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Giuseppe Provenzano: "Grazie al Pd l'Italia non finirà nelle mani di Salvini e Meloni. Mai più larghe intese"

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Il vicesegretario dem rivendica la vittoria alle amministrative e rilancia il campo largo: "Presto una conferenza programmatica per unire tutti i progressisti. Serve un'agenda sociale per evitare di consegnare il disagio all'astensione"
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Vicesegretario Peppe Provenzano, il campo largo sembra più fiction che realtà: acclarato il contributo irrilevante del M5S, non sarebbe più onesto dire che ha vinto il Pd?
"Queste amministrative segnalano certamente un protagonismo ritrovato del Pd che si afferma primo partito e si apre a forze diverse, innanzitutto il civismo. Cinque anni fa, ai ballottaggi scattò il 'tutti contro' di noi. Era il frutto di quella autosufficienza arrogante che ci portò nel 2018 alla peggiore sconfitta di sempre. Allora restammo tagliati fuori da ogni competizione, si prospettava un bipolarismo tra Lega e M5S. Anche per questo i risultati di domenica ci caricano del diritto e del dovere di costruire per le Politiche un campo competitivo e vincente".

Tutti i risultati dei ballottaggi


Però tutti i sondaggi, pure per via della scissione, segnalano un crollo del partito di Conte. Non intravede un rischio zavorra per la coalizione?
"Guardi,…

Vicesegretario Peppe Provenzano, il campo largo sembra più fiction che realtà: acclarato il contributo irrilevante del M5S, non sarebbe più onesto dire che ha vinto il Pd?
"Queste amministrative segnalano certamente un protagonismo ritrovato del Pd che si afferma primo partito e si apre a forze diverse, innanzitutto il civismo. Cinque anni fa, ai ballottaggi scattò il 'tutti contro' di noi. Era il frutto di quella autosufficienza arrogante che ci portò nel 2018 alla peggiore sconfitta di sempre. Allora restammo tagliati fuori da ogni competizione, si prospettava un bipolarismo tra Lega e M5S. Anche per questo i risultati di domenica ci caricano del diritto e del dovere di costruire per le Politiche un campo competitivo e vincente".

Tutti i risultati dei ballottaggi


Però tutti i sondaggi, pure per via della scissione, segnalano un crollo del partito di Conte. Non intravede un rischio zavorra per la coalizione?
"Guardi, la mia preoccupazione non riguarda solo la nostra metà ma l’intero campo. Ha votato poco più del 40% degli elettori. Il rischio è consegnare il disagio sociale all’astensione. Che un pezzo di popolo si senta escluso dai processi di cambiamento e maturi, oltre alla sfiducia, risentimento nei confronti della politica. In passato ha trovato sbocco nell’antipolitica, ma oggi? O diamo risposte, o da qui alle elezioni potremmo avere brutte sorprese".


Ma come farete a mettere d’accordo Renzi con Conte, Conte con Di Maio, Calenda con tutti? Non teme l’effetto caravanserraglio, una replica dell’Unione che magari può pure vincere ma non governare?
"Lei mi chiede di geografie politiche, di tattiche — le alleanze lo sono sempre — ma noi ora abbiamo l’onere di una iniziativa politica. Il Pd deve continuare a lavorare per aggregare, ma su un programma chiaro, riconoscibile, netto. E deve aprirsi ancora di più perché con la fluidità del voto, se intercetta ciò che si muove nel Paese, come quel civismo che è stato fondamentale alle comunali, se sarà capace di dare risposte ai tanti che si rifugiano nell’astensione, può arrivare al 30% e da lì coinvolgere le forze che non vogliono regalare l’Italia alle destre".


Intanto galleggiate intorno al 20 e servono intese per allargare il campo. Davvero ritiene che basti agitare lo spauracchio sovranista?
"No che non basta. Per questo le ho parlato di un’agenda sociale per arginare il risentimento. Ma la destra non è uno spauracchio. Ha sentito il comizio di Meloni dai neofranchisti di Vox? Soffia da anni un vento reazionario, lo abbiamo visto con la sentenza della Corte Suprema americana. Nessuna conquista può essere data per acquisita. Come si fa a non accorgersene? Gli dei accecano quelli che vogliono perdere".


Il Pd promuoverà una conferenza programmatica sulla quale provare a far convergere i potenziali alleati?
"Ne stiamo discutendo, ma il percorso lo abbiamo già avviato con le Agorà, aperte non solo ai partiti ma ai singoli cittadini, alle associazioni, ai movimenti civici, dove stanno emergendo proposte forti che noi non vogliamo discutere al chiuso del Nazareno. Dai salari alla lotta alla precarietà, la tassa di successione sui grandi patrimoni per dare opportunità ai giovani, i diritti civili, la conversione ecologica del sistema produttivo che ha bisogno di investimenti e politiche industriali per creare occupazione. Il perimetro del campo lo definiscono le cose da fare, non il puzzle delle sigle".


Di Maio ha creato un nuovo gruppo parlamentare, secondo lei in prospettiva fonderà un partito suo o lo accoglierete fra le fila del Pd?
"Fin qui ha detto che vuole rimanere nell’alveo del centrosinistra, me lo auguro perché altrimenti aiuterebbe i nostri avversari. Ma va chiesto a lui".


Quindi non crede a un Terzo polo capace di scardinare il bipolarismo centrodestra-centrosinistra per arrivare di nuovo alle larghe intese?
"Le amministrative ci dicono che i poli sono due, la partita è questa ed è aperta: consegnare l’Italia a Salvini e Meloni non è un destino ineluttabile. Del resto, a guidare il fantomatico Terzo polo ci sarebbero figure che provengono dal centrosinistra, elette coi voti del centrosinistra, e che se si sottraggono a una sfida progressista fanno un favore a questa destra estrema. Da cui è illusorio pensare di staccare i moderati. Berlusconi è un moderato? A Lucca erano tutti alleati di Italexit e CasaPound".


Con la recessione alle porte, non la spaventa una virata del Paese verso l’estrema destra, come è accaduto in Francia con Le Pen che ha decuplicato i parlamentari?
"Perciò serve un’agenda sociale e serve subito. Le parole di Draghi al G7 sugli errori della crisi precedente e il pericolo di rabbia sociale testimoniano una grande consapevolezza. Certo, deve fare i conti con una maggioranza in cui la destra si è opposta persino alla sua proposta di un contributo di solidarietà per abbassare le bollette. Ma alcune iniziative come quella di Orlando sul lavoro povero non sono bandiere del Pd, rispondono a un’urgenza del Paese. Non tutto potremo fare nei prossimi mesi, ma proprio per questo abbiamo la necessità di indicare agli italiani con nettezza e radicalità cosa vogliamo fare dopo il voto con un governo di chiara matrice progressista".


Calenda e Renzi insistono su uno schema che prevede ci sia Draghi dopo Draghi: non sarebbe un bene per l’Italia che grazie al premier ha riacquistato credibilità e centralità?
"Draghi va sostenuto adesso, non strumentalizzato per i propri posizionamenti politici futuri. Nelle prossime settimane l’Italia si giocherà partite decisive in Europa e la credibilità del nostro presidente del Consiglio è un bene prezioso per l’Italia. Ma per noi le larghe intese sono un’esperienza irripetibile. Con chi approviamo il salario minimo o il ddl Zan? Destra e sinistra esistono. E, lo ripeto, alle elezioni la scelta sarà o di qua o di là".


Tocca a Enrico Letta fare il candidato premier del campo largo?
"Né la legge elettorale né la nostra forma di governo prevedono un candidato premier. Poi, certo, Letta è il capo del Pd, il primo partito della coalizione. Noi puntiamo a vincere le elezioni e governare con il nostro leader, come in Spagna, in Germania e in tutte le democrazie europee avanzate".


Si prepara un quarto decreto per inviare nuove armi in Ucraina. Non pensa possa innescare l’uscita del M5S dal governo? Se accadesse, sarebbe la fine dell’alleanza con voi?
"La nostra linea è chiara. Sostenere l’Ucraina e lavorare per una pace giusta che veda l’Europa protagonista. È la posizione portata avanti dall’Italia. Una crisi di governo adesso sarebbe surreale. Verrebbe meno la responsabilità nazionale. Quindi non credo che succederà".


Alle comunali avete espugnato Verona, Catanzaro e alcuni fortini leghisti al Nord, ma perso male a Palermo e Genova, oltre che in Toscana, dove 7 capoluoghi su 10 sono ora in mano al centrodestra. Cosa non ha funzionato?
"Giovedì riuniremo la Direzione e discuteremo caso per caso, a partire da Palermo in vista delle Regionali, senza autoindulgenza perché i risultati che ci dicono che non esistono più roccaforti per nessuno. Ma stavolta è più importante capire cos’ha funzionato".


Così è più facile, però dica.
"Vinciamo nelle città medie, nelle province del Nord e nell’hinterland napoletano, non più solo nelle Ztl delle grandi città. Gli ingredienti sono stati il rispetto dei territori, una campagna elettorale nelle strade e nelle piazze senza effetti speciali, candidature serie che hanno fatto la differenza, la pazienza di tessere alleanze sociali intorno a un progetto e non per astratte alchimie nazionali. È il lavoro che dobbiamo fare da qui alle Politiche".