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Lo scrittore Lagioia: "Crisi di governo incomprensibile. Prevale la pancia, mai la testa”

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Intervista al direttore del Salone del Libro di Torino: Mi informo, leggo i giornali ma per decifrare i bizantinismi del palazzo avrei bisogno di 10 giorni: manca la chiarezza sulle cause"
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«Mi sono impegnato, ho chiesto ad amici giornalisti, mi sono, come sempre, documentato, ma non sono ancora riuscito a capire che cosa abbia scatenato questa crisi di governo. Credo che per la maggior parte degli italiani sia incomprensibile». Lo scrittore Nicola Lagioia, direttore del Salone del libro di Torino, è in treno diretto a Pesaro, dove terrà una lectio sul viaggio nella letteratura, da Omero a oggi. Per tutto il giorno, come molti, ha consultato i siti, ha letto i giornali, tentando di farsi un’idea. Ma non è riuscito a venire a capo del terremoto politico di queste ore, con il leader M5S Giuseppe Conte che apre la crisi, il premier Mario Draghi che si dimette e il presidente della Repubblica Sergio Mattarella che respinge le dimissioni e gli chiede di verificare in Parlamento, mercoledì, se il governo ha ancora una maggioranza.

Lagioia cosa ha capito di quello che sta succedendo?
«Pochissimo, praticamente niente. E mi ritengo una persona che si informa. Se c’è un dato che ricavo dall’ennesima crisi è che per gli italiani è diventato difficilissimo giudicare un governo. Per farlo serve che porti avanti quello che aveva promesso di fare: ma non c’è mai il tempo».

Cosa si era impegnato a fare il governo Draghi?
«Aveva un compito semplice e comprensibile: non perdere nemmeno un euro dei fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza. E non aveva nemmeno un orizzonte lungo: tra qualche tempo si sarebbe comunque andati al voto. Ancora una volta la classe politica manda un messaggio chiaro: il principio di responsabilità non esiste».

A provocare la crisi è stato il Movimento Cinque Stelle che non ha voluto votare il decreto Aiuti.
«Sì ma perché? Per decifrare i bizantinismi del palazzo dovrei chiudermi dieci giorni in una stanza, occuparmi solo di questo. Ma è verosimile di fronte a un Paese, un’Europa intera, che si ritrova nel bel mezzo di una guerra? Io mi aspetto che in un momento del genere un esecutivo cada su una questione enorme che tutti possono capire. Poi come facciamo a stupirci se la gente vota con la pancia? Con la testa è impossibile».

Mosca ha accolto con sarcasmo la crisi italiana.
«Un paradosso: una dittatura che gode dei disatri che una democrazia autogenera».

M5S dice di no al termovalorizzatore di Roma chiesto dal sindaco Roberto Gualtieri: lei è favorevole o contrario?
«Non sono io, per fortuna, quello chiamato a trovare le soluzioni. Ma vivo a Roma, all’Esquilino, e posso dire che nelle ultime settimane sono stato costretto a rilasciare interviste a giornalisti olandesi e francesi in mezzo ai rifiuti: sembrava una pièce di Beckett».

Conte sta sbagliando?
«Ragiono da scrittore e in questo caso non conosco i personaggi. Ma ricordo che quando fu nominato premier per la prima volta, ascoltando il suo discorso, mi sembrò che non sapesse chi fosse Piersanti Mattarella. Pensai: “gravissimo”. Per il resto, rilevo che da capo del governo parlava tantissimo. Draghi invece lo fa pochissimo: se questo riserbo da un lato gli dà autorevolezza, dall’altro non aiuta i cittadini a capire quello che succede. Mattarella è la personalità che mi risulta più chiara: non voleva un secondo mandato, fa quello che può per tentare una mediazione».

Crisi energetica, inflazione record, diritti negati: quali sono le priorità del Paese?
«La visione ormai deve essere europea. Quello che mi preoccupa di più è il cambiamento climatico che la guerra sta aggravando allettando la cooperazione internazionale».

Cosa spera che accada mercoledì prossimo?
«Non avendo le idee chiare sul problema, non ce le ho neanche sulle soluzioni. Di certo il governo sta perdendo credibilità. Il problema non è andare, eventualmente, al voto: è lo scenario, la mancanza di chiarezza su cause e conseguenze».

E il Pd? L’alleanza giallorossa vacilla.
«Non ci ho mai creduto: c’è stato un tempo, anni fa, nel quale avrebbe avuto un senso. Accadeva quando i dem parlavano di diritti e i Cinque Stelle di giustizia sociale: erano complementari. Oggi sono due partiti sfilacciati che stanno insieme per forza. E i risultati si vedono»