di Salvini è un ex Pd, ma la Lega si nasconde. Letta e Conte puntano su Fiorita

Da sinistra, Nicola Fiorita, Wanda Ferro e Valerio Donato 
Valerio Donato è sostenuto anche dai renziani e se la vedrà con Wanda Ferro, che corre per Fdi
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CATANZARO - Niente è come sembra in quel di Catanzaro, che è da sempre un capoluogo di regione a metà, Reggio Calabria eterna rivale a contenderle lo scettro. Scenario ideale, fosse vissuto Pirandello, per una novella sull'inconoscibilità del reale, capace di tante verità quanti sono i punti di vista di chi lo osserva, mutevoli per convenienza.


Accade pure in queste comunali mai così affollate: 23 liste per 709 concorrenti, su dieci elettori almeno uno è in gara per il palazzo di città, la politica intesa come welfare familiare. Il centrodestra, che qui ha governato per 18 degli ultimi 25 anni con lo stesso uomo - l'imprenditore…

CATANZARO - Niente è come sembra in quel di Catanzaro, che è da sempre un capoluogo di regione a metà, Reggio Calabria eterna rivale a contenderle lo scettro. Scenario ideale, fosse vissuto Pirandello, per una novella sull'inconoscibilità del reale, capace di tante verità quanti sono i punti di vista di chi lo osserva, mutevoli per convenienza.


Accade pure in queste comunali mai così affollate: 23 liste per 709 concorrenti, su dieci elettori almeno uno è in gara per il palazzo di città, la politica intesa come welfare familiare. Il centrodestra, che qui ha governato per 18 degli ultimi 25 anni con lo stesso uomo - l'imprenditore a lungo berlusconiano Sergio Abramo - ha lasciato talmente tante da macerie da frantumarsi in tre tronconi, specchio fedele delle faglie aperte a livello nazionale. Il pezzo più forte ha candidato sindaco l'unico (ormai ex) tesserato del Pd: si chiama Valerio Donato, fa il professore universitario e sarebbe stato probabilmente incoronato dal centrosinistra se solo avesse voluto fare le primarie. Ma lui si è rifiutato, in realtà pare stesse già trattando con gli avversari, che alla fine se lo sono preso vestendo di civismo l'operazione sostenuta da dieci liste camuflage: Forza Italia e Lega ci sono ma non si dice, in campo senza simboli ufficiali, eppure lì dentro stanno metà degli assessori e dei consiglieri uscenti, a dispetto di una campagna tutta incentrata sul fallimento dell'amministrazione di cui hanno fatto parte fino a ieri.


Un trasformismo praticato anche altrove che ha disgustato Enrico Letta - "È la morte della politica" - ma soprattutto Giorgia Meloni: al grido di "vogliamo un centrodestra che non vada a braccetto con la sinistra", l'ex ministra della Gioventù ha deciso di rompere per contarsi, obbligando la deputata Wanda Ferro a scendere in pista per Fdi; insieme a Pd e 5S il solo partito a non presentarsi sotto mentite spoglie. E pazienza se lei fosse già in parola con l'amico Donato. Il quale ha dalla sua pure Udc e renziani, ma dovrà vedersela con un terzo incomodo: il presidente dell'Ordine degli avvocati Antonello Talerico che, sponsorizzato da Mimmo Tallini, un tempo potentissimo ras azzurro, s'è risolto a giocare la sua partita al Centro. Mentre il primo cittadino in carica, che nel frattempo è uscito da Fi ed entrato in Coraggio Italia, tira la volata alla pasionaria dei Fratelli.
Istantanea di un'implosione che riflette la disgregazione di una città dove tutto è mobile, trasversale, come il centro storico costruito sul crinale di tre colli, ora in gran parte abbandonato. Erano oltre 100mila gli abitanti fino agli anni '80, oggi superano di poco gli 85mila: un graduale spopolamento, specie giovanile, nonostante la presenza di un ottimo ateneo intitolato alla Magna Grecia.


Un ammasso di detriti su cui i giallorossi, per una volta uniti, sperano ora di costruire la loro resurrezione, quasi impossibile da sperare dopo la batosta alle ultime due regionali. E per di più con un candidato iper-progressista, esterno alle forze tradizionali, che si è autoimposto per la sua forza oggettiva: Nicola Fiorita, docente universitario pure lui, che cinque anni fa da outsider ottenne da solo un sorprendente 23%. Segno che a Catanzaro c'è voglia di cambiare. Intercettata sia dal segretario dem, che a fine maggio proprio dalla punta dello Stivale ha iniziato il suo tour elettorale, sia da Giuseppe Conte, sbarcato mercoledì sera al Lido per gonfiare le vele del Movimento.


Espugnarlo avrebbe il sapore dell'impresa. Non solo perché "dal dopoguerra a oggi, tranne una breve parentesi tra il 2006 e il 2011, qui ha sempre vinto la Dc prima e Forza Italia poi", ricorda Maria, insegnante in pensione che si gode la brezza sul lungomare. Ma anche per segnalare che il campo largo esiste e può battere chiunque. Un laboratorio al Sud che punta su delusi e arrabbiati per approdare dritto al ballottaggio.


Non è dunque un caso se i leader di Pd e Cinquestelle abbiano deciso di metterci la faccia. Al contrario dei rivali, che si sono viceversa dileguati. In particolare Matteo Salvini, a queste latitudini indesiderato persino dal suo candidato sindaco: "Se dovesse venire, farà la sua attività politica, ma non potrà vedere a fianco la mia persona", ha detto Donato a inizio campagna, salvo poi correggere il tiro, sommerso dagli strali dei leghisti. Il fatto è che nemmeno Antonio Tajani ha trovato il tempo per fare un salto, sostituito da Annamaria Bernini e altre figure minori, così come Roberto Occhiuto, che della Calabria è l'azzurro governator cortese. L'esatto opposto di Giorgia Meloni, scesa invece volentieri a toccare Ferro, "una donna che non ha padroni né amici degli amici da accontentare". Certa di poter dimostrare, la presidente di Fdi, che senza di lei la destra è come l'alta velocità: a Catanzaro non arriva da nessuna parte.