PALERMO - C’è un pezzo d’Italia in cui sono i politici a bussare alle porte dei boss, a chiedere aiuto, sostegno, voti. Ci sono uomini di Cosa nostra che hanno sempre uno sportello aperto per accogliere richieste, promesse e cambiali a buon rendere.
Del resto, questa è pur sempre la terra in cui i potenti del passato — e forse ancora del presente — come Totò Cuffaro e Marcello Dell’Utri, dopo essere stati condannati per mafia e aver trascorso qualche anno in galera, benedicono la corsa dell’aspirante sindaco di centrodestra a Palermo, Roberto Lagalla. Ne sostengono la candidatura con una lista (quella della Dc Nuova) e indicano come nulla fosse un’assessora per la giunta che verrà.
Che aria mefitica, si respira per le vie della città. Terremotata dal secondo pesante arresto in tre giorni. Non galoppini, non portatori d’acqua, ma candidati di centrodestra al Consiglio comunale in odore di mafia. Il forzi…
PALERMO - C’è un pezzo d’Italia in cui sono i politici a bussare alle porte dei boss, a chiedere aiuto, sostegno, voti. Ci sono uomini di Cosa nostra che hanno sempre uno sportello aperto per accogliere richieste, promesse e cambiali a buon rendere.
Del resto, questa è pur sempre la terra in cui i potenti del passato — e forse ancora del presente — come Totò Cuffaro e Marcello Dell’Utri, dopo essere stati condannati per mafia e aver trascorso qualche anno in galera, benedicono la corsa dell’aspirante sindaco di centrodestra a Palermo, Roberto Lagalla. Ne sostengono la candidatura con una lista (quella della Dc Nuova) e indicano come nulla fosse un’assessora per la giunta che verrà.
Che aria mefitica, si respira per le vie della città. Terremotata dal secondo pesante arresto in tre giorni. Non galoppini, non portatori d’acqua, ma candidati di centrodestra al Consiglio comunale in odore di mafia. Il forzista Pietro Polizzi, prima, l’uomo di Fdi Francesco Lombardo, a 40 ore dall’apertura delle urne.
Così, alla vigilia delle amministrative, sembra che i trent’anni dalle stragi Falcone e Borsellino siano trascorsi invano. L’atmosfera plumbea con cui si chiude la campagna dei veleni non promette nulla di buono per il futuro della Sicilia degli onesti. Campagna che si era accesa sul palco del Foro Italico domenica 22 maggio, quando Maria Falcone, sorella del giudice ucciso, partecipando alla “Repubblica della memoria” aveva invitato i candidati a prendere le distanze dagli impresentabili: "La politica non si può permettere sponsor che non siano adamantini e Dell’Utri e Cuffaro non lo sono". Quel pomeriggio l’ex assessore della giunta regionale di Nello Musumeci, Roberto Lagalla, ha incassato il colpo tenendo gli occhi bassi, poi è andato via lasciando anzitempo la platea.
L’indomani, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e mezzo governo raggiungono Palermo per commemorare le vittime delle stragi, e a sorpresa il candidato di centrodestra non si presenta. Desta scalpore e sgomento quella sedia lasciata vuota, ancor più la giustificazione del candidato a sindaco della quinta città d’Italia. Si dice "costretto alla decisione per evitare che qualche facinoroso, sensibile al fascino di certe feroci parole, possa macchiare uno dei momenti simbolici più importanti della città".
Assenze che parlano e che pesano, in Sicilia. Un po’ come quelle di tutti i leader del centrodestra, da Matteo Salvini a Giorgia Meloni, da Antonio Tajani a Lorenzo Cesa: nessuno di loro partecipa al comizio di chiusura con cui ieri sera la coalizione ha salutato il fine corsa dell’ex rettore di Palermo. Nel cinema della centralissima Piazza Politeama, affollato ma non gremito, Lagalla deve accontentarsi in prima fila di un imbarazzato Ignazio La Russa: "Fossi stato al posto del magistrato, avrei aspettato due giorni, ma noi siamo agli antipodi della mafia".
E poi di Maurizio Gasparri e di Gianfranco Micciché. "Invece hanno fatto bene ad arrestarli alla vigilia del voto — dice mentre lascia il cinema il presidente dell’Assemblea regionale siciliana — E noi dobbiamo fare di più, abbiamo commesso degli errori. Io dopo queste amministrazioni faccio una derattizzazione. Ma le prefetture devono aiutarci a fare pulizia nelle liste". In quello stesso cinema ci sono tutti i capi locali della coalizione. Tranne Totò Cuffaro, tornato con la sua nuova lista democristiana tra i big che danno le carte, nella politica siciliana.
Fuori, sui muri della città, campeggiano ancora centinaia di manifesti che i giovani del collettivo Off-line hanno sfornato clandestinamente nelle settimane che hanno preceduto il voto. “Forza Mafia” e poi “La famiglia di Cosa nostra”, si legge a caratteri cubitali su un fotomontaggio che ritrae il duo Cuffaro e Dell’Utri con in braccio un Lagalla con ciuccio.
Mentre tramonta il sole sull’ultima giornata di campagna, il candidato di centrodestra che sogna il colpaccio già domani al primo turno, ha l’aria del pugile suonato. "Due vicende orribili, chiederò ai partiti le dimissioni di quanti, eventualmente eletti, risultino avere legami con Cosa nostra — mette le mani avanti — Se non avverrà sarò io a rassegnare le dimissioni".
Fdi di Giorgia Meloni annuncia che si costituirà parte civile contro il suo candidato arrestato. Poco più che buoni propositi, secondo gli avversari. Perché "c’è un’emergenza palermitana che è diventata ormai emergenza nazionale", a sentire Giuseppe Conte. "La presa di distanza da certi personaggi non è arrivata e ora Lagalla deve farsi da parte", rincara il vicesegretario dem Giuseppe Provenzano, venuto a sostenere il colpo di reni finale del candidato di Pd, M5S e della sinistra, il presidente dell’ordine degli architetti Franco Miceli. Il fatto è che qui non si ritira nessuno, tanto meno Lagalla. E gli arrestati, ormai in lista, potrebbero essere votati ed eletti. E spalancare le porte del Consiglio comunale al partito di Cosa nostra.