Alla fine di una giornata "che entrerà nella storia, ce la ricorderemo a lungo" - diceva una parlamentare del M5S - Giuseppe Conte pregusta la piccola, grande soddisfazione: Mario Draghi si dimette e la responsabilità non è tutta sulle spalle dei 5 Stelle. Non solo, l'assistenza indiretta del centrodestra permette al Movimento di non spaccarsi, non essendo più il loro voto determinante, non costando quindi drammi esistenziali e politici. Un mercoledì da leoni, con il presidente del partito che arriva in Senato alle 9 del mattino e lì istituisce il suo fortino, non mettendo mai il becco fuori.
Lo strappo del M5S
Dentro ci sono i ministri, i vicepresidenti, i capigruppo di Camera e Senato, deputati e senatori che entrano ed escono, una specie di cordone di sicurezza. La decisione finale sul da farsi arriva all'ultimo, dopo gli interventi in aula per le dichiarazioni di voto di Forza Italia e Lega. Capito che il cerino non sarebbe rimasto in mano solo ai 5 Stelle, è arrivata la decisione: ok, si strappa. Le tentate mediazioni di Enrico Letta, Dario Franceschini e Roberto Speranza, transitati negli uffici di Palazzo Madama del partito, non sono servite a nulla, o quasi. Tastata la fermezza di Conte ("non possiamo dare la fiducia dopo le parole di Draghi, ha calpestato la nostra dignità: troppo livore contro di noi, un atteggiamento sprezzante e nessuna risposta vera sui nove punti", la sua riflessione dopo la replica del presidente del Consiglio) i tre hanno ottenuto che perlomeno il M5S non avrebbe votato no. Così si è optato per una non partecipazione al voto, un tecnicismo politicista, una "sfiducia moderata" insomma. A tarda sera, uscito dal Senato, Conte pareva sollevato: "Delle misure fondamentali che noi abbiamo messo a disposizione per proteggere i più deboli e far ripartire l'economia sono state criticate e disprezzate. Siamo diventati il bersaglio di un attacco politico che non ha nulla a che vedere con le urgenze del paese. Siamo stati in pratica messi alla porta, non c'erano le condizioni per cui noi potessimo proseguire, come avevamo auspicato, con leale collaborazione".
I tentativi di Crippa e D'Incà
Dopodiché si è arrivati all'esito finale non senza difficoltà, ripensamenti, dubbi, discussioni. Nella war room i soliti Davide Crippa e Federico D'Incà hanno provato a più riprese a mitigare la voglia di rivalsa dei senatori, ormai determinati nell'andare fino in fondo e posizionarsi all'opposizione. "Se il centrodestra non vota la fiducia e noi sì, diventiamo ancor più determinanti", spiegava invece il ministro. Il piano inclinato però non era più raddrizzabile. Quando nel primo pomeriggio anche il capogruppo della Lega Massimiliano Romeo, parlando all'aula, ha fatto capire che il Carroccio si era stufato, con dei passaggi addirittura irridenti verso Draghi, il dado è stato tratto. La paura principale di Conte era sempre stata quella di vedersi addebitare interamente il conto politico della crisi, e invece come detto non sarà così.
A rischio l'alleanza con il Pd
E adesso, che fine fa l'alleanza con il Pd? Per Conte e i suoi nulla cambia, "il fronte progressista non è in discussione", assicurano da via di Campo Marzio. In Sicilia ad esempio le primarie del centrosinistra saranno celebrate senza intoppi. Mentre sul da farsi - elezioni?, governo balneare? - "la palla ora è a Sergio Mattarella", poi si vedrà. Di certo la voglia di sganciarsi da ogni responsabilità e tornare a rinverdire la carica ribellistica è tanta, da qui una certa eccitazione generale, vedi gli applausi da spellarsi le mani di Danilo Toninelli, Paola Taverna e così via durante l'intervento di Mariolina Castellone che decretava ufficialmente il disimpegno dei 5 Stelle. "L'avevamo detto che l'inceneritore era la nostra linea rossa, nessuno ci aveva creduto", sibilava un big con evidente soddisfazione. Il salario minimo, il reddito di cittadinanza, il superbonus, la transizione ecologica, le armi in Ucraina: l'elenco dei temi sensibili era lungo e il discorso di Draghi non aveva dato troppo rassicurazioni, anzi. Così, nel mentre in serara i parlamentari del M5S se ne tornavano a casa col sorriso, gli ex oggi con Luigi Di Maio si aggiravano smarriti, con la faccia mogia. La scissione non è servita, Draghi è caduto lo stesso e le elezioni a stretto giro per un gruppo parlamentare appena nato sono una minaccia. "Chi se ne importa - replicava alla buvette di Primo Di Nicola, capogruppo di Ipf al Senato - noi comunque abbiamo fatto tutto per salvarci la faccia e stare a posto con la coscienza...".