Governo, "avanti con questa squadra". La linea rossa di Draghi che teme la frana M5S
di Tommaso Ciriaco , di Tommaso CiriacoROMA - Dicono che sia stato rigido, bocciando ogni compromesso proposto dai cinquestelle sulle virgole della risoluzione. In realtà, Mario Draghi ha soltanto ribadito fino all'ultimo un punto politico che andava sostenendo da almeno un mese: una risoluzione non può cancellare quanto votato all'unanimità in un decreto. Sarebbe indigeribile, inaccettabile. E indebolirebbe a tal punto il governo da sancirne, di fatto, la fine. Scenari arditi, nel bel mezzo di una guerra. Un atto di autolesionismo nazionale. Evitato sul filo, certo. Ma che non scaccia del tutto i timori per lo sfilacciamento del Movimento, senza il quale il premier di unità nazionale difficilmente potrebbe andare avanti.
Un passo indietro, poche ore prima della resa dei conti in Aula. Luigi Di Maio si presenta a Palazzo Chigi. Informa che è intenzionato a lasciare il Movimento, in nome di una linea atlantica che il suo leader avrebbe disconosciuto, calpestato, mortificato. Prese…
ROMA - Dicono che sia stato rigido, bocciando ogni compromesso proposto dai cinquestelle sulle virgole della risoluzione. In realtà, Mario Draghi ha soltanto ribadito fino all'ultimo un punto politico che andava sostenendo da almeno un mese: una risoluzione non può cancellare quanto votato all'unanimità in un decreto. Sarebbe indigeribile, inaccettabile. E indebolirebbe a tal punto il governo da sancirne, di fatto, la fine. Scenari arditi, nel bel mezzo di una guerra. Un atto di autolesionismo nazionale. Evitato sul filo, certo. Ma che non scaccia del tutto i timori per lo sfilacciamento del Movimento, senza il quale il premier di unità nazionale difficilmente potrebbe andare avanti.
Un passo indietro, poche ore prima della resa dei conti in Aula. Luigi Di Maio si presenta a Palazzo Chigi. Informa che è intenzionato a lasciare il Movimento, in nome di una linea atlantica che il suo leader avrebbe disconosciuto, calpestato, mortificato. Presenta anche una lista: sono appuntati una sessantina di nomi di parlamentari che sarebbero pronti a seguirlo. In nome di Mario Draghi e della fedeltà agli alleati. Il premier non vuole e non può benedire ufficialmente l'operazione. Semmai, tracciare una linea rossa: quel che accade nei partiti di maggioranza è affare dei partiti di maggioranza. Anche le scissioni. All'esecutivo interessa soltanto che non cambi lo schema di unità nazionale. Tutti dentro, insomma. Se invece Giuseppe Conte dovesse decidere di ritirare la delegazione dei suoi ministri, allora sì che si aprirebbe immediatamente una crisi. Senza Movimento, il premier salirebbe al Colle. In pieno caos internazionale, a poche ore da una settimana folle sul fronte diplomatico: Consiglio europeo, G7 e vertice Nato.
Un cataclisma, insomma. Nel frattempo, i mediatori impazziscono attorno al testo della risoluzione del Senato. Il presidente del Consiglio non si agita e conferma la posizione: non cediamo, perché su questo si misurerà la tenuta del governo. Gli ambasciatori di Conte fanno la voce grossa, ma in realtà lanciano ufficiosamente segnali di pace agli uomini di Draghi: non c'è alcuna intenzione di minacciare l'esecutivo, fanno sapere, la tensione è soltanto figlia della rissa interna ai 5S.
La realtà sembra a dire il vero più complessa. Prova a interpretarla Matteo Renzi, in un angolo del Senato: "Oggi, addì 21 giugno, solstizio d'estate, muore il Movimento". Forse esagera, ma di certo i grillini sembrano allo sbando, Beppe Grillo prova a sedare la lite finale, ma fallisce. La frattura di Di Maio scava fossati ancora più profondi attorno a Conte. Polverizza un partito in crisi profonda. E ne indebolisce per paradosso la leadership, visto che la schiaccia su posizioni assai più radicali. Con l'avvocato restano infatti molti big 5S che premono per tornare all'opposizione, a partire da Alessandro Di Battista. Conte rischia insomma di trovarsi fuori senza neanche volerlo: una volta perso per strada il sostegno dell'ala governista, sarà più difficile resistere al pressing di chi reclama il bagno purificatore dell'opposizione. Che tutto questo possa esporre la maggioranza a futuri incidenti è, dunque, un timore del premier. Un ostacolo sulla via già impervia dei prossimi mesi.
Per queste e per altre ragioni, Draghi si tiene ufficialmente lontano dai contendenti. Non si espone pubblicamente per Di Maio, non mette bocca nello scontro. E però non muoverà neanche una pedina dell'esecutivo: niente staffette tra ministeri, nessun cambio alla Farnesina. Di Maio, insomma, resterà ministro degli Esteri.
Se la maggioranza non perderà pezzi, il presidente del Consiglio porterà a termine il compito che gli è stato assegnato. L'esecutivo andrà avanti, su questo c'è piena sintonia con il Colle. Avanti però alle condizioni del premier, anche i questo caso con il consenso del Quirinale: rispetto della formula di unità nazionale, rispetto degli impegni assunti con l'Europa, rispetto della parola data agli alleati all'inizio della guerra.
In questa chiave, il governo non arretrerà di un millimetro sulla linea scelta all'indomani dell'invasione di Kiev. E dunque, il sostegno all'Ucraina non verrà meno. Non quello politico, né quello finanziario e neanche quello militare. Anzi, l'esecutivo si prepara a fare seguito alle richieste che arrivano da Kiev per nuove dotazioni militari. L'opzione sul tavolo è quella di varare entro alcune settimane, forse due o tre, un nuovo decreto interministeriale, per assicurare la difesa agli ucraini. La ricognizione per individuare la disponibilità e la tipologia delle armi è già stata avviata, in modo da essere completata in tempo utile per rispondere a un impegno assunto dal presidente del Consiglio anche in occasione del recente viaggio a Kiev: l'aiuto all'Ucraina, anche militare, non verrà meno.
La spedizione del materiale bellico contenuto nel terzo provvedimento, quello pubblicato a metà maggio, è stata completata alla fine della scorsa settimana. Si tratterà, se davvero si concretizzerà in tempi brevi, del quarto decreto interministeriale. E risponderà alla richiesta emersa in ogni sede di confronto internazionale: in ambito Nato e nei colloqui bilaterali tra i due governi. Anche Bruxelles si appresta a ribadire l'impegno dell'Unione a sostenere Kiev con ogni mezzo, compreso quello bellico. Superato ieri lo scoglio parlamentare, l'esecutivo non si sottrarrà agli impegni. In piena sintonia con la parola data agli alleati.