ROMA - Di qua o di là. Rosso o nero, letteralmente. Da una parte le parole d'ordine della destra, dall'altra quelle del Pd e il sorriso accennato di Enrico Letta. A un mese esatto dal voto parte la campagna di affissioni che il segretario del Pd ha voluto in linea con il messaggio lanciato già pochi giorni dopo la caduta di Mario Draghi: o noi o Meloni. Sono sei i manifesti concepiti insieme alla società di comunicazione Proforma, tutti basati su una contrapposizione di concetti: "Con Putin/Con l'Europa", "Discriminazioni/diritti", "Combustibili fossili/Energie rinnovabili", "Lavoro sottopagato/Salario minimo", "Più condoni per gli evasori/Meno tasse sul lavoro", "No Vax/Scienza e vaccini".
"Scegli" è il claim - così in gergo tecnico è detto lo slogan - che invita gli elettori a individuare il proprio campo. I primi manifesti saranno affissi già og…
ROMA - Di qua o di là. Rosso o nero, letteralmente. Da una parte le parole d'ordine della destra, dall'altra quelle del Pd e il sorriso accennato di Enrico Letta. A un mese esatto dal voto parte la campagna di affissioni che il segretario del Pd ha voluto in linea con il messaggio lanciato già pochi giorni dopo la caduta di Mario Draghi: o noi o Meloni. Sono sei i manifesti concepiti insieme alla società di comunicazione Proforma, tutti basati su una contrapposizione di concetti: "Con Putin/Con l'Europa", "Discriminazioni/diritti", "Combustibili fossili/Energie rinnovabili", "Lavoro sottopagato/Salario minimo", "Più condoni per gli evasori/Meno tasse sul lavoro", "No Vax/Scienza e vaccini".
"Scegli" è il claim - così in gergo tecnico è detto lo slogan - che invita gli elettori a individuare il proprio campo. I primi manifesti saranno affissi già oggi in alcune città pilota, dal primo settembre compariranno in tutto il Paese, con particolare attenzione agli spazi su bus, metropolitane e taxi e, nel caso dei cartelloni stradali, con una distribuzione concentrata soprattutto nelle periferie, nelle zone extra urbane e nei piccoli centri. L'Italia profonda, sempre decisiva per orientare il risultato, quella dove peraltro il Pd ha più perso terreno negli ultimi anni.
Letta è pronto a partire per quella che chiama la "fase due" della campagna elettorale: "Nella prima fase - spiega il leader dem a Repubblica - abbiamo voluto occupare il terreno sulle proposte e abbiamo sistemato l'organizzazione interna, adesso è il momento della polarizzazione, delle parole nette e di una comunicazione anche brutale della posta in gioco. Bisogna dare la sveglia agli italiani affinché vedano chiaramente qual è il rischio che corre il Paese, a maggior ragione dopo i fatti degli ultimi giorni, cioè le parole di Salvini sulle sanzioni alla Russia e il suo elogio al modello ungherese di famiglia, e poi il gesto sconsiderato di Meloni che pubblica il video di uno stupro per propaganda e, anziché scusarsi, lo rivendica pure". Nella visione di Letta non c'è spazio per terzi o quarti poli, resta solo un pensiero per l'ex alleato Giuseppe Conte: "Incredibile quello che ha combinato, aprendo alla destra la via delle elezioni in un momento così delicato".
L'ex presidente del Consiglio è convinto che siano già smaltite le scorie per la difficile composizione delle liste che tante polemiche hanno suscitato fuori e dentro il partito. "La partita delle candidature è stata complicata e faticosissima, ma forse non tutti si erano resi conto della strettoia causata dalla riduzione del numero dei parlamentari. Abbiamo aggiustato in corsa alcune cose, ora ci deve essere solo lo sforzo per convincere gli elettori della bontà delle nostre idee".
Sui fenomeni di nostalgia e apologia di fascismo tra i candidati e i seguaci di Meloni, Letta la mette giù così: "Terremo la guardia alta fino all'ultimo, ma vorrei fosse chiaro che non siamo preoccupati per il ritorno del passato, ci preoccupano il presente e il futuro, la possibilità che Meloni ci porti Orbàn e il suo modello in casa nostra, che l'Italia cambi collocazione di campo. L'angoscia è per il futuro nel quale la destra vorrebbe portarci". Il tentativo di polarizzare la scelta degli elettori ha un obiettivo ovvio, agitare il bau bau del sovranismo di Giorgia Meloni e lo spettro del suo partito ancora zeppo di cultori del Ventennio, ma anche quello di creare un partita nella partita. "Sì, certo - conferma Letta - il Pd primo partito è sicuramente un nostro obiettivo".
È chiaro che per sperare nel primato tra le forze politiche occorre andare oltre la soglia del 25 per cento (il dato di partenza è il 18 per cento ottenuto dal Pd di Matteo Renzi alle Politiche del 2018), ancora più evidente che solo un risultato vicino al 30 per cento, o meglio oltre, può rendere incerto l'esito complessivo della sfida tra i poli. Il dato del Pd avrà un doppio valore: il primo è lasciare Fratelli d'Italia alle spalle e così mutilare l'eventuale vittoria della coalizione di destra, nella speranza che sia una mutilazione anche parlamentare, che cioè manchino i numeri per la maggioranza almeno al Senato. Il secondo, tema tabù in campagna elettorale, è arginare il possibile assalto alla leadership del Pd in caso di sconfitta. È evidente che il presidente della Regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, è già in campo, non è il solo esponente dem a pensare al dopo elezioni, e il voto del 25 settembre vale di fatto anche mezzo congresso.
Il tour di Letta partirà oggi da Bologna, dove aprirà la festa dell'Unità, poi tappe in tutto il Paese, nelle ultime due settimane girando con il minibus elettrico sul quale sono in corso gli ultimi ritocchi.