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L’'ira di Di Maio: "Punito dai patti. A Calenda concesso troppo"

(agf)

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E alle urne il ministro potrebbe essere ubiquo: lui candidato con il Pd, i fedelissimi nella lista Impegno Civico forse con il suo nome nel simbolo
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Luigi Di Maio il neocentrista, Di Maio l'atlantista, il draghiano, la spina di Conte, il bau bau di Di Battista, "Giggino 'a cartelletta" per Beppe Grillo, il fondatore di Insieme per il futuro, in quanto partito, e il front runner di Impegno civico, in quanto lista elettorale, ma soprattutto: Di Maio l'ubiquo.

Perché l'ex ministro degli Esteri potrebbe essere suo malgrado sul punto di tentare un numero di prestigio mai visto prima in una elezione: candidarsi nelle liste del Partito democratico e al tempo stesso dare vita a una lista con i suoi parlamentari, forse addirittura con ancora il suo nome nel simbolo, ma senza lui dentro. Un partito in contumacia, di qua il corpo, di là lo spirito, da una parte il capo, dall'altra la truppa. Il primo esperimento mondiale di ubiquità nelle urne, come reazione all'accordo tra Enrico Letta e Carlo Calenda, che ha sbarrato la via della candidatura in un collegio uninominale a Di Maio e …

Luigi Di Maio il neocentrista, Di Maio l'atlantista, il draghiano, la spina di Conte, il bau bau di Di Battista, "Giggino 'a cartelletta" per Beppe Grillo, il fondatore di Insieme per il futuro, in quanto partito, e il front runner di Impegno civico, in quanto lista elettorale, ma soprattutto: Di Maio l'ubiquo.

Perché l'ex ministro degli Esteri potrebbe essere suo malgrado sul punto di tentare un numero di prestigio mai visto prima in una elezione: candidarsi nelle liste del Partito democratico e al tempo stesso dare vita a una lista con i suoi parlamentari, forse addirittura con ancora il suo nome nel simbolo, ma senza lui dentro. Un partito in contumacia, di qua il corpo, di là lo spirito, da una parte il capo, dall'altra la truppa. Il primo esperimento mondiale di ubiquità nelle urne, come reazione all'accordo tra Enrico Letta e Carlo Calenda, che ha sbarrato la via della candidatura in un collegio uninominale a Di Maio e ha reso l'umore dell'ex leader M5S più nero di un governo Meloni.

Chi ha parlato con il ministro nelle ultime ore ne ha raccolto la furia: "Si parla di tenere fuori gli estremisti, gli anti-atlantisti e poi si punisce il ministro degli Esteri che ha tenuto la barra sulla guerra in Ucraina e denunciato le ambiguità di Conte, Berlusconi e Salvini su Putin?". Per Di Maio le condizioni dell'accordo con Calenda sono oltraggiose e l'affidamento sul leader di Azione un rischio. Un sospetto sussurrato anche all'orecchio di Letta, con il quale il rapporto rimane per ora solido: sei sicuro che non faccia come dopo le europee e se ne vada per conto suo un minuto dopo il voto? Per Di Maio, in fondo, la questione è facile: è stato concesso troppo a Calenda e il conto lo pagano altri. Ma pure il mite Tabacci - l'uomo che grazie agli incastri di un regolamento cervellotico ha salvato dalla raccolta firme pre-elettorale ormai quasi due generazioni di politici - si è sentito in dovere di biasimare Letta: "Stai penalizzando l'uomo che ha lasciato il M5S per salvare il governo Draghi, a questo punto tanto valeva tenerti Conte", ha detto al leader dem, presente Di Maio, tutti e tre seduti intorno a un tavolo per cercare una soluzione dignitosa per tutti. O quasi.

Per raccontare le cose nella loro nudità, la faccenda è questa: il cartello dimaiano Impegno civico, presentato appena pochi giorni fa con l'aiuto di Tabacci, serve a portare un po' di acqua al mulino della coalizione di centrosinistra, ma le sue possibilità di eleggere qualcuno in proprio sono pari a quelle di Di Maio di fare pace con Conte. Serve infatti superare la quota del 3 per cento per accedere alla ripartizione dei seggi. Per Impegno civico un miraggio, onestamente. Ma questo valeva prima come adesso. Il punto è che Di Maio puntava a farsi eleggere in un collegio uninominale, dove lui e qualche altro fortunato dei transfughi M5S avrebbe potuto contare sui voti di tutta la coalizione.

La fine è nota: è arrivato il patto con Calenda e zac, veto sui leader nei collegi, veto sugli ex M5S. Per Di Maio una botta tra capo e collo e un bel rebus: correre con la sua lista significa essere ragionevolmente certo di non rientrare in Parlamento, accettare di presentarsi con il Pd in nome del diritto di tribuna significa lasciare a piedi tutti i suoi 50 e rotti parlamentari, segati ancora più brutalmente che i grillini lealisti incappati nella tagliola del limite dei due mandati. Ecco allora l'escamotage proposto da Letta, da più di 24 ore impegnato nell'operazione salvate il soldato Di Maio, e condiviso da Tabacci: il ministro capolista dem, magari nella natìa Campania, e la sua lista comunque in campo, rinforzata dai civici, come per esempio l'ex sindaco di Parma Federico Pizzarotti. Si può fare? Si può fare, certo con un coefficiente di spericolatezza notevole. Con il nome di Di Maio comunque nel simbolo? Su questo si sta ancora decidendo, oggi sarà un'altra giornata lunga di incontri e calcoli. La continenza suggerisce di no, la convenienza di sì, perché senza il traino del ministro degli Esteri nel simbolo il risultato rischia di essere più magro di quello che stimano i primi sondaggi.

A guastare la giornata di Di Maio sono arrivate pure le voci (false) di una sua candidatura nelle liste del Pd di Modena, la pur comprensibile presa di posizione dei dem di Bibbiano ("Non lo vogliamo"), l'immancabile attacco di Di Battista che ormai usa il ministro degli Esteri come bersaglio fisso, ogni volta con attacchi e insulti più pesanti. Il comunicato diffuso da Di Maio in serata tiene il punto ("In una coalizione deve valere il rispetto reciproco, la nostra comunità pretende rispetto e parità di trattamento") ma lascia democristianamente aperto il confronto: "Pronti a dare il massimo". Con un leader diviso su due liste, è il minimo.