Berlusconi: "Mattarella via se passa il presidenzialismo"
di Serenella Mattera , di Serenella MatteraROMA - Il sogno del presidenzialismo, coltivato "dal 1995". Silvio Berlusconi vede il traguardo a portata di mano. Tanto vicino, da scavalcarlo già: se entrasse in vigore la riforma, dice il Cavaliere in radio, in una lenta mattina d'agosto, "sarebbero necessarie le dimissioni del presidente Sergio Mattarella per andare a elezione diretta del nuovo presidente, che guarda caso potrebbe essere ancora lui". Apriti cielo. Ecco la miccia che accende la campagna elettorale. Nelle parole del leader di Forza Italia c'è la prova, s'indigna subito dal Pd Enrico Letta, che la destra di Berlusconi, Matteo Salvini, Giorgia Meloni "è pericolosa per il Paese", vuole "sfasciare il sistema, sfrattare Mattarella". Il leader di FI prova a precisare, sostiene di aver detto una cosa "ovvia", in risposta a una domanda del conduttore di Radio Capital, di non aver voluto attaccare Mattarella, anzi di averlo candidato: la "…
ROMA - Il sogno del presidenzialismo, coltivato "dal 1995". Silvio Berlusconi vede il traguardo a portata di mano. Tanto vicino, da scavalcarlo già: se entrasse in vigore la riforma, dice il Cavaliere in radio, in una lenta mattina d'agosto, "sarebbero necessarie le dimissioni del presidente Sergio Mattarella per andare a elezione diretta del nuovo presidente, che guarda caso potrebbe essere ancora lui". Apriti cielo. Ecco la miccia che accende la campagna elettorale. Nelle parole del leader di Forza Italia c'è la prova, s'indigna subito dal Pd Enrico Letta, che la destra di Berlusconi, Matteo Salvini, Giorgia Meloni "è pericolosa per il Paese", vuole "sfasciare il sistema, sfrattare Mattarella". Il leader di FI prova a precisare, sostiene di aver detto una cosa "ovvia", in risposta a una domanda del conduttore di Radio Capital, di non aver voluto attaccare Mattarella, anzi di averlo candidato: la "malafede" è di chi polemizza. Ma l'uscita imbarazza gli alleati, irrita Giorgia Meloni, che dicono stupita da un così incauto prestare il fianco agli avversari.
"Il presidenzialismo è una riforma seria, anche economica, perché porta stabilità", dichiara Meloni. Null'altro. Nessuna polemica con Berlusconi, è la linea di comunicazione. Ma quella riforma è la sua battaglia, ha voluto nel programma di coalizione l'impegno a introdurre l'elezione diretta del capo dello Stato. Il modello dei meloniani è di tipo semipresidenziale, con il capo dello Stato anche alla guida del governo. Una proposta condivisa dagli alleati. Semipresidenzialismo sul modello francese, si legge anche nel programma della Lega. Fin qui dunque tutto bene. Ma ora l'uscita di Berlusconi, scuote la testa un dirigente di FdI, rischia di togliere credibilità al progetto, vanificare gli sforzi di accreditamento all'estero, dare pretesti a chi paventa svolte autoritarie.
Letta lo dice chiaro e tondo: in assoluto il presidenzialismo non è sinonimo di "dittatura", ma in Italia sarebbe "un errore profondo". Salterebbe l'equilibrio del sistema, questa la tesi sostenuta dai costituzionalisti. Ma c'è di più. Secondo il segretario Pd quella di Berlusconi "è un'autocandidatura", l'ambizione mai sopita di andare al Colle. A domanda Berlusconi risponde: "Io al Quirinale? Il futuro è ancora nelle braccia degli dei...". Ma basta secondo il leader M5s Giuseppe Conte a svelare il progetto spartitorio dei leader del centrodestra: "Meloni premier, Salvini vicepremier e ministro dell'Interno, Berlusconi primo presidente della nuova Repubblica".
Carlo Calenda la pensa diversamente, accusa Berlusconi di scarsa lucidità: "Non è più in sé, non andrebbe eletto". Gli alleati di Lega e FdI leggono gli attacchi e mugugnano, ma tacciono. Solo a taccuini chiusi i meloniani smontano l'equazione berlusconiana, provano a far passare un messaggio conciliante verso il Quirinale: il Parlamento in questa legislatura è andato avanti anche dopo che i parlamentari son stati dimezzati, perché Mattarella dovrebbe dimettersi se passasse l'elezione diretta? Ignazio La Russa con garbo corregge l'alleato: "L'idea di una presidenza col cartellino di scadenza non è la più adatta". E Guido Crosetto spiega che la priorità è l'agenda economica e che il centrodestra non ha alcuna intenzione di stravolgere la Costituzione a colpi di maggioranza: "Le regole si cambiano dialogando con tutti, mai contro qualcuno, in primis le istituzioni esistenti", twitta.
Ora la speranza, in casa FdI, è che la polemica si spenga presto e che un sospetto desiderio di centralità non spinga Berlusconi ad altre uscite temerarie. Il problema più grosso, ammette un dirigente meloniano, si porrà dopo il voto, nei rapporti interni alla coalizione. Confidano che FdI conquisti nelle urne una chiara leadership, un largo vantaggio sugli alleati, ma vedono saldarsi il gioco di sponda tra Salvini e il Cavaliere, testimoniato ieri da una foto sorridente a villa Certosa. Il leghista, che è in tour elettorale in Sardegna, passa a trovare il presidente di FI per parlare - questa la versione ufficiale - di programmi.
Ma ci sono le liste in cantiere e il nodo della candidatura in Sicilia, ancora più intricato dopo che FdI ha indicato il nome di Renato Schifani, poco gradito agli azzurri. I leghisti fanno sapere che sosterranno la scelta di FI, senza condizioni. Uguale gioco di sponda potrebbe riproporsi dopo il voto, quando Berlusconi potrebbe ambire alla presidenza del Senato. Il Cavaliere ora nega di volerlo, ma se dopo il voto cambiasse idea da FdI - dice più di un meloniano - lo convincerebbero, "con garbo e rispetto", che non è il caso.