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Draghi, pressing sul premier. Il centro: "Lo riportiamo a Palazzo Chigi". Ma lui si defila ancora

Il premier Mario Draghi (ansa)

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I leader di Iv e Azione: "Sarà il nostro premier". Ma i Dem attaccano: "I due più impopolari cercano la sua luce riflessa. Così il bis si allontana
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ROMA - Impossessarsi del brand Draghi, scommettere sulla "non vittoria" del centrodestra. Su un punto Matteo Renzi e Carlo Calenda sono d'accordo. Se terzo polo sarà, dovrà giocarsi la freccia più appuntita al suo arco: promettere di entrare in Parlamento con un unico chiaro obiettivo politico, riportare Mario Draghi a Palazzo Chigi.

E pazienza se il diretto interessato tutto vorrebbe tranne che fare il candidato di una parte politica. Al di là della dialettica della campagna elettorale, dalla quale si tiene molto lontano, a Palazzo Chigi ripetono come un mantra che Draghi è impegnato a fare a pieno il premier fino all'ultimo giorno, per passare la campanella a chi verrà con ogni dossier in ordine. Figurarsi, osserva una fonte interna al suo staff, se può fargli piacere essere tirato in ballo come "bandiera" della non vittoria o dell'ingovernabilità. Tanto più, aggiungono furiosi dal Pd, se…

ROMA - Impossessarsi del brand Draghi, scommettere sulla "non vittoria" del centrodestra. Su un punto Matteo Renzi e Carlo Calenda sono d'accordo. Se terzo polo sarà, dovrà giocarsi la freccia più appuntita al suo arco: promettere di entrare in Parlamento con un unico chiaro obiettivo politico, riportare Mario Draghi a Palazzo Chigi.

E pazienza se il diretto interessato tutto vorrebbe tranne che fare il candidato di una parte politica. Al di là della dialettica della campagna elettorale, dalla quale si tiene molto lontano, a Palazzo Chigi ripetono come un mantra che Draghi è impegnato a fare a pieno il premier fino all'ultimo giorno, per passare la campanella a chi verrà con ogni dossier in ordine. Figurarsi, osserva una fonte interna al suo staff, se può fargli piacere essere tirato in ballo come "bandiera" della non vittoria o dell'ingovernabilità. Tanto più, aggiungono furiosi dal Pd, se si considera che stracciando l'alleanza di centrosinistra l'ipotesi di un Draghi bis Calenda ha rischiato di allontanarla, mica favorirla.

Ma partiamo dall'inizio. Che il nome del premier uscente sia una carta preziosa, viene testimoniato da sondaggi come quello pubblicato ieri da Quorum/YouTrend per SkyTg24, secondo cui nella fiducia degli italiani Draghi (56%) è secondo solo a Sergio Mattarella (62%), di gran lunga avanti a Giorgia Meloni (40%). Lo sanno pure a destra e anche per questa ragione negano responsabilità nella caduta del governo o addirittura evocano come papabili per il dopo ministri draghiani come Roberto Cingolani. Mentre la cosiddetta "agenda Draghi" ha dominato le prime battute della campagna elettorale di Pd e centristi, insieme spartiacque e collante. Lui, il premier, sottraendosi all'abbraccio di una sola parte, ha detto che quell'agenda è un metodo - rapidità di azione e credibilità - non un programma. A Palazzo Chigi inoltre dicono che è "escluso che Draghi voglia proseguire o ripetere la sua esperienza di capo del governo, come ha ripetuto più volte".

Ma se una maggioranza si formasse nel suo nome anche nella prossima legislatura, osserva un dirigente centrista, sarebbe legittimo andare a chiedere a Draghi una disponibilità a restare: "È quella la risposta che vale". E perciò ecco Renzi, davanti a telecamere e nella sua newsletter: "Il terzo polo è una grande opportunità per riportare Draghi a Palazzo Chigi. Con pochi parlamentari abbiamo mandato a casa Conte e portato Draghi, con pochi parlamentari eviteremo un governo Meloni per avere di nuovo un governo Draghi".

Luigi Marattin sintetizza il concetto in uno slogan: "Se gli italiani sognano Meloni premier, votino la destra. Se sognano Draghi premier, votino Italia viva e i suoi alleati". La scommessa è sul Senato, spiega da Iv Ettore Rosato. Portare via al centrodestra quei voti nel proporzionale che impediscano una vittoria chiara. E almeno su questo, con il (forse) alleato Calenda la sintonia è piena. L'intento comune è rosicchiare al centrodestra tendenza-Meloni seggi a Palazzo Madama, soprattutto al Nord dove fa più male. E insieme sottrarre a Enrico Letta il brand draghiano, dopo che il Pd ha scelto per alleata l'anti-draghiana Sinistra italiana. Ecco dunque Calenda dichiarare: "Teniamo Draghi a Chigi". Salvo ammettere, a La Stampa, di non averne parlato col diretto interessato: "Non mi permetterei mai...". L'ex presidente della Bce è un obiettivo, non un candidato.

Un obiettivo, si dirà, anche di altri. Un comune sentire che ha unito Bruno Tabacci e Luigi Di Maio. Uno scenario da preservare per larga parte del Pd. Uno scenario oggi a rischio, dice il Dem Stefano Ceccanti, proprio per mano di Calenda. Perché la strategia dei centristi punta tutto sul proporzionale ma tralascia i collegi, dove le divisioni di centro e sinistra - come dimostra la simulazione dell'istituto Cattaneo, avvantaggiano la destra: "Al di là delle volontà individuali il cosiddetto terzo polo rischia di produrre un'eterogenesi dei fini, di contribuire a una vittoria larga del centrodestra nei collegi uninominali dove esso non è competitivo e quindi ad allontanare un'ipotesi di continuità con Draghi".

Ceccanti evita di polemizzare oltre, ma al Nazareno dicono di più: "Ci vuole coraggio" a fare il nome di Draghi ora, dopo che "Renzi non ha votato la riforma Cartabia e Calenda era contro l'ingresso dell'Ucraina in Ue e l'embargo sul gas russo". I Dem rivendicano di essere stati la spina dorsale del governo, i più titolati a parlare di continuità. "Al massimo Renzi e Calenda insieme fanno 'agenda Cingolani' che non a caso piace a Salvini", è la postilla velenosa. Ma c'è di più. "È interessante come i due leader piu impopolari d'Italia cerchino la luce riflessa di uno come Draghi che è ai loro antipodi per serietà e rispetto della parola data". Non è la loro, insomma, quella carta elettorale.