Il voto nelle fabbriche, De Palma (Fiom): "Anche la sinistra si ricorda degli operai solo alle elezioni"
di Marco Patucchi , di Marco PatucchiROMA - “Mettetevi nei panni di un operaio. Un metalmeccanico che ha visto il salario e il potere d’acquisto ridursi per l’inflazione, magari aveva progettato di andare in pensione nel giro di qualche tempo e, invece, l’età pensionabile si è allontanata, probabilmente il figlio ha un lavoro precario. Ecco, tutto questo è successo mentre al governo c’erano la destra ma anche la sinistra. Poi, come sempre, quando arrivano le elezioni la politica si ricorda dei lavoratori per chiedergli il voto. Ci si accorge che le fabbriche e gli operai ancora esistono. Ma è troppo tardi, perché loro a quel punto scelgono come votare in base ad altre priorità. Piuttosto non votano proprio”. Michele De Palma, 46 anni, è il segretario della Fiom (il sindacato dei metalmeccanici della Cgil) da quattro mesi, giusto il tempo di ritrovarsi nella prima crisi politica estiva della storia repubblicana. Non che gli manchino gli s…
ROMA - “Mettetevi nei panni di un operaio. Un metalmeccanico che ha visto il salario e il potere d’acquisto ridursi per l’inflazione, magari aveva progettato di andare in pensione nel giro di qualche tempo e, invece, l’età pensionabile si è allontanata, probabilmente il figlio ha un lavoro precario. Ecco, tutto questo è successo mentre al governo c’erano la destra ma anche la sinistra. Poi, come sempre, quando arrivano le elezioni la politica si ricorda dei lavoratori per chiedergli il voto. Ci si accorge che le fabbriche e gli operai ancora esistono. Ma è troppo tardi, perché loro a quel punto scelgono come votare in base ad altre priorità. Piuttosto non votano proprio”. Michele De Palma, 46 anni, è il segretario della Fiom (il sindacato dei metalmeccanici della Cgil) da quattro mesi, giusto il tempo di ritrovarsi nella prima crisi politica estiva della storia repubblicana. Non che gli manchino gli strumenti di analisi per calarsi nel contesto, lui che prima di diventare sindacalista a Reggio Emilia, ha fatto politica attiva per Rifondazione comunista.
Ma è intorno alla categoria del lavoro che ragiona, riproponendo il tema ormai annoso del distacco del centrosinistra italiano dal mondo della produzione: “E non ho lo sguardo rivolto solo al passato. Penso che questioni come la transizione ecologica dell’industria e gli effetti sul lavoro debbano essere il cuore di ogni campagna elettorale. Servono programmi precisi, come hanno fatto in Francia e Germania. Piani concreti che devono essere al centro del patto con chi vota. In Italia, invece, si è continuato a parlare di era post-industriale, di mercato, trasformando operai, giovani e donne in una specie di brand da cavalcare nelle scorribande elettorali. Ma è normale che, ad esempio, il fondo per le nuove competenze, ottimo provvedimento, debba essere rifinanziato anno per anno o che la programmazione di politica industriale, il PNRR, venga affidata alla McKinsey?”.
Non crede che anche il sindacato abbia avuto un ruolo in questa deriva, magari tutelando solo categorie già protette e frenando le spinte riformiste dei vari governi?
“Le dimostro concretamente che non è così attraverso due esempi. In Emilia, dove le istituzioni politiche sono state sempre presenti al fianco di lavoratori e imprese, si è costruito un modello sociale che funziona. E poi l’esempio della pandemia: solo grazie all’interlocuzione tra sindacati e aziende si sono costruiti i protocolli sul lavoro, che hanno salvato l’economia del Paese. Ma invece di diventare un modello, siamo tornati invisibili. Così succede che, con il governo dimissionario, la politica ha trovato il modo di stralciare le regole sulla liberalizzazione dei taxi ma non di introdurre il salario minimo”.
Non è stato pure il sindacato, in questi anni, a osteggiare il salario minimo?
“Già Di Vittorio considerava quella per il salario minimo una battaglia democratica, ovviamente per chi non è tutelato dai contratti riconosciuti. Vedrete che ora sarà tema di campagna elettorale, ma un tema strumentalizzato, mentre intanto in Spagna hanno fatto una riforma del lavoro che ha ridotto drasticamente la precarietà dei contratti”.
Teme l’avvento di un governo di destra?
“Penso che il centrodestra abbia un’idea corporativa della società e dell’economia. Salvini, per dire, mentre fa campagna contro la Legge Fornero prefigura anche la flat tax che taglia scuola e sanità. Insomma, il centrodestra non si sposta mai dai suoi fondamentali, per far stare bene qualcuno, deve stare male qualcun altro: la lotta tra poveri. E poi c’è quell’idea di disintermediazione della società che ha affascinato dai 5 Stelle al Pd di Renzi. La mitizzazione della competizione estrema, dell’'uno su mille ce la fa’ . È un modo di tradire lo spirito della Costituzione che invece chiede la mediazione di tutti i bisogni. Nessuno escluso”.
A chi e a cosa si riferisce di preciso?
“Penso al Jobs Act che non ha portato né investimenti né occupazione, come promesso. E poi penso a tutti i ministri dello Sviluppo Economico che si sono succeduti negli ultimi governi e che, mentre eravamo seduti ai tavoli di confronto, scendevano in strada a parlare direttamente con i lavoratori, senza risolvere nulla. Paradossalmente noi sindacati ci siamo confrontati e abbiamo mediato più e meglio con le imprese che con i governi. Non si è capito che il confronto, al limite anche il conflitto costruttivo, sono un patrimonio da valorizzare, piuttosto che privilegiare la logica del ‘non disturbare il manovratore’. Pensi, abbiamo chiesto per mesi e mesi i tavoli sulla siderurgia e sull’automotive, a cui si è aggiunta Wartsila e ora anche Ansaldo Energia, ma le risposte sono arrivate solo adesso perché c’è aria di campagna elettorale. Oggi Giorgetti sull'Ilva ha riannunciato risorse pubbliche senza concretezza alcuna, mentre Salvini, in piena campagna elettorale, si accorge dei lavoratori di Stellantis su cui abbiamo chiesto al suo ministro un tavolo permanente mai realizzato. Con che coerenza si presentano a chiedere il voto dei lavoratori?”.
E voi cosa chiedete ai partiti?
“Di scegliere di rappresentare il lavoro e ripristinare la dinamica contrattuale, qualsivoglia governo dovesse esserci. Con cinque coordinate di fondo: salari, lotta alla precarietà, sicurezza del lavoro, transizione ambientale, democrazia. E con l’idea di fare gli interessi dell’intero Paese, non di singole categorie”.