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Roberto Castelli: “Al Nord alle Comunali la Lega è crollata. Salvini rischia di fare la fine di Renzi”

Roberto Castelli (ansa)
L'ex ministro della Giustizia: "Nel vecchio Carroccio c’è un grande malcontento, Meloni che viene a prendersi i nostri voti mi fa venire l’orticaria"
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Ha davanti agli occhi i risultati della Lega nella Padania che per lui rimane entità politica e geografica. E quei dati li snocciola in una nenia da vedovo inconsolabile del Carroccio che fu. "Como 7 per cento, Monza 8, Pavia 4, Genova e Verona 6,6, Padova 7. Oh mamma mia…". Roberto Castelli, leghista della prima ora ed ex ministro della Giustizia, sospira e si ferma un attimo.


Non sono numeri brillanti. E al Sud non è che vada meglio.
"Guardi, io sono rimasto nella Lega per l’autonomia e il federalismo, quello che accade sotto la Toscana mi interessa relativamente. Di certo, se proiettiamo questi dati sulle prossime Politiche, viene da domandarsi: ma dov…

Ha davanti agli occhi i risultati della Lega nella Padania che per lui rimane entità politica e geografica. E quei dati li snocciola in una nenia da vedovo inconsolabile del Carroccio che fu. "Como 7 per cento, Monza 8, Pavia 4, Genova e Verona 6,6, Padova 7. Oh mamma mia…". Roberto Castelli, leghista della prima ora ed ex ministro della Giustizia, sospira e si ferma un attimo.


Non sono numeri brillanti. E al Sud non è che vada meglio.
"Guardi, io sono rimasto nella Lega per l’autonomia e il federalismo, quello che accade sotto la Toscana mi interessa relativamente. Di certo, se proiettiamo questi dati sulle prossime Politiche, viene da domandarsi: ma dove andiamo? Dovevamo cambiare l’Italia, così non cambiamo proprio nulla. E mi colpisce una cosa".


Quale?
"Che oggi l’attuale classe dirigente canti vittoria, perché la Lega ha conquistato qualche Comune in più. Per carità, in coalizione siamo andati bene, ci sono stati diversi successi, ma dietro Fratelli d’Italia. Ora, a me Giorgia Meloni sta simpatica, ma pensare che la leader romana di un partito centralista venga a prendere voti a casa mia, mi fa venire un po’ l’orticaria".


Ma la Lega, da tempo, è un partito che cerca di andare oltre la dimensione settentrionale.
"Guardi, anche con Bossi abbiamo cercato di guardare al Sud: magari da quelle parti arrivavamo al 3 per cento, ma non tradendo le origini. Oggi abbiamo snaturato un partito per conquistare un non esaltante 6 per cento. Mentre al Nord siamo crollati".


Salvini deve farsi da parte?
"Non credo che lo farà prima delle Politiche. Ma se continua così rischia di fare la fine di Renzi. Che, per inciso, fu travolto da un referendum".


Ma lei, nella Lega, vede formarsi un dissenso organizzato, un movimento critico nei confronti del segretario?
"Esiste un mugugno critico, mettiamola così. Io vivo la pancia della vecchia Lega: il malcontento, che era forte prima, ora è fortissimo. E moltissimi parlamentari con posizioni di rilievo, che conosco da quando erano ragazzi, riservatamente si sfogano. Per il resto, che dirle? Ci sono delle associazioni che fanno sentire la loro voce in modo sempre più forte. Noi, con “Autonomia e libertà”, facciamo la nostra parte: e il 26 giugno, a Pontida, si terrà un’assemblea. Verranno in tanti, vedrà...".


La natura “leninista” della Lega impedisce un dibattito aperto?
"Questa storia della Lega leninista ha radici precise: Bossi nel fondarla si ispirò alla struttura del Pci. Tutte le cariche sono elette in modo democratico e con voto segreto. Poi chi vince comanda e gli altri obbediscono. La filosofia è rimasta quella ma i congressi non si fanno più. E la Lega è diventato un partito personale. Come tale legato alle fortune del suo leader. Se il leader va in difficoltà, può capitare che si scenda dal 40 al 6 per cento in tre anni...".


Cavalcare il referendum sulla giustizia è stato un errore.
"Cinque gli errori fatti ma gliene dico solo uno: non si è riflettuto sull’effetto boomerang del previsto mancato raggiungimento del quorum. Volevamo dare un segnale ai magistrati e abbiamo permesso loro di dire che il Paese sta dalla loro parte".


Come se ne esce?
"Se la Lega vuole continuare a essere partito nazionale, prospettiva che non mi interessa, difficilmente può restare nel cono d’ombra del governo Draghi. Quindi, o si esce dal governo o vi si resta per portare avanti la mai risolta questione settentrionale. Come dimostrato dai fondi del Pnrr in gran parte al Sud e dai referendum sul federalismo mai attuati. Temi di cui si appropriano gli altri, se la Lega li abbandona".