Gruppo autonomo al Senato: cosa significa e le differenze con un partito. Scissione Di Maio: gli effetti sulle casse del M5S
di Gabriele Bartoloni , di Gabriele BartoloniLa nuova formazione di Luigi Di Maio, per ora, rappresenta più una manovra di palazzo che un progetto politico presente al di fuori delle Aule di Camera e Senato. Il motivo risiede nella differenza che passa tra un partito e un gruppo parlamentare. Spesso questi ultimi sono espressione diretta della forza politica di riferimento. Altre volte, invece, nascono per la motivazione opposta: quando un gruppo di parlamentari non si riconosce più nel partito in cui è stato eletto. Si chiamano scissioni. È successo con Italia Viva di Matteo Renzi, nata dal divorzio con il Pd. O con Coraggio Italia di Giovanni Toti, partito nato dalla fuoriuscita di alcuni eletti tra le file del centrodestra.
La differenza tra partito e gruppo parlamentare
Sebbene spesso si sovrappongono, partito e gruppo parlamentare sono due cose distinte. Il primo è l'organizzazione - dotata di uno statuto e di struttura autonoma - che candida i propri componenti in Parlame…
La nuova formazione di Luigi Di Maio, per ora, rappresenta più una manovra di palazzo che un progetto politico presente al di fuori delle Aule di Camera e Senato. Il motivo risiede nella differenza che passa tra un partito e un gruppo parlamentare. Spesso questi ultimi sono espressione diretta della forza politica di riferimento. Altre volte, invece, nascono per la motivazione opposta: quando un gruppo di parlamentari non si riconosce più nel partito in cui è stato eletto. Si chiamano scissioni. È successo con Italia Viva di Matteo Renzi, nata dal divorzio con il Pd. O con Coraggio Italia di Giovanni Toti, partito nato dalla fuoriuscita di alcuni eletti tra le file del centrodestra.
La differenza tra partito e gruppo parlamentare
Sebbene spesso si sovrappongono, partito e gruppo parlamentare sono due cose distinte. Il primo è l'organizzazione - dotata di uno statuto e di struttura autonoma - che candida i propri componenti in Parlamento; mentre il secondo è il contenitore di cui fanno parte i parlamentari dei partiti che sono riusciti a farsi eleggere. Nella maggior parte dei casi gli eletti di un partito confluiscono nel medesimo gruppo parlamentare, ma altrettanto spesso quest'ultimo può contenere deputati e senatori provenienti anche da altri partiti. Nascono così gruppi che accorpano sigle diverse. La Lega, ad esempio, al Senato condivide lo stesso gruppo con il Partito Sardo d'Azione: un partito che fuori da Palazzo Madama rappresenta una forza politica autonoma, ma che alle elezioni del 2018 decise di presentarsi insieme al Carroccio . Viceversa i parlamentari eletti con lo stesso partito possono decidere di entrare a far parte di gruppi diversi, che magari non sono diretta espressione del partito con cui hanno ottenuto il seggio in Aula. Quest'ultimo è il fenomeno che sta alla base dei cosiddetti "cambi di casacca" oppure delle scissioni che si verificano all'interno dei partiti e che, di conseguenza, si riflettono sulla composizione dei vari gruppi.
Cos'è un gruppo autonomo
Possono essere considerati come la 'proiezione' dei partiti all'interno del Parlamento. Non è detto, però, che questi dispongano dei numeri sufficienti per la formazione di un gruppo autonomo. Secondo il regolamento della Camera, infatti, sono necessari almeno 20 deputati. Al Senato, invece, le cose sono un po' più complesse. Qui servono solo 10 senatori, ma in più - si legge nel regolamento di Palazzo Madama - il gruppo "deve rappresentare un partito o movimento politico, anche risultante dall'aggregazione di più partiti o movimenti politici, che abbia presentato alle elezioni del Senato propri candidati con lo stesso contrassegno, conseguendo l'elezione di senatori". Ciò significa che oltre al requisito dei 10 eletti, al Senato il gruppo deve essere espressione diretta di un partito che si è candidato alle elezioni. Questa regola è stata approvata nella scorsa legislatura dall'allora presidente di Palazzo Madama Pietro Grasso con l'obiettivo di porre un freno ai frequenti "cambi di casacca", per evitare che tramite giochi di palazzo nascessero gruppi parlamentari scollegati dai partiti votati dai cittadini durante le elezioni. Questa regola, però, è stata più volte aggirata. Sempre il regolamento del Senato, infatti, prevede che i parlamentari possano confluire in una formazione già presente in parlamento. Italia Viva di Renzi è un esempio. Per formare un gruppo autonomo il partito nato dalla scissione con il Pd decise di utilizzare il simbolo del Psi, già presente in Senato grazie all'elezione del senatore socialista Riccardo Nencini.
I finanziamenti
Per una forza politica riuscire a comporre un gruppo parlamentare non significa solo acquisire un peso specifico più consistente, ma anche riuscire ad ottenere più soldi per finanziare la propria attività. Dopo l'abolizione definitiva del finanziamento pubblico ai partiti (2013, governo Letta) sono due le forme di sostegno economico a cui possono accedere le forze politiche: il 2x1000 e i contributi ai gruppi parlamentari. Questi ultimi vengono erogati da Camera e Senato per sostenere le attività e lo staff istituzionale dei partiti. Per quanto riguarda l'ammontare, la regola generale è una: "Il contributo è determinato avendo riguardo alla consistenza numerica di ciascun gruppo", si legge nel regolamento della Camera. Più il gruppo è numeroso, dunque, e più contributi avrà a disposizione.
Ogni eletto è denaro: al Senato un parlamentare porta al gruppo circa 65 mila euro l'anno, 48 mila a Montecitorio. Il Movimento 5 stelle è il gruppo che più di tutti nel corso degli anni, tra scissioni ed espulsioni, è riuscito a perdere più componenti. Con la nascita del nuovo gruppo, Di Maio si porterà con sé altri 50 deputati e 11 senatori. Un'emorragia - l'ennesima - che si ripercuoterà ulteriormente sulle casse della formazione pentastellata, che solo recentemente ha deciso di accedere al 2x1000. Nel 2018, a gruppo ancora integro, il Movimento aveva a disposizione circa 13 milioni di euro forniti da Camera e Senato. Ora, sommando tutti i parlamentari usciti negli ultimi quattro anni, la quota scende a poco più di 5 milioni di euro, più della metà rispetto ad inizio legislatura. Un'enormità, soprattutto se si considera che circa un terzo delle perdite calcolate (8 milioni) arriveranno proprio dalla scissione andata in scena nelle ultime ore. L'emorragia partita dalla formazione grillina è andata a rimpinguare soprattutto la casse del gruppo misto a cui il M5s, nel corso degli anni, ha 'regalato' ben 89 parlamentari e più di 4 milioni di euro annui.