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Referendum e quorum non raggiunto, dalla procreazione assistita alle trivelle il flop di 28 consultazioni

(ansa)
Dal 1946 ad oggi, in 76 anni di storia repubblicana ci sono stati 67 referendum abrogativi
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Dipende dall’interesse dei temi, ma anche dalla loro attualità. Dopo il disastro nella centrale nucleare di Fukushima ad esempio, ai referendum del 2011, trainati da quello sul nucleare, andarono a votare il 54,9% di elettori, con quorum ampiamente raggiunto anche negli altri tre quesiti che riguardavano la gestione dei servizi pubblici locali a privati; la tariffa dell’acqua e il legittimo impedimento per le alte cariche dello Stato. Fu quella una boccata d’ossigeno per i referendum abrogativi (che cancellano cioè leggi o parti di leggi in vigore e per cui ci vuole il quorum del 50% di votanti): è un istituto democratico importante, che però sembrava essere obsoleto negli anni più recenti e che solo i Radicali lo avessero ancora a cuore. 

Dipende dall’interesse dei temi, ma anche dalla loro attualità. Dopo il disastro nella centrale nucleare di Fukushima ad esempio, ai referendum del 2011, trainati da quello sul nucleare, andarono a votare il 54,9% di elettori, con quorum ampiamente raggiunto anche negli altri tre quesiti che riguardavano la gestione dei servizi pubblici locali a privati; la tariffa dell’acqua e il legittimo impedimento per le alte cariche dello Stato. Fu quella una boccata d’ossigeno per i referendum abrogativi (che cancellano cioè leggi o parti di leggi in vigore e per cui ci vuole il quorum del 50% di votanti): è un istituto democratico importante, che però sembrava essere obsoleto negli anni più recenti e che solo i Radicali lo avessero ancora a cuore. 

Dal 1946 a oggi sono stati 67 i referendum abrogativi: alcuni, come quello sul divorzio (1970) e sull’aborto (1981) hanno segnato lo spartiacque dei diritti nel nostro Paese e hanno avuto percentuali altissime di affluenza. Il 79,4% l’aborto e l’87,7% il divorzio. Ma già l’ultimo referendum (17 aprile 2016) sulle trivelle, raggiuse appena il 31,18% di votanti: praticamente un flop, andò a votare un elettore su tre. Altro flop nel 2009 tre referendum sulla materia non popolare della legge elettorale. Promossi da Mario Segni e Giovanni Guzzetta riguardavano l’assegnazione del premio di maggioranza alla lista più votata anziché alla coalizione; stesso meccanismo anche per il Senato; impossibilità per  una stessa persona di candidarsi in più circoscrizioni. Niente quorum, mai così bassa l’affluenza: intorno al 23%. 

Già nel 2005 del resto il referendum sulla legge sulla procreazione assistita con ben 5 quesiti per abrogare altrettante parti della legge, era finito in un nulla di fatto. Però il risultato fu il frutto di una precisa strategia dei cattolici riuniti dal cardinale Camillo Ruini. “L’armata Ruini”, come venne chiamata, fece campagna per l’astensione. La vinse. Solo il  25% di elettori andò a votare, nonostante la mobilitazione della sinistra. Né migliore sorte aveva avuto nel 2003 il referendum sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori promosso da Rifondazione comunista che si accompagnava al referendum voluto dai Verdi sull’abrogazione dell’obbligo per i proprietari terrieri di fare passare sui loro terreni le condutture elettriche. Entrambi invalidati, con il 25,5% di affluenza, la metà di quanto richiesto per il quorum. Il 21 maggio del 2000 è il mega flop che accompagna ben 7 referendum presentati dai Radicali. Spaziano dalla separazione delle carriere dei magistrati all’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori all’eliminazione del rimborso per le spese elettorali. La presenza di elettori alle urne è poco oltre il 30%. 

Niente da fare neppure nel 1999 nel referendum per una legge elettorale maggioritaria secca, per l’abolizione cioè della quota proporzionale come chiedevano Mario Segni e Antonio Di Pietro. Ma il quorum è sfiorato, si ferma al 49,6%. Nella grande infornata referendaria del 1997 i Radicali che propongono 6 su 7 referendum (l’ultimo per abrogare la legge che istituisce il Ministero delle risorse agricole è promosso da sette consigli regionali), subiscono una batosta. È flop, lontani dal quorum per una ventina di punti. Dopo tre tornate  - 1995, 1993 e 1991 con quorum raggiunto -,  bisogna risalire al 1990 per avere i due quesiti sulla caccia più quello sull’uso dei fitofarmaci fermarsi intorno al 40%. Consultazione nulla. 

In tutto sono stati 28 i referendum flop, senza quorum e perciò non validi, su 67 referendum abrogativi, e 39 quelli che hanno raggiunto il quorum. In 76 anni di storia repubblicana si sono tenuti 73 referendum, sommando i quattro costituzionali, quello consultivo (per il mandato costituente all’europarlamento) e uno istituzionale, con cui si scelse tra monarchia e Repubblica il 2 giugno del 1946. Con i 5 quesiti sulla giustizia del 12 saliranno a 78.