Silvio Berlusconi a cena con i dirigenti di Forza Italia e Gianni Letta nella sua residenza romana di Villa Grande, Matteo Salvini alla Camera con tutti i parlamentari riuniti. La serata del centrodestra, a pochi chilometri di distanza, si dipana nella ricerca di una posizione di equilibrio. Che rimane, per ora, quella di un'unica ma non secondaria condizione posta a Draghi: "Si può andare avanti ma solo senza i 5 Stelle. Altrimenti ci sono le elezioni", ribadisce il coordinatore forzista Antonio Tajani. Ciò significa, almeno in linea di principio, che Fi e Lega voterebbero una fiducia solo se il premier rinunciasse all'attuale schema dell'unità nazionale, anche con l'appoggio dei fuoriusciti dal partito di Conte. Ma è una linea non priva di sfumature. E peraltro sia il Cavaliere che il numero uno di via Bellerio attendono da Palazzo Chigi segnali chiari nella direzione da loro indicata, che al momento non sono arrivati.
Il Carroccio è maggiormente tentato dall'ipotesi del voto. Salvini lascia che a farlo intendere sia il vicesegretario Lorenzo Fontana: "Il Parlamento è ormai delegittimato: basarsi su transfughi e maggioranze ballerine non garantisce stabilità ed è in contrasto con quanto desiderato esplicitamente dal premier che non vuole cambiare in corsa le forze che lo sostengono. A questo punto, diamo agli italiani la possibilità di scegliere un nuovo Parlamento che finalmente si occupi di lavoro, sicurezza e salute. Altro che droga libera, Ius Soli o Ddl Zan". Perché il nuovo mood, nella Lega, è l'insofferenza non solo verso i 5S, comune agli alleati, ma anche alla convivenza con i dem. In serata, all'inizio della riunione con i parlamentari leghisti, i capigruppo Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo sottolineano le "provocazioni del Pd contrarie allo spirito del governo di unità nazionale", e citano anche le norme sulla cannabis, per poi additare il "triste teatrino che blocca il Paese: irresponsabili e voltagabbana negli ultimi mesi di legislatura - dicono Molinari e Romeo - vorrebbero coltivare solo i propri interessi. Non è quello che merita Draghi né l'Italia".
Nella riunione si susseguono gli interventi che mettono nel mirino gli ex giallorossi e i ministri Lamorgese e Speranza.Gli eletti al Nord rumoreggiano. Lamentano che con questi alleati è impossibile ottenere l'autonomia. Salvini ascolta, parla poco, ma non chiude la porta ad alcuna ipotesi. "Vedremo se si andrà al voto o no", dice a un certo punto a deputati e senatori, non nascondendo "la stima personale per Draghi". Anche perché, nei suoi frenetici contatti di questi giorni, il segretario ha colto la spinta pro-Draghi degli imprenditori di area, che si unisce alle perplessità sulla rottura dei suoi governatori, in primis Zaia e Fedriga. Partita ancora da giocare, con la sensazione che il pallino sia nelle mani dello stesso Draghi. In ogni caso, per Salvini l'obiettivo primario è allontanare da sè la responsabilità di un'eventuale caduta dell'esecutivo. Dentro Forza Italia il sentimento prevalente è quello della prudenza. Silvio Berlusconi non forza la mano sul voto. Lo lascia lì, come possibilità concreta, ma nel frattempo deve tener conto dell'invito alla cautela che gli giunge da due storici collaboratori, Fedele Confalonieri e Gianni Letta, entrambi favorevoli a una continuità per Draghi. Sembra una via più ampia, quella lasciata al premier da Forza Italia, anche se il mantra è quello di una "decisione finale che non vedrà differenze nel centrodestra". Matteo Renzi scommette che dietro questa posizione c'è la prospettiva di una lista unica Fi-Lega ale elezioni "per competere con Meloni". Si torna a parlare di federazione. Ma dall'entourage di Berlusconi stavolta arrivano smentite. Sono le ultime ore di travaglio, anche su questa sponda. Prima dello showdown di Draghi.