Letta rivede la rotta: "Ora io contro FdI, il Pd punta al 30%"
di Giovanna Vitale , di Giovanna VitaleROMA - Obiettivo primo partito. Dopo il naufragio dell'alleanza con Carlo Calenda, il cui profluvio di attacchi social rischia di inquinare la campagna progressista, il Pd ha deciso di non rispondere più e di puntare tutto su sé stesso. Accelerando sul programma, che verrà approvato entro il weekend in direzione. E sulla chiusura delle liste, così da troncare ogni dibattito sulla coalizione.
Lo strappo dell'ex ministro dello Sviluppo - che secondo il Nazareno "racconta solo bugie, fa sproloqui allo specchio, è la variante, dopo Renzi, di un populismo d'élite" - ha prodotto uno scatto d'orgoglio identitario. E imposto un cambio netto di strategia, sebbene macchiata da un vizio d'origine: il fallimento di Enrico Letta come federatore del centrosinistra.
Due i traguardi fissati all'orizzonte. Quello massimo, ovviamente, è provare a vincere contro ogni pronostico. Lo ha detto chiaro il segretario pd…
ROMA - Obiettivo primo partito. Dopo il naufragio dell'alleanza con Carlo Calenda, il cui profluvio di attacchi social rischia di inquinare la campagna progressista, il Pd ha deciso di non rispondere più e di puntare tutto su sé stesso. Accelerando sul programma, che verrà approvato entro il weekend in direzione. E sulla chiusura delle liste, così da troncare ogni dibattito sulla coalizione.
Lo strappo dell'ex ministro dello Sviluppo - che secondo il Nazareno "racconta solo bugie, fa sproloqui allo specchio, è la variante, dopo Renzi, di un populismo d'élite" - ha prodotto uno scatto d'orgoglio identitario. E imposto un cambio netto di strategia, sebbene macchiata da un vizio d'origine: il fallimento di Enrico Letta come federatore del centrosinistra.
Due i traguardi fissati all'orizzonte. Quello massimo, ovviamente, è provare a vincere contro ogni pronostico. Lo ha detto chiaro il segretario pd ai tanti che l'hanno chiamato per esprimergli solidarietà: "Guardate che la partita non è persa, guai a pensare di giocare il campionato solo per guadagnare la zona salvezza. Dobbiamo batterci fino all'ultimo. Dubito che gli italiani vogliano farsi governare da chi li vuol portare fuori dall'Europa".
E poi ce n'è uno minimo, forse più realistico: impedire che la destra faccia cappotto e ottenga la maggioranza assoluta in Parlamento. Per questo adesso si discuterà solo di temi, cercando di polarizzare lo scontro: o di qua o di là, o con Meloni o con Letta, anche per annullare l'effetto Terzo polo. Un assaggio si è visto già ieri, nel durissimo botta e risposta sulla tragedia di Marcinelle, il paese del Belgio dove il leader dem è andato a commemorare i 136 minatori italiani sepolti vivi nel '56. Per Letta un dramma simile a quello di chi oggi muore nel Mediterraneo. Accostamento che la presidente di FdI ha subito respinto, accusandolo di "proporre comparazioni forzate e strumentali" con i migranti. Secca la replica: "Dividere invece di unire, su Marcinelle, non lo farebbe nessun capo di governo patriota che ama". Incredulo per come a destra si possa speculare perfino sulla memoria condivisa di un Paese che dopo la guerra s'è rimesso in piedi col lavoro e il sacrificio, anche a costo di abbandonare la propria terra.
Eccolo il copione immaginato per smontare lo scenario da brividi che si prospetta dopo l'affondamento del patto con Calenda. Il quale ha ormai "una reputazione totalmente compromessa", ragiona la truppa dem che, vuoi per convenienza (tutti gli uscenti, salvo eccezioni, vogliono essere ricandidati), vuoi per reale convinzione, rifiuta di criticare la gestione del segretario. "Non è questo il momento, siamo sotto elezioni e dobbiamo lavorare ventre a terra per far fare al Pd un ottimo risultato", taglia corto Matteo Orfini, esponente di punta della minoranza interna. Svelando qual è ora la vera posta in gioco: diventare la prima forza politica del Paese con una percentuale tra 25 e 30.
Non solo darebbe più vigore all'opposizione in caso di sconfitta, ma metterebbe al riparo l'attuale segretario dalla resa dei conti che rischia d'aprirsi nel partito a urne ancora calde. Più o meno violenta a seconda delle dimensioni dell'insuccesso prefigurato dai sondaggi.
Non sono passati inosservati gli affondi di Stefano Bonaccini: "Mi auguro che nel Pd non ci sia la tentazione di rinchiudersi in una ridotta di sinistra per rifare i Ds. Io non ci sto a lasciare il riformismo a Calenda", ha già avvertito il governatore emiliano che da tempo scalpita per conquistare la leadership. Arrabbiatissimo perché "in solitudine non si ottiene granché", ma al tempo stesso preoccupato che, venuto meno quel patto, l'accordo con i rosso-verdi possa sbilanciare l'asse dei Dem. Ciò che verrebbe rimproverato a Letta se il verdetto elettorale si rivelerà particolarmente infausto.
Ma l'ala ex renziana fa quadrato. "Intanto +Europa ha confermato il suo impegno", rassicura Irene Tinagli. E poi c'è anche una questione di consenso, che nessuno vuol lasciare al Terzo polo: "Il Pd nasce come soggetto plurale con l'ambizione di parlare a un centrosinistra largo, non intendiamo appaltare la rappresentanza dei riformisti ad altri", rivendica il senatore Alessandro Alfieri, coordinatore del correntone che fa capo al ministro Guerini. "Noi combatteremo casa per casa, quartiere per quartiere, per andarci a prendere i voti moderati. Li contenderemo a Renzi e Calenda, uno per uno".
Perciò servono liste forti e radicate: l'altro passaggio che Letta non può sbagliare. Ha promesso che i candidati saranno espressione del territorio, che non ci saranno paracadutati. Se così non sarà, la battaglia del dopo si preannuncia ancora più cruenta.