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Draghi, test al Senato sull'Ucraina: ecco cosa può succedere al governo

Mario Draghi (reuters)
Tra i partiti di maggioranza confronto serrato sulla risoluzione da votare. Pd e Forza Italia sono per il massimo sostegno al premier, mentre i pentastellati (scossi dallo scontro interno su Di Maio) vorrebbero ammorbidire le posizioni dell'esecutivo sulle armi a Kiev
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Martedì 21 giugno è la data in cui si capirà se il governo uscirà indebolito o meno dal braccio di ferro che in queste ore si consuma all'interno della maggioranza. L'oggetto dello scontro è la risoluzione sull'Ucraina che domani verrà votata in Senato dopo le comunicazioni del presidente del consiglio Mario Draghi. Un provvedimento che indirizzerà l'azione dell'esecutivo e su cui il Movimento 5 Stelle, il partito di maggioranza relativa, ha già da tempo iniziato a tirare la corda. I pentastellati vorrebbero ammorbidire la posizione del governo, indirizzarlo verso una soluzione diplomatica e rendere più difficile l'invio di armi verso Kiev. Peccato che all'interno della maggioranza i partiti non la pensino allo stesso modo. Pd e Forza Italia sono per il massimo sostegno a Draghi. Perfino la Lega sembra aver spento le proprie criticità verso il sostegno bellico.

L'unica eccezione rima…

Martedì 21 giugno è la data in cui si capirà se il governo uscirà indebolito o meno dal braccio di ferro che in queste ore si consuma all'interno della maggioranza. L'oggetto dello scontro è la risoluzione sull'Ucraina che domani verrà votata in Senato dopo le comunicazioni del presidente del consiglio Mario Draghi. Un provvedimento che indirizzerà l'azione dell'esecutivo e su cui il Movimento 5 Stelle, il partito di maggioranza relativa, ha già da tempo iniziato a tirare la corda. I pentastellati vorrebbero ammorbidire la posizione del governo, indirizzarlo verso una soluzione diplomatica e rendere più difficile l'invio di armi verso Kiev. Peccato che all'interno della maggioranza i partiti non la pensino allo stesso modo. Pd e Forza Italia sono per il massimo sostegno a Draghi. Perfino la Lega sembra aver spento le proprie criticità verso il sostegno bellico.

L'unica eccezione rimane il M5S, il partito di maggioranza relativa che nelle ultime ore è alle prese con un aspro scontro interno che potrebbe sfociare nella scissione con tanto di ripercussione sull'esecutivo di 'unità nazionale'. Due le fazioni: l'ala del "nuovo corso" contiano da un parte e quella dell'ex capo politico Luigi Di Maio: il più draghiano tra i grillini con ormai un piede fuori dal Movimento.

Nei giorni scorsi Di Maio ha fortemente criticato la linea dell'attuale presidente pentastellato Giuseppe Conte, a partire dalle alleanze internazionali che intende portare avanti. In sostanza il capo della Farnesina ha incolpato l'ex premier di volersi allontanare dalla Nato e di indebolire il governo. È qui che si incastra la questione della risoluzione che verrà portata in Aula. Ed è sempre da questo punto che si aprono vari scenari, sulla tenuta della maggioranza e sull'integrità del Movimento. Fino a domani (giorni in cui Draghi riferirà in Parlamento) andranno avanti le trattative sulla risoluzione da portare in Aula. Il fine è quello di tenere unita la maggioranza (5 Stelle compresi), ma senza indebolire l'esecutivo.

Una scenario, quest'ultimo, che dovrà reggersi su un equilibrio impeccabile. Con l'obiettivo di evitare spaccature - è l'ipotesi che circola  in queste ore -  il M5S starebbe spingendo su un testo più morbido: nessun riferimento allo stop alle armi, piuttosto un impegno ad un maggiore sforzo diplomatico per porre fine alla guerra. A questo punto lo stress test verrebbe superato dall'esecutivo senza particolari problemi. È da vedere, però, se il Movimento sarà disposto a cedere anche sul passaggio che condiziona ogni nuova tranche di armenti ad un voto in Parlamento.

Una proposta che ha fatto storcere il naso al resto della maggioranza, visto che non farebbe altro - è il ragionamento - che indebolire Draghi, togliendogli margine di manovra alla vigilia di un appuntamento importante come il Consiglio europeo del 23 e 24 giugno. Una cosa sembra ormai certa, però: difficilmente i 5 stelle decideranno di rompere. E altrettanto difficilmente inseriranno lo stop completo alle forniture belliche. Non che l'ipotesi non sia mai stata sul tavolo. Anzi, la bozza di risoluzione circolata qualche giorno fa andava proprio in questa direzione. Il timore - questo sì -  è che il governo inizi a scricchiolare in piena guerra, con una legge di bilancio ancora da scrivere e una crisi energetica pronta a manifestare le sue peggiori conseguenze.

Le divisioni tra M5S e il resto della maggioranza sono le stesse che hanno portato i grillini sull'orlo della scissione. Conte, in sostanza, sta giocando la medesima partita su due tavoli diversi. Da una parte cerca a tutti i costi di convincere la maggioranza a votare una risoluzione che vada nella direzione da lui  auspicata, dall'altra vuole far prevalere la propria linea all'interno del Movimento. Per farlo è disposto a mettere all'angolo Di Maio. Che non solo corrisponderebbe a mettere alla porta un ministro espressione del Movimento stesso, ma che significherebbe anche depotenziare uno degli esponenti più importanti e in vista dell'esecutivo.

Difficilmente Di Maio verrà espulso (ad oggi il Movimento non è riuscito a cacciare neanche il senatore filo-russo Vito Petrocelli). Una delle ipotesi più accreditate, però, è che i vertici pentastellati decidano che l'ex capo politico non sia più un ministro espressione del M5S. Che, in sostanza, non rappresenti più la linea del gruppo grillino. Il tutto farebbe piombare il governo verso una situazione paradossale: con il partito di maggioranza relativa che vota la fiducia all'esecutivo, ma che allo stesso tempo sconfessa uno dei principali ministri che lo compone. L'unico modo per evitare questo scenario sarebbe una riappacificazione delle due fazioni. Un'ipotesi lontana. Al momento all'interno dei 5 Stelle si tende più a schierarsi che a mediare.

Giovedì a Roma è atteso l'arrivo del fondatore Beppe Grillo. "L'elevato" - come ama appellarsi - non intende blindare Di Maio. Per questo potrebbe essere proprio il ministro degli Esteri ad optare per un uscita autonomo dal proprio movimento, magari portandosi con se i parlmentari che saranno disposti a seguirlo A quel punto per Giuseppe Conte diverrebbe anche più difficile non ascoltare quelle voci che - sopratutto dopo la batosta alle comunali - gli suggeriscono di ritornare all'opposizione.