Referendum giustizia, perché diciamo No
di Francesco Bei , di Francesco BeiDomani, com’è noto, si potrà votare non solo per il rinnovo di circa 1000 comuni, ma anche per i 5 referendum sulla giustizia promossi da Lega e partito radicale. Un election-day deciso dal governo proprio per favorire la massima partecipazione al voto e provare a rivitalizzare un istituto, quello referendario, che da vent’anni ormai (con l’eccezione dei quesiti del 2011, trainati dal disastro della centrale nucleare di Fukushima) è diventato uno strumento inservibile e sembra incapace di suscitare l’interesse dei cittadini. Repubblica ha informato nel merito dei vari quesiti sia sulla carta che on line, dando spazio alle ragioni del Sì e del No. Alla vigilia del voto pensiamo tuttavia sia giusto far conoscere ai lettori il nostro orientamento come giornale.
Domani, com’è noto, si potrà votare non solo per il rinnovo di circa 1000 comuni, ma anche per i 5 referendum sulla giustizia promossi da Lega e partito radicale. Un election-day deciso dal governo proprio per favorire la massima partecipazione al voto e provare a rivitalizzare un istituto, quello referendario, che da vent’anni ormai (con l’eccezione dei quesiti del 2011, trainati dal disastro della centrale nucleare di Fukushima) è diventato uno strumento inservibile e sembra incapace di suscitare l’interesse dei cittadini. Repubblica ha informato nel merito dei vari quesiti sia sulla carta che on line, dando spazio alle ragioni del Sì e del No. Alla vigilia del voto pensiamo tuttavia sia giusto far conoscere ai lettori il nostro orientamento come giornale.
Ebbene, riteniamo che su tutti e 5 i quesiti sia opportuno votare No oppure non recarsi al voto, per non consentire il raggiungimento del quorum (scelte entrambe legittime). È vero che il servizio Giustizia è considerato largamente inefficiente, è vero che i cittadini sono in gran parte insoddisfatti. Ed è altrettanto innegabile l’assenza di un reale processo di autoriforma da parte della magistratura associata dopo lo scandalo Palamara. Così come è vero che il tema dell’interferenza tra esercizio dell’azione penale e politica resta tutt’ora un terreno controverso oltre che irrisolto.
Detto tutto ciò, la medicina referendaria proposta non è quella giusta. Anzi, se fosse somministrata aggraverebbe la malattia del paziente invece di curarlo. Soprattutto in un Paese, il nostro, con un elevato indice di criminalità e corruzione e dalla cultura politica tutt’ora intossicata da forti pulsioni populiste.
Occorre quindi passare in rapida rassegna i quesiti. L’abolizione della legge Severino viene proposta perché la sospensione degli amministratori locali dopo una condanna in primo grado ha dato spesso adito a ingiustizie. Vero. Peccato che, votando Si, insieme all’acqua sporca si butterebbe anche il bambino: finirebbero nel cestino anche la decadenza e l’incandidabilità di quei parlamentari condannati con sentenza definitiva a pene superiori ai due anni. Vedi il caso di Berlusconi e la condanna per frode fiscale che lo fece espellere dal Senato. Vogliamo tornare indietro anche su questo? E, soprattutto, per quale ragione dovremmo rinunciare a correggere lì dove si è dimostrata perfettibile una legge come quella Severino decidendo di riconsegnare uno strumento di controllo a una classe politica che, come mostrano i fatti di Palermo di questi giorni, continua a dimostrarsi incapace di rendersi impermeabile alla malversazione?
La limitazione della custodia cautelare in apparenza dovrebbe far gioire i garantisti e tutti coloro che, soprattutto a sinistra, sono giustamente scandalizzati per la facilità con cui si finisce in cella o ai domiciliari. Attenzione però, perché votando Si i magistrati verrebbero privati di uno strumento di prevenzione potente per reati di grande allarme sociale tra i quali lo spaccio di stupefacenti, i furti, le estorsioni, la corruzione, la bancarotta fraudolenta.
Quanto agli altri tre quesiti, basterebbe dire che insistono su materie già oggetto della riforma Cartabia in calendario in Senato il 15 giugno, dopo aver ricevuto il via libera della Camera. Conviene lasciar lavorare il Parlamento.
Sulla questione più dibattuta, quella della completa separazione delle funzioni tra magistratura inquirente e giudicante, è opportuno tuttavia ricordare che la riforma Cartabia stabilisce una sola possibilità di passaggio tra pm e giudici nei primi dieci anni di carriera. Separare definitivamente i due percorsi, come avverrebbe con il Sì, porterebbe soltanto a trasformare il pubblico ministero in un soggetto autoreferenziale, quasi un super-poliziotto, potenzialmente estraneo alla cultura dei diritti e delle garanzie. Premessa necessaria per il suo passaggio agli ordini dell’esecutivo. Ve lo immaginate un esercito di pm agli ordini di un ministro della giustizia leghista o di Fratelli d’Italia? A noi sembra un incubo che conviene scacciare. Con un bel No, appunto. O con un’astensione.