Pd: il caso M5S è un’altra grana nella coalizione. Letta: "Parlerò con Conte e Di Maio"
di Giovanna Casadio , di Giovanna CasadioROMA - Enrico Letta ci prova: vuole tenere al riparo il Pd dal sisma che sta travolgendo il M5S, partner del campo largo, alleato-chiave del fronte progressista come il segretario dem l'ha immaginato. Tanto che nelle ultime ore, Letta si è ripromesso di sentire sia Giuseppe Conte sia Luigi Di Maio. La postura lettiana è ecumenica: "L'interlocutore omologo, pari grado, in quanto leader scelto dal Movimento, è Conte. Ma abbiamo tenuto sempre un canale di dialogo con Di Maio in tutti i passaggi rilevanti, dall'elezione del presidente della Repubblica alla guerra in Ucraina. Rapporti alla luce del sole, niente da nascondere". Sono le sue parole.
Però l'incertezza politica è grande. L'onda lunga del sisma grillino non può non toccare anche i dem. La risoluzione di martedì prossimo in Parlamento dopo il discorso del premier Draghi sulla guerra in Ucraina - il cui testo è tessuto con fatica da giorni per e…
ROMA - Enrico Letta ci prova: vuole tenere al riparo il Pd dal sisma che sta travolgendo il M5S, partner del campo largo, alleato-chiave del fronte progressista come il segretario dem l'ha immaginato. Tanto che nelle ultime ore, Letta si è ripromesso di sentire sia Giuseppe Conte sia Luigi Di Maio. La postura lettiana è ecumenica: "L'interlocutore omologo, pari grado, in quanto leader scelto dal Movimento, è Conte. Ma abbiamo tenuto sempre un canale di dialogo con Di Maio in tutti i passaggi rilevanti, dall'elezione del presidente della Repubblica alla guerra in Ucraina. Rapporti alla luce del sole, niente da nascondere". Sono le sue parole.
Però l'incertezza politica è grande. L'onda lunga del sisma grillino non può non toccare anche i dem. La risoluzione di martedì prossimo in Parlamento dopo il discorso del premier Draghi sulla guerra in Ucraina - il cui testo è tessuto con fatica da giorni per evitare lo strappo di Conte sullo stop alle armi a Kiev - ha avuto una battuta d'arresto. Lo ammette Alessandro Alfieri, coordinatore di Base riformista, pur riconoscendo che alcuni grillini "contiani" si stanno prodigando per venirne a capo, da Maria Domenica Castellone a Paola Taverna.
Però al Nazareno preme soprattutto negare un Pd con il torcicollo, cioè diviso tra la corrente di sinistra (Peppe Provenzano, Francesco Boccia) che guarda a Conte, mentre i riformisti ex renziani (il ministro Lorenzo Guerini, Alessandro Alfieri, Andrea Marcucci), oltre all'altro ministro Dario Franceschini e a Piero De Luca, sono sponsor di Di Maio. Se a Marcucci è scappata la proposta nelle settimane passate di una futura candidatura di Di Maio nelle file dem, è derubricata a "battuta in una trasmissione radiofonica" dallo stesso Marcucci. Per ora.
E il leit motiv di Letta è: "Nessuna ingerenza negli affari del M5S, rispetto per il dibattito interno e le lacerazioni, cosa in cui siamo esperti. È evidente che un partito non può condizionare le dinamiche interne di un altro movimento ancorché alleato". A patto ovviamente che il governo sia tenuto al riparo. Sempre Letta: "Il confronto mi auguro non ingeneri fibrillazioni per il governo Draghi in un momento di massima delicatezza con la guerra, l'attuazione del Pnrr, la tensione sullo spread". Questo sì, che manderebbe a gambe all'aria il rapporto 5S-Pd.
Il timore c'è, e grande. Enrico Borghi, responsabile dem della Sicurezza, ripete: "Noi non facciamo il tifo, ma certo il Pd è sempre più perno e propone un'alleanza progressista, riformista e ambientalista alternativa alle destre sovraniste con tutti coloro che ci stanno. Le forze di centro non dovrebbero tirarsi fuori". È l'altra stoccata a eventuali poli centristi inseguiti da Matteo Renzi e Carlo Calenda, a cui potrebbero dare la spinta Beppe Sala e Luigi Di Maio.
Con i 5Stelle comunque sono dolori e gioie. Basti pensare all'ingresso nel raggruppamento dei progressisti dei delegati grillini in Consiglio d'Europa. Un segnale. Non è ancora il grande salto politico del M5S tra i Socialisti dell'Europarlamento, ma solo una collocazione nell'organismo di 46 Paesi, con base a Strasburgo, che si occupa di democrazia e diritti. Però Letta e Conte avevano concordato insieme questa mossa. C'è in casa dem chi storce la bocca e parla di filo putinismo sempre in agguato, perché tra i reclutati progressisti c'è anche Gianluca Ferrara, il senatore grillino "scomodo", che si è sfilato dalla presidenza della commissione Esteri, prima che gli fosse dato l'altolà, essendo giudicato per nulla atlantista. Pura coincidenza ha voluto che il via libera ai grillini tra i progressisti (raggruppamento che comprende anche i Verdi) nel Consiglio d'Europa cadesse in piena risoluzione parlamentare sulla guerra in Italia. Altra carne al fuoco.