Referendum e quorum non raggiunto, dalla procreazione assistita alle trivelle il flop di 28 consultazioni
di Giovanna Casadio , di Giovanna CasadioDipende dall’interesse dei temi, ma anche dalla loro attualità. Dopo il disastro nella centrale nucleare di Fukushima ad esempio, ai referendum del 2011, trainati da quello sul nucleare, andarono a votare il 54,9% di elettori, con quorum ampiamente raggiunto anche negli altri tre quesiti che riguardavano la gestione dei servizi pubblici locali a privati; la tariffa dell’acqua e il legittimo impedimento per le alte cariche dello Stato. Fu quella una boccata d’ossigeno per i referendum abrogativi (che cancellano cioè leggi o parti di leggi in vigore e per cui ci vuole il quorum del 50% di votanti): è un istituto democratico importante, che però sembrava essere obsoleto negli anni più recenti e che solo i Radicali lo avessero ancora a cuore.
Dipende dall’interesse dei temi, ma anche dalla loro attualità. Dopo il disastro nella centrale nucleare di Fukushima ad esempio, ai referendum del 2011, trainati da quello sul nucleare, andarono a votare il 54,9% di elettori, con quorum ampiamente raggiunto anche negli altri tre quesiti che riguardavano la gestione dei servizi pubblici locali a privati; la tariffa dell’acqua e il legittimo impedimento per le alte cariche dello Stato. Fu quella una boccata d’ossigeno per i referendum abrogativi (che cancellano cioè leggi o parti di leggi in vigore e per cui ci vuole il quorum del 50% di votanti): è un istituto democratico importante, che però sembrava essere obsoleto negli anni più recenti e che solo i Radicali lo avessero ancora a cuore.
Dal 1946 a oggi sono stati 67 i referendum abrogativi: alcuni, come quello sul divorzio (1970) e sull’aborto (1981) hanno segnato lo spartiacque dei diritti nel nostro Paese e hanno avuto percentuali altissime di affluenza. Il 79,4% l’aborto e l’87,7% il divorzio. Ma già l’ultimo referendum (17 aprile 2016) sulle trivelle, raggiuse appena il 31,18% di votanti: praticamente un flop, andò a votare un elettore su tre. Altro flop nel 2009 tre referendum sulla materia non popolare della legge elettorale. Promossi da Mario Segni e Giovanni Guzzetta riguardavano l’assegnazione del premio di maggioranza alla lista più votata anziché alla coalizione; stesso meccanismo anche per il Senato; impossibilità per una stessa persona di candidarsi in più circoscrizioni. Niente quorum, mai così bassa l’affluenza: intorno al 23%.
Niente da fare neppure nel 1999 nel referendum per una legge elettorale maggioritaria secca, per l’abolizione cioè della quota proporzionale come chiedevano Mario Segni e Antonio Di Pietro. Ma il quorum è sfiorato, si ferma al 49,6%. Nella grande infornata referendaria del 1997 i Radicali che propongono 6 su 7 referendum (l’ultimo per abrogare la legge che istituisce il Ministero delle risorse agricole è promosso da sette consigli regionali), subiscono una batosta. È flop, lontani dal quorum per una ventina di punti. Dopo tre tornate - 1995, 1993 e 1991 con quorum raggiunto -, bisogna risalire al 1990 per avere i due quesiti sulla caccia più quello sull’uso dei fitofarmaci fermarsi intorno al 40%. Consultazione nulla.
In tutto sono stati 28 i referendum flop, senza quorum e perciò non validi, su 67 referendum abrogativi, e 39 quelli che hanno raggiunto il quorum. In 76 anni di storia repubblicana si sono tenuti 73 referendum, sommando i quattro costituzionali, quello consultivo (per il mandato costituente all’europarlamento) e uno istituzionale, con cui si scelse tra monarchia e Repubblica il 2 giugno del 1946. Con i 5 quesiti sulla giustizia del 12 saliranno a 78.