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Riforma del Csm, Lega e Italia viva contrari al ritiro degli emendamenti. L'allarme del Pd: "La legge a rischio"

La ministra della Giustizia, Marta Cartabia (ansa)
La trattativa parte male. Il senatore del Carroccio Pillon e di Iv Cucca irremovibili rispetto alla richiesta della Guardasigilli. D'Incà: "Escluso il ricorso alla fiducia".  Bongiorno, responsabile Giustizia di Salvini, detta la linea ai suoi di palazzo Madama: "Portiamo avanti le nostre modifiche"
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ROMA - E Marta Cartabia lascia la riunione di maggioranza al Senato sul Csm. In realtà perché in via Arenula la sta aspettando il suo omologo olandese. Ma la coincidenza è malandrina perché giusto in quei minuti la trattativa sulla riforma del Csm parte assai male a palazzo Madama. La Guardasigilli ha chiesto di nuovo - come del resto aveva già fatto nell’ultima riunione di maggioranza prima del voto sui referendum - il ritiro di tutti gli emendamenti, ben 257, che gravano sulla riforma in commissione Giustizia e che da oggi riprende la maratona alle 15. Ma anche stavolta è arrivato un duro niet della Lega e di Italia viva, che rispettivamente  hanno presentato 61 e 88 emendamenti. Mentre Giacomo Caliendo di Forza Italia ha accettato di ritirare i suoi. Di conseguenza, da oggi pomeriggio, la riforma del Csm va al buio al voto in commissione, con il rischio che l’approvazione anche di una sola virgola in pi&ugrav…

ROMA - E Marta Cartabia lascia la riunione di maggioranza al Senato sul Csm. In realtà perché in via Arenula la sta aspettando il suo omologo olandese. Ma la coincidenza è malandrina perché giusto in quei minuti la trattativa sulla riforma del Csm parte assai male a palazzo Madama. La Guardasigilli ha chiesto di nuovo - come del resto aveva già fatto nell’ultima riunione di maggioranza prima del voto sui referendum - il ritiro di tutti gli emendamenti, ben 257, che gravano sulla riforma in commissione Giustizia e che da oggi riprende la maratona alle 15. Ma anche stavolta è arrivato un duro niet della Lega e di Italia viva, che rispettivamente  hanno presentato 61 e 88 emendamenti. Mentre Giacomo Caliendo di Forza Italia ha accettato di ritirare i suoi. Di conseguenza, da oggi pomeriggio, la riforma del Csm va al buio al voto in commissione, con il rischio che l’approvazione anche di una sola virgola in più rispetto al testo votato alla Camera il 27 aprile possa compromettere l’esito della legge e di conseguenza anche le future elezioni del Csm che, a quel punto, si dovrebbero svolgere con la vecchia legge elettorale. Una vera beffa, a tre anni dal caso Palamara. I tempi sono strettissimi, perché la riforma è attesa in aula domani alle 15 e 30 e mancano ancora i pareri delle commissioni Affari costituzionali e Bilancio. 

Grasso, "la riforma rischia..." 

Dopo Cartabia - che comunque doveva incontrare i ministri olandesi che la stavano aspettando in via Arenula - ecco che dalla riunione esce Piero Grasso che si stringe nelle spalle e dice: "A questo punto andiamo in commissione al buio, certo la riforma politicamente rischia....".  Ed è proprio così, perché i senatori della Lega, Simon Pillon, e di Italia viva Giuseppe Cucca, presenti alla riunione con Cartabia e il ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D'Incà, sono irremovibili rispetto alla richiesta della Guardasigilli. Richiesta già fatta prima dei referendum e già respinta. 

Quando D'Incà lascia la riunione fa mostra di ottimismo. "Abbiamo sicurezza di poter trovare l'accordo dei gruppi. Speriamo di chiudere stasera o domani. C'è la volontà di collaborare e chiudere i lavori dando la possibilità di votare il Csm con le nuove regole. Il ricorso alla fiducia è escluso". Ed è proprio quest'ultimo elemento - l'impossibilità di mettere la fiducia - è diventato un'arma in mano a Lega e Iv. Come ha spiegato tecnicamente Piero Grasso alla stessa maggioranza la fiducia è impossibile perché comporterebbe un maxi emendamento che cambierebbe il testo rispetto alla ferrea regola della cosiddetta "doppia conforme", cioè una lettura del testo che deve essere esattamente identica nei due rami del Parlamento. Un maxi emendamento cambierebbe di fatto il testo, e questo porterebbe a un nuovo rinvio alla Camera. 

Proprio la mancata fiducia dà forza a Lega e Iv. Ma se i renziani si sono già astenuti alla Camera, è la Lega che si trova in imbarazzo perché a Montecitorio, pur votando i suoi emendamenti, alla fine ha espresso un voto favorevole. Come si può leggere qui sotto dal resoconto della giornata di ieri, adesso la Lega non può "tradire" il voto del referendum, anche di fronte a una percentuale risibile del 20% dei votanti. Quindi, almeno in commissione, decide di non ritirare gli emendamenti. 

I numeri della commissione Giustizia 

In commissione comunque i numeri dicono che non ci dovrebbero essere problemi. Perché su 24 componenti, la Lega ne ha 5, compreso il presidente Andrea Ostellari, che si è auto nominato relatore della riforma. Iv ha un senatore, Cucca, che però potrebbe astenersi. E con la Lega voterebbero i due di FdI, e forse l'ex grillino Giarrusso. Mentre sull'altro fronte ci sono i 3 senatori del Pd, Grasso, i 5 di M5S, l'esponente delle Autonomie, e probabilmente anche Crucioli di Alternativa. Mentre Forza Italia, con i suoi 4 senatori, dovrebbe votare con la maggioranza visto che ha già annunciato il ritiro dei suoi emendamenti. Stesso discorso in aula. Quindi alla fine la riforma non dovrebbe rischiare. Anche se, ovviamente, le conseguenze di una simile spaccatura - la Lega che vota per suo conto in ossequio all'esito del referendum avrebbe conseguenze tutte politiche.  

La collera del Pd 

Dopo pochi minuti dalla fine della riunione parte la reazione irata del Pd. Con Franco Mirabelli, capogruppo in commissione Giustizia, Anna Rossomando, la responsabile Giustizia dei Dem, e Simona Malpezzi, capogruppo dei senatori in aula. Dice Mirabelli: "Andiamo in commissione e votiamo gli emendamenti. Per noi c'è questa riforma e non altre. Questo è il punto di equilibrio trovato, chi mette in discussione questo si assume la responsabilità di far saltare la riforma". E Rossomando: "Mi pare evidente che qualcuno, dopo la sconfitta al referendum, punti all'affossamento della riforma Cartabia già approvata a larghissima maggioranza alla Camera". E infine Malpezzi: "Per noi va approvato il testo della riforma del Csm, frutto di un lungo lavoro e di un accordo raggiunto alla Camera. Non c'è tempo per ulteriori modifiche che andrebbero ad alterare l'equilibro e la sintesi trovata all'interno della maggioranza. Non possiamo mettere a rischio una riforma importante per il Paese. Sarebbe irresponsabile se qualcuno decidesse di far saltare l'accordo".

Il summit della Lega con Bongiorno 

Poco più di un'ora per decidere la linea sulla giustizia post referendum. Riassumibile in una battuta che, a Repubblica, la responsabile Giustizia della Lega Giulia Bongiorno dice alle 18 in punto di ieri. Appena reduce da un vertice con i suoi, ovviamente con il presidente della commissione Andrea Oastellari, nonché al vertice della commissione stessa. Una battuta che qui si declina così: "Portiamo avanti i nostri emendamenti, e votiamo oltre che i nostri, anche tutti quelli in linea con i temi referendari. Proprio come abbiamo già fatto alla Camera". E ancora: "Barra dritta. Forti dei 10 milioni di Sì, arriveremo alla vera riforma che sarà quella fatta dal centrodestra". 

A queste parole, la Bongiorno ne aggiunge altre due legate ai tempi. E parla di "stasera e domani". Ieri sera, in commissione Giustizia, non è accaduto nulla. Siamo ancora alla discussione generale con l'illustrazione delle singole richieste di modifica. Oggi i lavori proseguono, ma il voto sui 257 emendamenti potrà partire solo quando saranno arrivati i pareri delle commissione Affari costituzionali (la prima) e Bilancio (la quinta) che potrebbero esprimersi anche domani, giusto a ridosso dell'arrivo della riforma in aula, previsto per le 15,30 di domani. 

Ma cosa vuol dire quella frase sibillina, "come alla Camera, votiamo tutti i nostri emendamenti in linea con i referendum"? Più che una minaccia di crisi, la frase suona come un'affermazione di coerenza, la stessa che ha portato i deputati leghisti, il 27 aprile, a votare alla fine a favore della legge Cartabia nell'aula della Camera, pur dopo aver votare a favore non solo dei propri emendamenti sulla separazione netta delle funzioni, nonché su quelli di FdI. Anche in quel caso comunque c'era molta ansia tra banco e banco per via della posizione anomala del referendum. . 

Dalle parole di Bongiono si capisce che la Lega cerca di cavalcare due strade contemporaneamente. Da una parte essere "fedele" alle promesse fatte a Draghi e a Cartabia, ma nello stesso tempo  non cambiare idea proprio tre giorni dopo il voto di domenica. E dunque la Lega si appresta a votare sì ai propri emendamenti per distinguere nettamente la funzione di pm da quella di giudice e impedire i passaggi da una funzione all'altra. Stessi emendamenti presentati anche da FdI e Iv. 

Ma se, sia in commissione che in aula, Forza Italia conferma il voto favorevole alla riforma, la Lega rischia, dopo il flop dei referendum, di restare isolata anche su questo. Conviene dunque ascoltare bene la Bongiorno quando dice che la posizione della Lega è questa - sì agli emendamenti - fino a oggi. Poi domani, in aula, la Lega può comunque votare il testo. Salvo annunciare, come fa la stessa Bongiorno, che tutto cambierà con l'eventuale vittoria, e quindi con il governo del centrodestra nella prossima legislatura.