Azzariti: "Questa è una crisi tutta politica. Mattarella ha fatto bene a rinviare Draghi alle Camere. Ecco perché"
di Liana MilellaROMA - "Confido che, rispetto a questa singolare crisi, il Parlamento possa esercitare un ruolo risolutivo. L'Italia, proprio mentre i problemi si affastellano e si fanno sempre più gravi, non può restare appesa alle contorsioni della politica". Il costituzionalista della Sapienza Gaetano Azzariti non nasconde una grande preoccupazione mentre scorre le cronache odierne della crisi di governo.
Come vede questa crisi?
"Una crisi tutta politica, e molto poco istituzionale".
In che senso?
"Il governo ha ottenuto la fiducia con 172 voti, e dunque, dal punto di vista istituzionale, non vi sarebbe nessuna ragione per le dimissioni di Draghi. È evidente quindi che esse sono determinate esclusivamente dalle ragioni politiche - neppure molto chiaramente espresse - che attraversano i diversi partiti della maggioranza e che sono esplose con la decisione del M5S di astenersi".
Ma ha fatto bene Mattarella a rinv…
ROMA - "Confido che, rispetto a questa singolare crisi, il Parlamento possa esercitare un ruolo risolutivo. L'Italia, proprio mentre i problemi si affastellano e si fanno sempre più gravi, non può restare appesa alle contorsioni della politica". Il costituzionalista della Sapienza Gaetano Azzariti non nasconde una grande preoccupazione mentre scorre le cronache odierne della crisi di governo.
Come vede questa crisi?
"Una crisi tutta politica, e molto poco istituzionale".
In che senso?
"Il governo ha ottenuto la fiducia con 172 voti, e dunque, dal punto di vista istituzionale, non vi sarebbe nessuna ragione per le dimissioni di Draghi. È evidente quindi che esse sono determinate esclusivamente dalle ragioni politiche - neppure molto chiaramente espresse - che attraversano i diversi partiti della maggioranza e che sono esplose con la decisione del M5S di astenersi".
Ma ha fatto bene Mattarella a rinviare Draghi alle Camere?
"In questa situazione non mi sembra solo opportuno, ma addirittura doveroso il rinvio del governo davanti al Parlamento. Proprio perché quella è la sede ove chiarire le divergenze politiche, far assumere la responsabilità a tutti i nostri rappresentanti, e chiarire lì la sussistenza o meno delle condizioni istituzionali per andare avanti. Condizioni non tanto numeriche, perché come ho detto i 172 voti già sono sufficienti, ma essenzialmente politiche. Si tratta di verificare l'esistenza e il permanere della leale collaborazione tra le forze di maggioranza, ma anche - secondo me - il posizionamento trasparente delle forze che invece si volessero opporre alla permanenza del governo".
Lei è un convinto "parlamentarista". Perché sostiene che questo passaggio faccia chiarezza nella crisi ormai in atto?
"Perché finalmente si ridarà la parola al Parlamento che, in particolare nell'ultimo periodo, ma in realtà in tutta questa legislatura, è stato troppo silente. Vorrei anche dire che questo è l'unico modo costituzionalmente corretto per cercare di uscire dalle liti di palazzo, dai posizionamenti tattici, dalle prese di posizione contraddittorie dei leader politici, e finalmente tornare a parlare di "indirizzo politico" così come prescrive l'articolo 95 della Costituzione. Mi auguro inoltre che il presidente Draghi, nel suo discorso davanti alle Camere, sfugga ai tatticismi e sia in grado di delineare una chiaro e ampio programma politico e amministrativo - che possa essere valutato dai parlamentari, ma anche dai cittadini - su come intende affrontare le numerose crisi che si vanno cumulando, economica, pandemica, internazionale (ovvero la guerra alle porte), climatica, ora aggravata dall'inflazione, e da un autunno in cui si prevede l'aumento della disoccupazione e della crisi sociale. Di questo avremmo bisogno".
Non teme che Draghi sia troppo "tecnico" per gestire una crisi tutta politica?
"Sarebbe utile, in questa situazione, che il presidente del Consiglio dei ministri non si coprisse dietro il suo profilo di tecnocrate, ma che dimostrasse come un governo, considerato tecnico, in realtà può essere, come in effetti è stato, un governo determinante anche e soprattutto per lo sviluppo politico del Paese. Se riuscissimo a sfatare la leggenda della tecnica che ci salva e della politica che ci condanna, recuperando la dimensione propriamente costituzionale del potere del governo, che non può che essere "politico", avremmo dato un forte contributo per ripristinare una sana dialettica parlamentare".
Quale dovrebbe essere la dinamica in Parlamento, solo il discorso di Draghi oppure anche il dibattito?
"Limitarsi alle sue sole comunicazioni non lo ritengo proprio possibile, sarebbe perfino scorretto nei confronti del presidente Mattarella, il quale ha rinviato il governo in Parlamento proprio per sentire la sua voce. E d'altra parte, tutto quello che abbiamo sin qui detto, ha come scopo di chiarire la crisi e responsabilizzare governo, Parlamento e singole forze politiche. Pertanto, il dibattito è assolutamente necessario e mi auguro anche che sia finalmente franco e chiarificatore".
E sarebbe anche necessario che le due sedute, alla Camera e al Senato, si concludessero con un voto?
"Chiariti i termini del consenso o del dissenso, si può anche evitare di giungere a un voto (molti i precedenti in tal senso), anche se francamente in questa circostanza riterrei molto utile che il dibattito si chiudesse con una mozione motivata da parte del Parlamento su cui il governo chiede la fiducia e votato per appello nominale, come previsto tanto dalla Costituzione quanto dai regolamenti di Camera e Senato. Ciò al fine di impegnare singolarmente i parlamentari e collettivamente le forze politiche in uno specifico atto di indirizzo che le impegni da qui alla fine della legislatura. Se poi ciò dovesse comportare la fine dell'attuale quasi unanimismo - visto che Fdl è l'unico partito all'opposizione - e si dovesse riaffermare una, in fondo ordinaria, dialettica tra maggioranza e opposizione, dal punto di vista istituzionale non vedrei nulla di male. Sono consapevole ovviamente che ciò porterebbe a rideterminare gli equilibri politici complessivi".
Quelle sedute a Montecitorio e a palazzo Madama non rischiano di diventare soltanto un rito scontato perché in realtà le trattative sono già in corso e si fanno fuori dai palazzi istituzionali?
"Il ritorno in Parlamento è necessario proprio per provare a uscire da tutti i bizantinismi cui abbiamo assistito e - mi faccia dire - provare anche a venir fuori da quello che a me pare un eccesso di personalizzazione che caratterizza l'attuale crisi: Conte contro Draghi, i vari tatticismi che sorgono non in base al merito, ma solo per la visibilità dei leader, le questioni reali trattate come fossero problemi privati".
Ha sentito l'intervento della capogruppo del M5S in Senato Maria Domenica Castellone che lascia l'aula e non vota la fiducia, però annuncia di poter essere disponibile per una fiducia successiva? È una scelta che i cittadini italiani possono capire oppure ci vedono solo i giochini di palazzo?
"Non mi piace, da costituzionalista, cambiare mestiere e fare il politico, quindi non rispondo nel merito, ma mi limito a due rapide osservazioni di sistema. La prima di carattere storico: il nostro assetto politico notoriamente è avvezzo ad avvitamenti incompressibili ai più, e gli effetti negativi si vedono, in primo luogo nella disaffezione degli italiani al momento del voto. La seconda osservazione riguarda il discorso della Castellone che, non c'è dubbio, esprime (sebbene in modo non lineare) un'evidente difficoltà politica di sostanza, nel merito e nei rapporti con gli alleati, che è necessario affrontare poiché non riguardando solo il M5S, ma l'intero sistema politico. Il dibattito in Parlamento sarà l'occasione giusta per chiarire tutto questo".
Se un nuovo governo fosse impossibile Mattarella è pronto a indire le elezioni per la prima settimana di ottobre. Sarebbe un unicum nella storia italiana?
"Sì, ma ciò non renderebbe impossibile questo voto, in caso richiederebbe tempi più ristretti per lasciare al nuovo Parlamento e al nuovo governo il tempo per approvare la legge di bilancio per il 2023. A chi dice che le elezioni a ottobre sarebbero impossibili, vorrei ricordare che - ahinoi! - le urgenze cui dobbiamo mettere mano non riguardano solo una normale legge di bilancio che approviamo ogni anno, ma tutto quel cumulo di questioni che abbiamo appena ricordato e che vanno dalla guerra, al clima, alla disoccupazione. È giunta l'ora che la classe politica si assuma le sue responsabilità: di governo, di opposizione, ovvero anche quella di andare subito alle elezioni. Mi spaventano francamente alcuni segnali, a partire dall'insofferenza sociale - come qui a Roma la rivolta dei tassisti - che preannunciano un futuro complicato, al quale il sistema politico ha l'obbligo di rispondere".
Non rischia di veder prevalere la strada di un governo ponte che "salva" anche le pensioni dei parlamentari che scattano a novembre?
"Guardi che se ci facciamo prendere dalle questioni personali, siano quelle di Draghi o dell'ultimo dei peones, il degrado della nostra democrazia sarà inesorabile. Leggo del terrore di non venir rieletti che attraverserebbe molti dei nostri rappresentanti, vista la riduzione del numero dei parlamentari e per il probabile svuotamento di alcune delle forze politiche di appartenenza. Ora lei mi ricorda la questione delle pensioni, tutti argomenti che non hanno alcun pregio costituzionale e, mi auguro, che restino ben oltre l'orizzonte delle decisioni politiche da assumere".