Letta: "Ogni voto a Calenda è un voto per Meloni". Il leader del Pd tradito non cambia rotta
di Stefano Cappellini , di Stefano CappelliniC'è stato un istante, ieri, nel quale Enrico Letta ha ripensato al momento dell'accordo con Carlo Calenda. Alla sigla del documento erano seguite le foto di rito. In uno degli scatti celebrativi il leader di Azione è ritratto mentre bacia quello del Pd. Quello che manca sono le successive parole di Calenda: "Ora posso baciare anche Fratoianni". Sarà stata l'euforia del frangente o forse era solo una battuta, chissà, certo ogni inquadratura di quel 2 agosto - sembra incredibile a dirsi, ma parliamo di appena sei giorni fa - non depone a favore della tesi che il finale di questa telenovela agostana fosse già scritto. Letta non è insomma tra quanti credono che Calenda abbia sempre coltivato la possibilità del dietrofront. Ritiene piuttosto che sia stato travolto dalle reazioni di una parte del suo mondo, contrarie all'intesa con i dem e favorevoli a una corsa terzopolista con Matteo Renzi, e forse dal disegno del …
C'è stato un istante, ieri, nel quale Enrico Letta ha ripensato al momento dell'accordo con Carlo Calenda. Alla sigla del documento erano seguite le foto di rito. In uno degli scatti celebrativi il leader di Azione è ritratto mentre bacia quello del Pd. Quello che manca sono le successive parole di Calenda: "Ora posso baciare anche Fratoianni". Sarà stata l'euforia del frangente o forse era solo una battuta, chissà, certo ogni inquadratura di quel 2 agosto - sembra incredibile a dirsi, ma parliamo di appena sei giorni fa - non depone a favore della tesi che il finale di questa telenovela agostana fosse già scritto. Letta non è insomma tra quanti credono che Calenda abbia sempre coltivato la possibilità del dietrofront. Ritiene piuttosto che sia stato travolto dalle reazioni di una parte del suo mondo, contrarie all'intesa con i dem e favorevoli a una corsa terzopolista con Matteo Renzi, e forse dal disegno del suo stesso personaggio, irascibile e imprevedibile come le sue risposte agli sconosciuti avventori dei social.
"Ringrazio Enrico, anche per la difficoltà di trattare con il sottoscritto", aveva detto con autoironia Calenda nella conferenza stampa celebrativa dell'accordo, seduto accanto a Letta che poco prima aveva annunciato l'imminente sottoscrizione di altri e paralleli accordi del Pd. Accordi che erano impliciti anche nell'impegno a non candidare nei collegi esponenti divisivi espressi di altre forze. Tutto un equivoco? Un ripensamento tardivo? Una alchimia fallita strada facendo? Per Calenda è una scelta di inevitabile coerenza. Per Letta è semplicemente un patto tradito. Per il centrosinistra, senz'altro un grosso inciampo.
Ancora l'altroieri sera, al telefono con Dario Franceschini l'ex ministro dello Sviluppo economico aveva espresso tutto il suo malumore per l'imbarco di Verdi e Sinistra italiana ma lasciato ancora uno spiraglio. Che aria tirasse, però, Letta lo aveva capito bene fin dal mattino e l'insolito prolungato silenzio dell'ormai ex alleato su Twitter, un record personale di quasi 24 ore senza cinguettare, era un altro indizio di dove la vicenda stava andando a parare. Al fioretto del silenzio diplomatico non credeva nessuno. Letta ha comunque sobbalzato quando nel corso del programma Mezz'ora in più ha sentito Calenda dire a Lucia Annunziata che aveva anticipato al segretario del Pd la sua decisione di sfilarsi dal patto. "Mai sentito Calenda prima del suo annuncio in tv", ha spiegato a chi gli chiedeva se fosse vero.
Ora la rottura è di quelle definitive. Macerie vere. Letta accusa Calenda di vittimismo e di populismo: "Sono loro, i populisti, che sostengono che tra destra e sinistra non c'è differenza, e il suo è populismo d'élite". Soprattutto il leader dem userà in campagna elettorale il seguente messaggio: "Ogni voto dato a Calenda è un voto dato a Meloni". L'intenzione è che gli elettori abbiano chiara, da subito e fino al 25 settembre, la responsabilità del leader di Azione nell'aver rotto il fronte che si contrappone alle destre.
L'uscita di Calenda non cambia però la direzione di marcia, la strada è tracciata: la coalizione del Pd sarà composta dai rossoverdi di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, dai liberali e radicali di +Europa e dai civici centristi di Luigi Di Maio e Bruno Tabacci. L'idea di una corsa solitaria del Pd era sul tavolo nelle ore in cui tutti gli accordi erano in bilico e i potenziali alleati si sbertucciavano in pubblico. A questo punto un'alleanza c'è e non esiste possibilità di riaprire un discorso con il M5S, nonostante nel Pd non manchino i fautori di un tentativo anche con Giuseppe Conte, per esempio Andrea Orlando e Goffredo Bettini. "Con Conte il rapporto si è chiuso non solo per la sfiducia a Draghi. È la guerra in Ucraina la vicenda che ha scavato un solco definitivo", spiega Letta a chi gli pone la questione.
Letta, "Che promesse può fare Calenda agli italiani se sanno che rompe la parola data? Così ha deciso di aiutare le destre"
L'obiezione più frequente indirizzata al Pd, e cioè che Sinistra italiana, fin dall'inizio all'opposizione di Draghi, condivide con il M5S il no all'invio di armi in Ucraina, è respinta dal leader dem con queste motivazioni: Sinistra italiana ha una linea pacifista contraria alle armi ma è un partito anti-putiniano senza ambiguità. A differenza, evidentemente, del partito di Conte. Che comunque ieri ha chiuso la porta prima ancora che qualcuno bussasse.
"Ora andiamo a vincere", aveva detto Calenda, sempre in quel 2 agosto. Una missione che si è decisamente complicata sia per chi è rimasto nel centrosinistra e, a maggior ragione, per chi ne è uscito. Al di là delle dichiarazioni ufficiali, è chiaro a tutti che le possibilità di evitare l'arrivo di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi sono diminuite. Inutile girarci intorno, anche se è verosimile che Calenda sopravvaluti le sue chance elettorali quando immagina di poter raggiungere il 15 per cento, è chiaro che il suo addio all'alleanza farà danni al centrosinistra nei collegi uninominali, quelli dove viene eletto solo il candidato con più voti degli altri. E comunque i voti di Azione mancheranno anche nel calcolo proporzionale, la parte in cui banalmente si sommano i consensi dei partiti che si presentano agli elettori in coalizione. Questo senza calcolare i danni di immagine, per tutti, lasciati da questa storia. Ma, almeno su questo, c'è un mese e mezzo di campagna elettorale per provare a rimediare.